Si chiama food sovereignity, sovranità alimentare. È una sfida ambiziosa: restituire ai Paesi, ma soprattutto alle persone, il controllo sulle proprie scelte alimentari. Perché non è ammissibile che siano giochi di potere tra Stati, industrie, mercati a stabilire i nostri consumi. Non è più possibile che un’intera classe di agricoltori, come è accaduto ai produttori di riso di Haiti, sia ridotta in miseria dallo Stato, che impone l’importazione di riso dalle aziende statunitensi. Non è più concepibile che le donne, in molti Paesi, non abbiano libero accesso alle tecnologie, alla terra, all’acqua. Né che il 60% delle persone che soffrono la fame siano proprio donne.
La sfida è grande. «Ma non abbiamo obiettivi troppo ambiziosi, piuttosto politiche non abbastanza efficaci». Parola di Raj Patel, scrittore e attivista americano di padre fijiano e madre kenyota: è lui che all’International Forum on Food and Nutrition, organizzato da Barilla a Milano, traccia passato, presente e futuro delle lotte per assicurare a tutti, oltre al cibo, la sovranità su quel cibo. «Ricordate l’esempio delle Pantere Nere che negli anni ’60, per combattere la discriminazione, portavano la colazione nelle scuole ai bambini afroamericani? Con la loro mobilitazione – spiega – obbligarono il governo ad attivarsi e a riorganizzare i programmi scolastici». La lezione che dobbiamo trarre? «Bisogna ribellarsi prendendo il potere nelle proprie mani: è l’unica strada per cambiare la politica».
La conquista della sovranità alimentare, così, passa anche per la denuncia e l’emancipazione dei 100 contadini che fino al 2007 nel Sud della Florida hanno vissuto in condizioni di schiavitù, senza diritti alcuni, figurarsi quelli sul cibo. Passa per le campagne, di cui Raj Patel è animatore, contro i giocattoli-gadget e la pubblicità attraente di McDonald’s, «che spingono i bambini, ancora incapaci di distinguere tra reclame e bugia, verso visioni irrazionali del cibo». Il segreto, dunque, è la mobilitazione: a nulla serve aspettare le mosse di governi e multinazionali, «che al massimo, come ha fatto Coca Cola, propongono la bevanda Diet Plus, ricca di vitamine, come se fosse la soluzione alimentare del secolo», continua lo scrittore. Bisogna invece allearsi e «sfidare il potere, condizionando le sue scelte».
Raj Patel chiama, Carlo Petrini, fondatore e presidente onorario di Slow Food, risponde: «Dobbiamo rafforzare le reti di solidarietà, lavorare con i piedi nel locale, a sostegno dei contadini e delle comunità emarginate, e allo stesso tempo una visione globale». Lavorare per riscoprire il valore del cibo, che è stato mercificato, ridotto al concetto di prezzo, «quando tra valore e prezzo c’è un’enorme differenza». Guai a obiettare che il cibo di qualità, quello biologico, quello prodotto dai contadini che dovremmo sostenere al posto delle grandi aziende, costa troppo: il valore deve essere pagato, ribatte il patron del mondo slow. «Che senso ha risparmiare comprando cibo di scarsa qualità e poi spendere per le medicine che ne curino gli effetti? – spiega Petrini –. Perché nessuno mette invece in discussione quanto spendiamo in telefonini?». Occorre poi lavorare contro gli sprechi, «contraendo i consumi di chi sinora ha mangiato troppo e convergendo il cibo verso chi ha mangiato troppo poco».
Una redistribuzione più equa del cibo potrà avvenire solo attraverso una «decolonizzazione del pensiero», secondo Petrini. Dobbiamo ripensare, cioè, i nostri consumi, al di là dei condizionamenti che giungono dall’alto. In che modo? Con la mobilitazione e il “richiamo all’ordine” della politica, come suggeriva Raj Patel. E proponendo non un modello culturale unitario, ma un’alleanza tra le diverse sensibilità socioculturali che ci caratterizzano, aggiunge Claude Fischler, direttore del Centre National del la recherce scientifique. Perché, spiega, «la cultura non va pensata in termini di mainstream, fabbricata dall’alto, ma come insieme di singole mentalità che vanno incentivate a fare rete». Rispettando quindi, pur nelle mille difficoltà che ciò comporta, quel che Carlo Petrini definisce efficacemente «biodiversità culturale». La strada verso la conquista della sovranità alimentare da parte dei cittadini, dunque, è a ostacoli. Ma una traccia c’è.