Due secoli di camorra


Nell’applaudire il super-boss della ‘ndrangheta Giovanni Tegano, la folla non acclama un criminale, ma un imprenditore del territorio, che dà lavoro, benessere, stabilità, contrastando la disoccupazione endemica del Meridione. «Perché – spiega Francesco Barbagallo, studioso di storia contemporanea dell’Università di Napoli – negli ultimi decenni le mafie sono diventate il potere centrale in molte aree del Mezzogiorno».

Dalla fine degli anni Ottanta Barbagallo è impegnato in una ricerca tesa a ricostruire la storia dell’organizzazione criminale campana, e il suo ultimo libro, Storia della camorra (Laterza), è il primo tentativo di raccontare la camorra nella sua evoluzione storica, dall’inizio dell’Ottocento fino ai nostri giorni. Una narrazione accurata e ricca di fonti che scioglie gli snodi fondamentali in cui la camorra cambia volto. «All’inizio del Novecento – spiega lo storico – si assiste al passaggio da una “camorra plebea”, fatta di piccoli criminali, a una “camorra elegante”. I camorristi si avvicinano alle classi borghesi e aristocratiche iniziando a operare in settori come l’usura e le case da gioco».

«La camorra contemporanea invece – continua lo studioso – vive un trionfo radicale durante gli anni Sessanta, quando il porto di Napoli diventa il principale centro di smistamento per il contrabbando del tabacco. Napoli diventa appannaggio di Cosa Nostra che si impone sulla criminalità napoletana. Negli anni Settanta si arriva così a una sorta di “mafizzazione” della camorra, con nuove forme di alleanza».

Le storie raccontate da Francesco Barbagallo non sono storie di denuncia, non sono inchieste giornalistiche e non suscitano l’avversione dei camorristi. «Anzi – dice Barbagallo –, di fronte ai miei libri si sono dati un tono. Perché li faccio diventare personaggi storici». Eppure il valore della ricerca storica non si esaurisce nella memoria di avvenimenti e nomi. «La storia ha il pregio di offrire uno sguardo globale sui fatti. Rispetto alla cronaca, riesce a comprendere quei processi di trasformazione che, nell’immediatezza dell’attualità, rimangono in ombra».

La lettura del quadro e dell’evoluzione storica diventa così necessaria per comprendere una realtà che non si può sconfiggere solo con la repressione e con le azioni giudiziarie. «L’attacco dello Stato alla criminalità – continua Barbagallo – può infliggere colpi strategici, ma non basta. Il punto drammatico è che, a fronte di questi successi delle forze dell’ordine, non si ha nessun indebolimento. Ormai i camorristi sono imprenditori moderni e di respiro internazionale con un ruolo crescente nei tessuti sociali e lavorativi». A Napoli la camorra presta soldi a tassi di interesse più bassi rispetto a quelli bancari. In Campania, e in particolar modo nel napoletano e nel casertano, le imprese corrotte dalla criminalità battono sul piano della concorrenza le imprese oneste, soffocando così l’economia pulita.

Una situazione risultante da un processo di lunga durata, che Barbagallo fa risalire al 1973. «In quell’anno – spiega lo studioso – viene interrotto l’intervento straordinario dello Stato per l’incremento economico e sociale del Mezzogiorno. Il Sud viene abbandonato ai suoi problemi irrisolti e, mentre finisce lo sviluppo del Meridione, inizia quello della camorra». «Non ci sono – conclude Barbagallo – soluzioni immediate per sconfiggere le mafie. Perché alla repressione deve necessariamente affiancarsi una trasformazione produttiva e imprenditoriale del Mezzogiorno».

Cristina Lonigro
 


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