Faith in media


Arabi e americani tutti uguali davanti a dio e ai media. Potrebbe sembrare un’operazione ardita e forse lo è, quella dell’International Center for Journalists (Icfj) che, alla fine del 2008, ha promosso il progetto Faith in media: Improving coverage of Islam and other religions, chiedendo la sponsorizzazione dalla Carnegie Corporation of New York, fondazione filantropica per la promozione della pace internazionale e la diffusione della cultura e della conoscenza.

In sostanza, il progetto prevede la collaborazione tra giornalisti americani e musulmani, con l’intento di sviluppare tematiche di rilievo per entrambe le culture. Che, tradotto in soldini, significa analizzare e comprendere i problemi dovuti alla convivenza  tra l’Islam e le altre religioni. I lavori sono cominciati nel dicembre 2008, alla Conferenza di Istanbul. Sono state formate quattro coppie di giornalisti, invitate a cooperare nella stesura dei pezzi (senza l’obbligo di pubblicare o trasmettere i loro lavori tradotti), e con l’incarico di produrre un reportage per ciascuno dei quattro Paesi a cui era correlato il progetto: Marocco, Arabia Saudita, Iran e Indonesia. Per il Marocco Mustapha Ajbaili e Matthew Streib si sono occupati della riscoperta delle tradizioni culturali berbere; per l’Indonesia Jamila Trindle e Andreas Harsono hanno sviluppato un’analisi della setta islamica Ahmadi, considerata non sufficientemente musulmana. Al contrario, in Arabia Saudita, dopo l’11 settembre, le scuole sono state duramente criticate perché avrebbero incoraggiato il terrorismo nei confronti degli Stati Uniti e degli altri paesi occidentali: caso studiato da Asma Al Sharif e Kelly McEvers. Yasmin Ghahremani e Maryam Zolfaghar, infine, hanno valutato alcune questioni socio- religiose che riguardano il rapporto Usa-Iran.

Mustapha Ajbaili e Matthew Streib hanno trascorso due settimane tra il nord Africa e l’America orientale alla scoperta della cultura amazigh. Questo termine - solo recentemente entrato nell’uso comune - viene impiegato per indicare la popolazione berbera del nord Africa. Mustapha, cresciuto in un piccolo villaggio berbero del sud est del Marocco, oggi è uno studente venticinquenne del master in giornalismo e comunicazione di massa dell’università americana de Il Cairo, nonché collaboratore per le politiche musulmane sul sito islamonline.net. Matthew, invece, è americano; vive in Marocco grazie ad una borsa di studio, ed è impegnato da cinque anni come giornalista esperto di paesi arabi (è stato in Egitto, Libano, Palestina e Giordania). La prima settimana i due si sono spostati tra Rabat, Casablanca e Agadir; la seconda hanno viaggiato negli Stati Uniti, in un viaggio tra le associazioni culturali berbere che lavorano per una sempre maggiore consapevolezza delle minacce alla cultura e alla fede locali: tra queste l’Acaa, Associazione Boston Amazigh, o l’Mca, Movimento Culturale Amazigh. Oggi, nel quinto anniversario della controversa nuova legge sulla famiglia, gli attivisti berberi sostengono di avere meno diritti rispetto a quanti ne avessero prima dell’indipendenza marocchina: il codice della famiglia del 2004, meglio conosciuto con il nome arabo di mudawana, è stato introdotto a sostituzione di una preesistente legge vecchia 46 anni, nell’intento di migliorare la parità tra sessi e proteggere i diritti delle donne. Gli amazigh, però, lo vedono come un grave passo indietro, per quanto il governo marocchino tenti di spacciarlo come innovazione: «Il cambiamento è particolarmente significativo nella storia delle donne marocchine, visto che garantisce loro uguaglianza, giustizia e dignità», conferma Mohamed Benaissa, ministro degli esteri marocchino. Amina Bencheikh, membro del Royal institute for the amazigh culture (Ircam), è di tutt’altro avviso: «Già la vecchia legge garantiva alle donne tutti questi diritti. Il governo marocchino ha scelto di cancellare le vecchie leggi perché vuole cancellare l’identità berbera. Questi cambiamenti nella legge sulla famiglia non sono affatto significativi». Anche Ahmed Asid, ricercatore di Ircam, è d’accordo: «Non è niente di nuovo per i berberi marocchini. L’unica differenza è che la nuova legge è impacchettata e diffusa nello stile moderno della retorica occidentale».
 
La “questione berbera” è diventata un campo minato in Marocco, un argomento tabù che molti ufficiali evitano di affrontare. «L’attività delle organizzazioni amazigh continua a fare pressione per garantire maggiori diritti – spiega Mustapha –. Qualcosa sta già cambiando: oggi, finalmente, la discussione parte da un focus molto più concreto rispetto al solito: l’inserimento come linguanazionale dell’idioma amazigh nella Costituzione. Così facendo, gli amazigh dimostrano al governo il genuino desiderio di fare avanzare la loro cultura e la loro identità». Un disilluso Matthew critica però il poco interesse delle associazioni, come il Royal Institute for the Amazigh Culture verso le cause politiche, per quanto poi si dimostri particolarmente attento alle attività culturali, come arte, teatro e musica. «Per di più, con la crisi economica e l’alto tasso di disoccupazione, la questione amazigh certo non è tra le prime nell’agenda del governo marocchino».
 
Spulciando nel blog del progetto sul sito di Icfj, non mancano i commenti alle pubblicazioni. Un ragazzo berbero nordafricano scrive: «Se solo la smettessimo di volere per forza correggere il passato, se la nostra infinita sete di vendetta si placasse definitivamente, se imparassimo ad accettare gli altri, potremmo provare a correggere il futuro, non solo per noi, ma anche per le generazioni future». Il giornalista marocchino sottoscrive l’invito, grazie anche ad una precisa visione della linea del tempo, che vede come continuum, non divisibile tra passato e presente, e un’idea specifica delle potenzialità umane: «Inutile perder tempo pensando al passato, molto meglio concentrarsi sul presente. Abbiamo il potere di dimenticare, anche se più spesso ciò di cui si ha bisogno non è dimenticare, ma perdonare».
 
Non manca, però, una precisazione: «È vero che possiamo tutti vivere in pace, ma in primo luogo dobbiamo vedere riconosciuti a tutti i diritti». «Non sono d’accordo – dissente Matthew –. È una posizione troppo idealistica. Facile dire che dobbiamo camminare insieme, ma quando qualcuno non è d’accordo con te, non lo sentirai mai come uguale, a maggior ragione nelle condizioni attuali». Il programma prevedeva anche un momento di studio sulle modalità con le quali i media americani coprono la religione islamica. Mustapha giudica troppo generalista e stereotipata la visione a stelle e strisce: «Quando una televisione americana mostra una donna, che sia afghana, saudita o iraniana, col velo che la copre da capo a piedi, è come se volesse dire: “Guardate il tipico abito islamico. Questo è ciò che la loro religione chiede, e rappresenta quello che le donne musulmane sono: oppresse e senza libertà”. Io scrivo per cambiare questo stato di cose, soprattutto per oppormi alle generalizzazioni e alle stereotipizzazioni. Le donne berbere dei tradizionali villaggi musulmani, hanno più potere degli uomini. In tutta la tradizione berbera le donne hanno più potere degli uomini: sono leader di gruppi tribali e comandati dell’esercito, come Tihya, al comando dell’esercito berbero che sconfisse l’invasione degli arabi dell’est 1300 anni fa». Il lavoro di Mustapha e Matthew ha quantomeno il merito di aver tentato di accorciare le distanze tra i due paesi, attraverso la conoscenza reciproca e la costruzione di nuove prospettive di ricerca. A fronte di un grande impegno per la distensione dei rapporti, Matthew denuncia la fatica a trovare qualcuno che pubblichi il progetto: «“Troppo straniero”, dicono. Credo voglia dire che il progetto non abbia un soggetto “di moda”, come l’Iran, la Cina o la Russia. È difficile che gli americani si interessino all’Africa, al Sud America o all’Asia sudorientale. Vogliono l’Europa, la Russia, l’Asia orientale».
 
La comunità indonesiana è particolarmente soggetta alle repressioni da parte dei fondamentalisti musulmani. Per raccontarne la straziante situazione attuale, Faith in Media ha inviato in Indonesia Jamila Trindle, giornalista americana di National Public Radio (Nps) e Andreas Harsono, collaboratore di Gatra Magazine, il giornale principale di Jakarta. «In Indonesia c’è la setta Ahmadyya, una piccola comunità islamica, nata nel 1889 nella regione del Kashmir, in India – racconta Harsono –. Gli ahmadi hanno principi leggermente differenti dall’islam, un profeta diverso e un altro libro sacro, oltre al Corano. Questa è considerata dai fondamentalisti un’eresia». Il giornalista indonesiano conferma che gli ahmadi vengono continuamente perseguitati: i fondamentalisti bruciano le loro case e le loro scuole e li cacciano dai centri delle città, obbligandoli a vivere in baracche periferiche. Proprio per questi motivi la minoranza ahmadia reclama il rispetto dei diritti umani e legali da parte del governo indonesiano. Chi sta al potere, infatti, è sottoposto alle intimidazioni e alle pressioni dei fondamentalisti islamici, che sembrano non tollerare le minoranze religiose presenti nel territorio. «Gli ahmadi protestano perché si considerano anch’essi islamici e non capiscono questi continui attacchi alla loro fede – afferma la Trindle dopo il suo viaggio a Jakarta –. Negli ultimi anni sono diventati addirittura dei rifugiati, costretti a vivere ai margini della capitale, nei sobborghi, in dimore di assoluta emergenza». Il governo – conclude la reporter americana – non li protegge e non rende di fatto il paese democratico». Questa condizione di paura e sofferenza, è testimoniata in un documentario di quattro minuti, visibile a questo link: http://worldfocus.org/blog/2009/10/22/religious-minority-clamors-for-legal-rights-in-indonesia/7952/. 
 
Dopo l’11 settembre, le scuole saudite sono state pesantemente criticate. Molti teorici, infatti, hanno sostenuto che quell’evento fosse dovuto anche ai programmi e ai libri di testo delle scuole, che inneggiavano al terrorismo contro gli Stati Uniti e contro gli altri Paesi occidentali. Asma Al Sharif, una collaboratrice saudita di Arab News e dell’agenzia Reuters, e Kelly McEvers, una giornalista americana di Npr, hanno visitato le scuole dell’Arabia Saudita, per capire se, a livello educativo, è cambiato qualcosa dopo la fatidica data che ha segnato la recente storia contemporanea. «Abbiamo intervistato diverse persone a Jeddha e a Riyad, ascoltato ufficiali, personalità del ministero dell’educazione, studenti, insegnanti delle principali zone dell’Arabia Saudita, studiato libri di testo e visto lezioni scolastiche – ci ha raccontato la giornalista Kelly McEvers –. Abbiamo scoperto che, nonostante in Arabia si parli di riformare il sistema educativo da anni, nulla è ancora effettivamente cambiato». Il ministero dell’educazione, infatti, è molto conservatore, ed è difficile, per il governo arabo, modificare ciò che esiste da sempre. Negli ultimi 30 anni il governo dell’Arabia Saudita ha speso ingenti quantità di denaro per costruire college e università, per permettere ai ragazzi di studiare ogni tipo di religione. Dopo il 1979, anno della rivoluzione iraniana, i sauditi hanno anche cercato di creare nuovi regolamenti religiosi, con principi differenti dai precedenti. «La costituzione religiosa però è diventata troppo potente ed è sotto il completo controllo del governo». Quindi, ogni tentativo di riforma risulta problematico. Conclude la McEvers: «Tra il passato e oggi, purtroppo, non esistono ancora differenze significative ».
 
Guardare l’Iran da una prospettiva singolare, scalfire alcuni pregiudizi con cui il mondo occidentale guarda l’Islam. Yasmine Gahremani, reporter freelance di base a New York e Maryam Zolfaghar, collaboratrice del giornale iraniano Etemaad, erano state selezionate dalla commissione del Faith in Media Project per filmare un documentario sull’assistenza sanitaria garantita alle donne che partoriscono negli ospedali iraniani. In particolare, sul sostegno assicurato alle donne sfortunate che subiscono complicazioni durante l’aborto. «In Iran – spiega Gahremani – quando una donna va in ospedale per abortire, ci sono delle stanze apposite se la sua vita è in pericolo. Questo tipo di servizio sanitario non esisteva durante il governo dello scià». Perché in Iran abortire non è illegale. La donna può decidere di interrompere la gravidanza in alcuni casi previsti dalla legge: quando è in pericolo di vita o se il nascituro rischia di soffrire di handicap fisici o mentali. La legge consente alla donna di abortire entro i primi quattro mesi di gestazione. Lo sguardo incrociato di due giornaliste, una iraniana e l’altra statunitense, offriva completezza al documentario. Purtroppo le elezioni di giugno in Iran e gli scontri seguiti al loro risultato hanno fermato la messa in opera del progetto. «Volevamo girare una parte del documentario in Iran e una parte negli Usa, ma , finora, non siamo riuscite a filmare la storia da nessuna parte», conclude la Gahrenmani. Un esempio di come, affinché Faith in media abbia un seguito, bisognerà avere fede soprattutto nel progetto.
 
  • Ambra Notari, Luigi Serenelli, Enrico Turcato
 


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