Favelas recintate a Rio de Janeiro


Le hanno soprannominate "barriere della povertà". In realtà, le recinzioni costruite nella primavera del 2009 attorno a 13 favelas di Rio de Janeiro, in Brasile, sono state ufficialmente edificate con un altro scopo.

Ovvero quello di proteggere la vegetazione tropicale circostante dalla costruzione di altre baracche da parte dei poveri residenti.

La foresta che circonda la città, infatti, appartiene all'area protetta del Tijuca Park, una delle riserve naturali urbane più grandi al mondo. Alcune fonti del distretto di Rio sostengono che, a causa delle favelas, le foreste abbiano già perso circa il 90% della loro superficie.

Il muro, innalzato a ridosso delle baracche, ha una lunghezza totale di 14 kilometri ed una altezza che varia da 80 cm a 3 m. Alcune fonti sostengono che, in realtà, la barricata abbia obiettivi diversi da quelli ufficialmente dichiarati; ad esempio, che serva a separare le zone più povere dai quartieri benestanti della città. O ancora, che sia finalizzata a limitare il traffico di droga in entrata ed in uscita dalle favelas.

«Per interpretare questo fenomeno bisogna pensare alla recente assegnazione dei Giochi Olimpici del 2016 a Rio», racconta Ettore Masina, giornalista per “Il Giorno” e conduttore del “Tg2” tra gli anni ’50 e ‘80, è esperto di tematiche religiose e diritti umani. Grande conoscitore del Sudamerica, ha scritto diversi libri sull’argomento e collabora per la rivista specializzata Latinoamerica.

«Sta succedendo qualcosa di simile a quello che accadde nel 2008 a Pechino, quando vennero costruite delle barriere per nascondere agli occhi dei turisti le zone più povere della metropoli. In questo caso» prosegue Masina «il muro ha una funzione di avvertimento verso i visitatori che si addentrano nei quartieri periferici della città. Sembrano dire: “Oltre questa linea non rispondiamo più di quello che vi può accadere”».

E, in effetti, le favelas di Rio sono delle cittadelle autogestite dalla criminalità locale in cui la polizia non può entrare. «Dentro i sobborghi della Baixada Fluminense, il distretto provinciale della città, le istituzioni non esistono e sono sostituite da entità autonome gestite dagli abitanti stessi. Quando un bambino delle favelas si frattura una gamba non va in ospedale, ma viene curato dagli stessi abitanti che si improvvisano medici».

Per Masina, però, la costruzione del muro non è una soluzione al problema. «Anzi, la realizzazione di un “recinto per le belve” non farà altro che fomentare la rabbia degli abitanti. La violenza e l’odio aumenteranno ancora».

Ma, aggiunge il giornalista, situazioni analoghe sono accadute anche in Italia, a Padova e a Roma. Nella città veneta nel 2006 fu costruita dalla giunta comunale una recinzione per dividere il parco pubblico di via Anelli, luogo in cui fioriva il commercio di droga gestito da pusher nordafricani, e i condomini adiacenti di via De Besi in cui abitano perlopiù cittadini italiani. A Roma negli anni ‘70, invece, venne sgomberata la Borgata di Prato Rotondo, una vera e propria bidonville situata ai margini della città che era diventata ormai centro di riferimento per la prostituzione e lo spaccio.

Masina, che a Roma vive dal 1964, ricorda: «Nella capitale le misure ottennero il contrario dell’effetto voluto: anche gli abitanti che svolgevano lavori onesti, dai barbieri improvvisati nelle baracche ai fruttivendoli ambulanti nelle piccole piazze, si ritrovarono di colpo privi dei loro “posti di lavoro”, e la criminalità aumentò anziché diminuire: così accadrà anche a Rio».

  • Valerio Bassan

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