Donne dietro la cinepresa: piccole cose che fanno la differenza


Uno sguardo sul cinema al femminile con Paola Casella, critica cinematografica e autrice del libro Cinema: femminile, plurale, di recente pubblicazione per Le Mani editore. 

Lina Wermuller, Sofia Coppola e Jane Campion avevano ottenuto nomination al premio Oscar per la miglior regia ma non avevano vinto.  Dopo decenni, la Bigelow ha rotto quello che sembrava ormai un tabù con The Hurt Locker. Possiamo definirla una svolta storica e perché? Come mai prima del 2010 nessuna donna aveva mai vinto quel premio?

Per certi versi è una svolta storica, per altri no. Sì perché Kathryn Bigelow è, evidentemente, una donna, e il fatto che nessuna regista avesse mai vinto l’Oscar era davvero un’anomalia: ogni muro abbattuto merita una fanfara. No perché il complimento che è stato rivolto più spesso alla Bigelow è che “gira come un uomo” e che dei suoi film “non si capisce che sono stati diretti da una donna”.  È un complimento? Quanto al perché le donne registe siano state raramente candidate agli Oscar e mai premiate prima della Bigelow, credo si tratti fondamentalmente di un problema statistico: le registe sono ancora davvero poche (anche negli States, paradossalmente), come poche sono le sceneggiatrici e pochissime le produttrici.  Finché questo non cambia, è difficile che le donne dietro la macchina da presa raggiungano il podio. Fra le registe che hanno ricevuto una candidatura sono comunque state numerose le “sviste” dell’Academy: per fare qualche esempio recente e poco sottolineato, Courtney Hunt, regista e sceneggiatrice di Frozen River, candidata all’Oscar lo scorso anno solo per la sceneggiatura originale, e Sarah Polley, regista e sceneggiatrice di Lontano da lei, basato sul romanzo di Alice Munro, candidato all’Oscar come miglior sceneggiatura non originale.

Nel cinema al femminile in Italia, dagli esordi della Wertmuller con Fellini ad oggi, cos'è cambiato? Le rivendicazioni femministe degli anni '60 e del '77 hanno influito nel processo di emancipazione femminile anche nel cinema?

In Italia le registe sono davvero poche, e quelle che hanno raggiunto una certa visibilità e un certo successo si contano ancora sulla punta delle dita di due mani, nonostante il lavoro di alcune pioniere, come Lina Wertmuller e Liliana Cavani, che hanno beneficiato del sostegno del movimento femminista. Il femminismo ha sicuramente creato un humus grazie al quale è diventato più facile per una donna non porre limiti alle proprie aspirazioni. Ma, in concreto, la strada per una donna nel mondo del cinema, come in ogni altro ambito professionale, è ancora irta di ostacoli, superiori a quelli che rallentano il percorso di un uomo.  Per fortuna qualcosa sta cambiando, ed è evidente soprattutto nell’ambito del documentario: autrici come Barbara Cupisti, Alina Marazzi, Costanza Quatriglio, Marina Spada stanno dimostrando che la concretezza e la capacità di raccontare il reale anche con mezzi molto limitati sono punti di forza che fanno parte del patrimonio femminile.  

Ultimamente ci sono molti festival che hanno un occhio di riguardo per il cinema fatto da donne, come a Milano nei giorni scorsi, la rassegna Sguardi Altrove. Questi segnali positivi di interesse sono sintomatici di una scena italiana in buono stato di salute? C'è un ricambio generazionale dietro le grandi Cavani, Comencini, Archibugi?

Qualsiasi visibilità data al cinema delle donne è benvenuta e gradita, ma sarebbe ancora meglio se quella visibilità si inserisse nel panorama cinematografico in generale. Mi rende ottimista la combattività delle giovani registe che, grazie alla tecnologia digitale, cercano di mettere su pellicola il loro punto di vista, passando per festival e rassegne, certo, ma anche mettendo in rete i loro lavori tout court.  Più che fra le autrici di  lungometraggi, che comunque stanno seguendo un percorso di crescita importante, le novità si trovano fra le registe di cortometraggi e, come dicevamo, le documentariste. Mi piacciono molto, per citare qualche nome, Paola Randi, Paola Piacenza, Tizza Covi, Susanna Nicchiarelli: tutte passate dal corto o dal doc al lungometraggio, anche di finzione. La loro presenza fa pensare ad un ricambio generazionale, ma si tratta comunque ancora di casi isolati.  Del resto anche per i registi il ricambio generazionale è quasi assente: dopo la generazione dei Virzì, dei Salvatores, dei Soldini, che hanno già superato i 50, il testimone del cinema d’autore è portato avanti prevalentemente da Garrone e Sorrentino. E stiamo parlando di quarantenni, non di ventenni.

Possiamo riscontrare nelle registe donne una sensibilità diversa rispetto a quella maschile, l'inclinazione verso alcune tematiche, o comunque dei tratti accomunanti tra le opere?

Nelle registe c’è spesso una maggiore attenzione ai dettagli, alle piccole cose che fanno la differenza. Ci sono più silenzi e più intimità di sguardo. Recentemente mi sembra di riscontrare un nuovo interesse verso il tema della maternità – vedi Lo spazio bianco di Francesca Comencini – messo un po’ da parte da autrici in cerca di un riconoscimento professionale a prescindere dal proprio “senso materno”, e verso il rapporto genitori-figli. C’è anche una gran voglia di raccontare il cambiamento nei rapporti fra uomini e donne da un punto di vista sociologico e non solo “romantico” e di filmare la “sorellanza” fra amiche, di documentare la crisi del mondo del lavoro e le problematiche dell’immigrazione.  Di nuovo, mi pare una dimostrazione di concretezza nell’affrontare il reale e nel descriverlo così come è, rifiutando l’effetto patinato tipico di certo cinema.

  • di Valerio Bassan

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