«“Controinformazione” è un concetto che presuppone l’esistenza di un’informazione ufficiale che ha interesse a raccontare i fatti in un certo modo e quella di una “verità alternativa” che ad essa si contrappone. Questa verità alternativa all’inizio è sempre piccola e debole e ha anche un limite enorme: il punto di vista ideologico. È inutile negarlo. Nelle proprie ricerche si viene guidati da ciò per cui si parteggia».
Questa stagione giornalistica fiorì negli anni della contestazione, quando si sperava che il mondo potesse cambiare, a partire proprio dal mondo in cui esso veniva raccontato. Storicamente il periodo della controinformazione nacque negli anni della strategia della tensione, con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969.
«All’epoca militavo nelle file di Lotta Continua – spiega Enrico Deaglio- e ricordo che la strage di Piazza Fontana fu un evento inaudito sotto due punti di vista. Non s’era mai vista in Italia una bomba in una banca con tutti quei morti. Si capì subito che c’era una grossa posta in gioco. Per noi della sinistra extraparlamentare l’evento rappresentò un problema: fummo additati come responsabili della strage. Da un lato volevamo conoscere la verità, dall’altro dovevamo difenderci dalle accuse. Non eravamo del tutto sicuri che la bomba non fosse stata messa dagli anarchici, perciò decidemmo di fare una prima inchiesta nel nostro mondo».
Che metodo seguiste? Quali fonti interpellaste?
Gli anarchici stessi. Il metodo seguito a volte era piuttosto spiccio. Si pigliava la persona, la si metteva da parte e le si diceva : “Adesso me la racconti giusta”. Stare dalla stessa parte della barricata aiutava la comunicazione. In più, essendo il periodo in cui circolava un po’ di droga, alcune persone meno affidabili potevano essere facilmente ricattabili. E quest’opportunità veniva sfruttata, senza fare violenza.
Se in qualche circoletto anarchico qualcuno avesse ventilato aspirazioni “bombarole”, l’avremmo detto. Ne sono sicuro. Perciò dall’inchiesta sulla bomba di Piazza Fontana avemmo la certezza che nessuno dei “nostri” era coinvolto nella storia .
Ci furono inchieste della sinistra extraparlamentare sugli ambienti fascisti?
Una, quella di Marco Liggini. Era un militante di Potere Operaio, un reporter di razza che cominciò a indagare sui neofascisti romani. Sui suoi primi lavori si formò un pool di giornalisti, e fra loro c’era anche Piero Scaramucci, poi giornalista Rai e direttore di Radio Popolare. Il gruppo produsse l’inchiesta collettiva La strage di Stato, che è ancora un volume fondamentale per capire quel fatto. Chi si opponeva alla nostra visione era il Pci, per il quale era inaccettabile l’idea stessa di strage di Stato. E se anche fosse avvenuta non lo si sarebbe potuto rivelare.
Come reagì invece la fetta di società non politicizzata?
Non ci fu una particolare reazione. Noi eravamo i loro nemici, sempre e in ogni caso. Facevano manifestazioni contro di noi. Con l’autunno caldo, le lotte operaie, la nascita del sindacato, gli aumenti salariali e la conquista di maggiore potere decisionale da parte degli operai, ci fu una parallela ascesa del Pci. Il timore di una certa borghesia era che i comunisti andassero al governo e togliessero il segreto bancario, impedissero importazioni di capitali dall’estero e tutte queste cose che toccavano direttamente la maggioranza silenziosa.
Chi speravate di raggiungere con le vostre inchieste? Quali coscienze andavano smosse?
Certamente quella del Pci. La sponda era quella. La maggioranza silenziosa al contrario era inarrivabile, non si poteva coinvolgere.
Il 1969 fu anche l’anno in cui a Torino nacque il movimento di Lotta Continua e con esso l’omonimo giornale, che fu tra i protagonisti della controinformazione negli anni ‘70. Deaglio ricorda il momento in cui l’organizzazione venne battezzata: «La leggenda narra di un operaio che davanti al cancello della Fiat Mirafiori gridò “la lotta continua”, dando di fatto il nome al gruppo». Fra i giornalisti che vi lavorarono, molti oggi sono divenuti professionisti. «Io fui tra i fondatori - racconta Deaglio - Il progetto nacque dall’idea del movimento studentesco di spostare il terreno di lotta dalla scuola alle fabbriche. Per gli studenti si trattava di andare di fronte ai cancelli delle fabbriche, distribuire volantini e organizzare la rivolta. L’ambiente operaio stava conquistando visibilità di giorno in giorno: lotte per l’aumento del salario, per il riconoscimento di turni lavorativi più umani e per condizioni di vita migliori. Stavano emergendo forze sindacali in grado di scalzare quelle commissioni interne molto burocratizzate che avevano interesse a lasciare lettera morta le richieste dei lavoratori.»
In quel contesto era decisivo possedere strumenti di comunicazione, che fossero volantini, fogli, manifesti affissi per strada, periodici o quotidiani. Lotta Continua, in un primo tempo uscì come settimanale e dal 1971 come quotidiano. Nacque a Milano. «Era venduto in edicola al prezzo di 50 Lire e veniva diffuso sull’intero territorio nazionale – aggiunge Deaglio -. Era fatto in un piccolo appartamento, poi veniva spedito in tipografia e stampato. Era una cosa molto artigianale, ma dal punto di vista giornalistico fu un elemento nuovo, sia come grafica che come formato. Fummo noi a inventare il tabloid. Poi nel 1972 fu lanciata una grande sottoscrizione che permise di uscire con un ritmo quotidiano».
Com’era il panorama dei fogli di sinistra?
Un giornale molto interessante era Il potere operaio del lunedì, un periodico che in prima pagina aveva sempre bellissime foto. Poi c’era Il manifesto, a onor del vero il primo quotidiano della sinistra extraparlamentare, nato nel 1971.
Fra i vari gruppi di sinistra estrema il rapporto era concorrenziale?
Enormemente concorrenziale. Per ogni gruppo avere un giornale era come adesso avere una televisione. Era uno strumento per fare conoscere proprie le proprie idee, la propria storia e per dare appuntamenti e ordini del giorno. Ognuno trovava un modo personale per spargere la voce e farsi conoscere. Ricordo un’esperienza incredibile, quella dei marxisti-leninisti. Avevano un giornale, Servire il Popolo, che non veniva distribuito in edicola ma affisso ogni mattino alle sei alle fermate dell’autobus. È chiaro che per compiere un’operazione del genere ci deve essere un livello di militanza straordinario. Comunque, i periodici distribuiti nelle edicole in Italia verso la metà degli anni ’70 erano cinque: Il manifesto, Lotta Continua , Il quotidiano dei lavoratori, Potere operaio,l’Unità.
Quali erano le attività svolte da chi lavorava nel giornale?
Concretamente c’era da fare un quotidiano, quindi dare notizie. Bisognava essere la voce del “partito”, anche se in realtà non lo eravamo, almeno non nel senso strutturale del termine. Esistevano però una segreteria, commissioni operaie, un comitato nazionale, gruppi d’intervento, gruppi culturali. Il giornale rifletteva questa organizzazione. Alla fine l’ultima decisione spettava sempre alla segreteria politica. La cosa buffa, o quantomeno non prevista, è che nel ’76 Lotta Continua si sciolse e l’anno prima aveva fatto il suo primo grande congresso di fondazione a Ravenna. Il giornale, però, sopravvisse e incrementò i suoi lettori proprio a partire dal 1976, un po’ perché non esisteva più un partito che gli mettesse la cappa addosso e quindi era più libero, un po’ perché era un momento di grandi cambiamenti.
Lei personalmente di cosa si occupava?
Quando uscì il giornale io facevo il medico: mi ero appena laureato a Torino e nel frattempo militavo in Lotta Continua. Nel ’74 fui chiamato a Roma perché volevano che dessi una mano con il giornale e mi misi in aspettativa sei mesi. A questa ne seguì una di un anno, poi trovai un posto da medico a Roma, così rinunciai al mio posto a Torino. Poi, diciamo per via degli eventi, smisi progressivamente di fare il medico per fare il giornalista. Due anni dopo, nel 1976, diventai direttore del giornale. In quegli anni introducemmo delle innovazioni giornalistiche che ancora adesso sono riconosciute. Per esempio ampliammo il dibattito pubblicando molte lettere e in mezzo al giornale infilammo un paginone di approfondimento culturale.
Che linea editoriale seguì come direttore di Lc?
L’idea principale era raccontare i movimenti della società, ciò che succedeva alla base, sia per quanto riguarda le lotte, sia per quanto riguarda i temi e le problematiche a cui dare spazio. Lotta Continua era un giornale in grado di introdurre nuovi argomenti. Esistevano fatti e temi che, non avendo i crismi della notizia, venivano esclusi dal circuito dell’informazione. Per esempio le condizioni di lavoro, gli ospedali psichiatrici, le carceri, i movimenti democratici delle caserme, insomma tutto ciò che sembrava non esistere perché non aveva una rappresentanza istituzionale. Lotta Continua al contrario ne parlava. Aveva la capacità d’intercettare informazioni che provenivano da esperienze reali che il Corriere della Sera e la neonata Repubblica non avevano.
Questi temi interessavano a tal punto che nel corso del suo primo anno di vita Repubblica non riuscì a vendere più di Lotta Continua e fu costretta, inizialmente, a rincorrerci e inseguire i nostri stessi temi. In più Lotta Continua sapeva dare impulso ai dibattiti d’idee. Parlò di femminismo, di diritti dei gay. Poi c’erano collaborazioni con persone in grado di fornire notizie dal mondo. Anche questo non era così facile da trovare negli altri giornali. Noi eravamo particolarmente interessati ai movimenti più o meno rivoluzionari del mondo, e talvolta riuscimmo ad arrivare per primi. Il caso più clamoroso fu quello della rivoluzione in Iran del 1979, che seguì in un primo tempo Carlo Panella, oggi opinionista di Mediaset, e in seguito io stesso. Eravamo gli unici ad avere un corrispondente già sei mesi prima dello scoppio della rivoluzione khomeinista.
Contro quale sistema si faceva la rivoluzione?
Per noi di Lotta Continua non c’era grande differenza fra Dc e Pci, perché erano due facce dello stesso sistema che aveva come scopo l’affossare i movimenti appena nati. Il Pci pagava lo scotto di essere un partito burocratizzato e sempre pronto al compromesso. Questo nella nostra ottica era inaccettabile. Con l’andar del tempo, però, Lotta Continua si strutturò tanto da diventare un partito ed entrò a far parte del sistema. Partecipammo alle elezioni del ’76 con il cartello Democrazia Proletaria che alla fine ottenne sei deputati. La convinzione era che diffondere esempi di lotta e organizzarne di nuovi desse la scossa alla società.
Non pensavamo che ci fosse bisogno di qualcuno che dicesse cosa fare, ma piuttosto che tutto potesse nascere spontaneamente e che già negli esempi fosse racchiuso il nocciolo buono e la forma da seguire. L’unica cosa che rimaneva da fare era creare un collegamento. Questa visione fu chiamata “spontaneista”, in antitesi con quella leninista che considerava fondamentale il ruolo guida del partito. Chiaramente l’obiettivo finale era la rivoluzione. L’idea, confusa e non definita che avevamo in testa, era che sostenendo la diffusione di lotte, proteste e scioperi si sarebbe prodotto un cambio di governo. Avremmo ritenuto un successo anche solo far fuori la Democrazia Cristiana.
Quali notizie non venivano date perché erano contrarie alla causa rivoluzionaria?
Se le cose non andavano veniva detto, ma si prediligevano gli esempi positivi. Noi, comunque, non avevamo vincoli come L’Unità, giornale che non faceva nulla che non fosse dettato dalla segreteria del partito. In molti casi decidemmo di dare notizie per provocare i nostri lettori. In uno dei primi numeri del quotidiano Lisa Foa scrisse una pagina di grande elogio per Aleksandr Solženicyn e Arcipelago gulag. Ricevemmo moltissime lettere di comunisti che criticavano la nostra scelta, ma tenemmo duro. Per noi criticare l’Unione Sovietica non era certo un problema.
L’ottica rivoluzionaria di Lotta Continua fu però una delle cause della violenza di quegli anni. Lo avevate previsto o siete stati travolti dagli eventi?
Fummo travolti. Lotta Continua non rifuggiva affatto la violenza, anche se prediligeva quella che veniva chiamata “violenza di massa”, cioè quella delle piazze, delle manifestazioni. Alla fine però, il gruppo ebbe dieci militanti morti ammazzati, e per noi fu un’emozione davvero forte.
Quale fu l’inchiesta che riuscì a scalfire il sistema più nel profondo?
Quella che cito più volentieri risale al 1976. Avevamo in corso un movimento per autoridurre le bollette della luce. Bisognava andare casa per casa e fare propaganda: il concetto era che la luce doveva essere gratis. L’obiettivo era che le famiglie, alla fine, scrivessero sulla bolletta «autoriduzione del pagamento». Era un lavoro. Durante una di queste uscite, una giornalista capitò in una casa di Firenze dove una signora le fece delle confidenze su una specie di setta di ultradestra composta da poliziotti. Lei ne era a conoscenza perché era stato coinvolto anche il marito. La notizia fu passata ad un altro giornalista, Marco Ventura, che seguì la vicenda. Nel maggio 1976 uscì il risultato dell’inchiesta: in una villa poco lontana da Arezzo c’era un organizzazione eversiva segreta, la P2, alla cui guida c’era un materassaio di nome Licio Gelli. Le tre puntante che pubblicammo furono una bomba. Purtroppo il quarto giorno avvenne il terremoto in Friuli e l’inchiesta fu sospesa, senza avere poi alcun seguito nel futuro.
In che modo fu condotta l’inchiesta?
La fonte principale fu proprio la signora ascoltata dalla nostra giornalista durante la campagna per al riduzione delle bollette. Poi i giornalisti che se ne occuparono andarono sul posto. Ad esempio, per capire chi fossero i frequentatori della villa di Gelli, si presero le targhe delle macchine. In più si mise a fuoco Gelli, la sua fabbrica di materassi e i suoi legami con le alte sfere della politica.
Ci sono stati casi in cui le vostre informazioni sono state confermate da organi istituzionali?
Durante l’affare Sindona avevamo la nostra “gola profonda” nella Banca d’Italia, che ci fornì documenti e informazioni riservate. Fra noi c’era un buon rapporto cementato da una reciproca stima.
Perché scelsero proprio voi come referenti?
Perché pensavano di poterci mandare in avanscoperta su un terreno minato come quello. Eravamo un giornale di estrema sinistra, quindi era lecito che ci occupassimo di certi argomenti. Lo facevamo anche bene.
Come si fa a stringere un rapporto di fiducia con una fonte del genere?
Si coltiva il rapporto. Più che le continue telefonate, ciò che lega è la frequentazione. Ne ho avute parecchie di amicizie di queste tipo. Per esempio, per quanto riguarda un funzionario della Banca d’Italia, si può dire che eravamo amici. Spesso ci vedevamo a casa sua. Lo stesso vale per un dirigente della Fiat, con cui divenni amico e che incontravo sovente per avere informazioni. Io dicevo cosa accadeva dalla mia parte, lui dalla sua.
Come sono cambiate oggi le tecniche della controinformazione rispetto agli anni ’70?
La differenza macroscopica sta nel grandissimo numero di immagini di cui siamo in possesso. Per esempio, se in occasione della morte di Carlo Giuliani, durante il G8 del 2001, non ci fosse stato quello stuolo di telecamere e fotocamere a riprendere l’evento, ci sarebbe ancora qualcuno che sostiene che il ragazzo è stato colpito da una pietra, che gli hanno sparato i suoi o altre versioni differenti. Le immagini, al contrario, svelano che a sparare è stato l’agente dei carabinieri, Mario Placanica.
Ma se l’immagine che mostra la verità è già in nostro possesso, su che cosa deve essere incentrata l’inchiesta?
Nel caso di Genova bisognava capire prima di tutto se fosse stato preordinato lo scontro tra la polizia e i manifestanti. Molti elementi facevano pensare che quest’ipotesi fosse corretta. Poi c’erano i black block, sui quali non sono mai riuscito a ottenere informazioni dirette. Sono letteralmente scomparsi. Come fonti dirette, invece, s’intervistarono le persone picchiate, quelle che avevano assistito agli scontri.
Crede che oggi sia più facile fare controinformazione?
Oggi gli strumenti che si possiedono sono più potenti e decisamente poco costosi. Il problema è che ci si accontenta. Per esempio, posso farmi mandare i verbali di un processo via e-mail. Però tendo a non andare oltre e mi limito agli atti giudiziari, punto e basta. Il modo migliore di fare giornalismo è sempre quello di andare sul posto, sentire le persone, raccontare i luoghi, vederli con i propri occhi. Lì poi vengono le ispirazioni. Sciascia, che fece un’inchiesta sul rapimento Moro e fece parte della Commissione parlamentare d’inchiesta una volta mi disse: «A me piace guardare delle facce e leggere delle carte». Oggi invece si è perso questo contatto fisico con la materia dell’inchiesta.
Eppure anche quando in un’inchiesta c’è questo contatto fisico con le fonti non è detto che si ottengano risultati. Nel documentario Uccidete la democrazia! lei ha adoperato quel metodo ma la classe politica non ha avuto nessuna reazione.
Sinceramente non ho più la forza per affrontare l’indifferenza della politica. Ci sono stati brogli elettorali in Italia durante lo spoglio delle schede, è provato dai dati del Viminale,, che furono volontariamente falsati. La notte delle elezioni si era parlato di 40 mila schede nulle da riconteggiare. Tre giorni dopo il governo aveva già ritrattato e alla fine non se ne fece nulla.
Perché nessuna forza politica ritenne opportuno fugare i dubbi?
Perché nessuno aveva interesse. Era un fatto troppo grosso. L’accusa era di attacco alle istituzioni, di colpo di Stato. L’unico che ebbe un po’ di coraggio fu Giuliano Amato, ministro degli Interni del governo Prodi, che decise di sospendere il voto elettronico.
Ha avuto ripercussioni dal punto di vista giudiziario?
Sono stato indagato e poi condannato al pagamento di un’ammenda di 309 euro per aver diffuso notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico. S’incappava spesso in questo tipo di reato durante le contestazioni degli anni ’60. L’accusa era di aver detto che i risultati emessi dal Ministero degli Interni fossero definitivi, invece, secondo la legge, sono provvisori. I definitivi li dà la Corte di Cassazione dopo 15 giorni, ma che in sostanza non si discostano da quelli del Viminale.