«Le carceri sono osservatori privilegiati per capire cosa succederà nella comunità esterna tra qualche anno», sostiene Giulio Starnini, ex presidente di Medicina penitenziaria e direttore del reparto di Medicina protetta dell’Ospedale Del Colle di Viterbo. «Negli anni successivi al ’68 nelle nostre carceri c’erano già i primi casi di dipendenza da eroina, fenomeno che poi è stato conosciuto in tutta la nostra società. Nel 1984, in carceri di grandi città come Roma o Milano, cominciavano ad esserci i primi casi di contrazione del virus dell’Hiv, a quei tempi considerato come una malattia d’oltreoceano che colpiva solo gli omosessuali e che a distanza di un anno è diventata la peste del secolo».
La concentrazione di patologie è il fattore principale da contrastare per evitare che le persone che escono dal carcere infettino le persone sane. I dati della Società italiana di medicina e sanità penitenziaria, dicono che, su un campione di mille detenuti convinti a fare il test dell’Hiv, i malati sono risultati il 7,5%. Inoltre il 10% dei detenuti ogni anno contrae un’infezione tubercolare e il 38% ha l’epatite B.
Il Servizio sanitario nazionale dal primo ottobre 2008 ha preso in gestione la tutela sanitaria e psicologica dei detenuti. Ogni anno sono 100 mila le persone che entrano ed escono dalla galera, tutti necessitano di adeguate cure mediche e per loro si spendono tanti soldi. L’obiettivo è quindi quello di evitare al 100% il rischio di contagio con le altre fasce della popolazione cercando di contenere le spese, perché il questo momento di crisi potrebbe risultare difficile fare altri investimenti. Il passaggio della gestione sanitaria dal ministero della Giustizia al ministero della Salute, attiva dal primo ottobre 2008, intesta alle regioni non a statuto speciale la responsabilità della tutela sanitaria dei detenuti.
«Le regioni più attente - sottolinea Starnini - congelano la situazione e garantiscono che il personale continui a svolgere le attività, rinviando le implementazioni all’anno prossimo». Tutte le regioni a statuto speciale invece gestiscono come meglio credono la tutela sanitaria dei detenuti. Su di loro c’è il pressing dei direttori. «La complessità delle cure mediche in carcere - dice Nunziante Rosalia, direttore dell’Opg di Barcellona Pozzo si Gotto - richiede una alta specializzazione del personale. Anche la sola “sindrome da prigionizzazione” presuppone problematiche più complesse e richiede quindi una professionalità accentuata».
La concentrazione di circa 60 mila detenuti nei nostri istituti penitenziari e la mancanza di 17 mila posti letto impongono una riflessione sull’edilizia penitenziaria. Il Governo presenterà a breve la bozza di riforma della Giustizia ad opera del Ministro Angelino Alfano e di Nicolò Ghedini. Cinquanta articoli che verranno presentati probabilmente il 19 dicembre durante il Consiglio dei Ministri. Sul campo dell’edilizia penitenziaria le decisioni governative sembrano essere orientate verso l’apertura di un circuito di “minima sicurezza” destinato alla detenzione, in penitenziari prefabbricati pronti in dieci mesi, dei detenuti ritenuti “non pericolosi”.
Per quanto attiene alle malattie infettive invece Starnini ha le idee chiare. «Tutte le unità operative di malattie infettive - dice Starnini - devono farsi carico delle responsabilità organizzative e gestire, nei reparti ospedalieri e non nei penitenziari, la prevenzione e l’opera terapeutica, perché il lavoro in carcere è un lavoro fatto per il futuro della società». Il sovraffollamento e la mancanza di spazi adeguati è un problema che va risolto perché sa esso nascono altri problemi che complicano la situazione. Due anni fa il Parlamento votò l’indulto e le carceri italiane si svuotarono, oggi siamo punto e a capo.
La riflessione sulla funzione rieducativa della pena ci porta oggi a riconsiderare il concetto stesso di reclusione. «La certezza e la giustizia della pena - sottolinea Nunziante Rosalia, direttore dell’Opg di Barcellona Pozzo di Gotto - deve essere alla base di tutto il procedimento ma la reclusione potrebbe essere sostituita da percorsi alternativi. Per i reati meno pesanti si potrebbe dare una pena di impronta civilista, oppure si potrebbe puntare su una nuova edilizia penitenziaria, pensata stavolta per rendere gli istituti moderni e vivibili».