Donne di mafia, non solo lady boss


Moglie succube o lady boss? Se si intende parlare seriamente di donne di mafia, bisogna superare questi due stereotipi. Non esistono mogli, sorelle, figlie estranee ai traffici mafiosi, all’oscuro di ciò che avviene nella loro casa. E anche il clichè della donna stratega che si muove dietro le quinte degli affari loschi non sembra del tutto corrispondere alla realtà.

Ombretta Ingrascì, intervenuta al convegno organizzato all’Università Statale di Milano dal mensile Vulcano e dal movimento Ammazzatecitutti, ha condotto una ricerca basata sull’auto-rappresentazione delle donne legate alla mafia attraverso al raccolta di testimonianze dirette. «Le donne sono formalmente escluse dall’organizzazione mafiosa, ma questo non vuol dire che non abbiano una partecipazione sostanziale al sistema – spiega Ingrascì –. Le donne svolgono due ruoli differenti, quello tradizionale e quello criminale».

Il ruolo tradizionale non è penalmente perseguibile perché consiste nella trasmissione del codice culturale mafioso ai figli, nel suo risvolto attivo, e nell’essere garanti della reputazione degli uomini o merce di scambio nelle politiche matrimoniali tra i clan, nella sua implicazione passiva. Queste donne spesso insegnano la subordinazione alle figlie e custodiscono la memoria dell’onore offeso istigando la famiglia alla vendetta. Eclatante l’esempio di Ninetta Bagarella, moglie di Totò Riina che ha allevato quattro figli in latitanza. Su uno di loro, a soli 25 anni pendeva già una condanna all’ergastolo.

Il ruolo criminale femminile emerge invece dagli anni ’70, in seguito alle trasformazioni interne alle organizzazioni mafiose (‘ndrangheta e camorra spostano l’interesse delle loro attività) e con il mutamento della percezione della donna nella società legale. Le donne ricevono mansioni nel traffico di droga, nel settore economico-finanziario e nella gestione manageriale degli affari. Insospettabili prestanomi, amministrano società e investono in borsa: Cinzia Lipari gestisce il patrimonio di Provenzano; Nunzia Graviano è la custode dei proventi delle attività illecite dei fratelli. Donne e mafia, figure negative dell’universo femminile, mai davvero emancipate. La loro gestione del potere è quasi sempre delegata e temporanea, in attesa del ritorno dal carcere o dalla latitanza dei loro uomini.

Sono le donne dell’antimafia invece che, dapprima vittime, decidono di diventare libere e agguerrite oppositrici del sistema. Antonio Scopelliti, magistrato della mafia ucciso nel ‘91 prima che potesse rappresentare la pubblica accusa nel maxi processo a Cosa Nostra, non ha mai avuto giustizia. Ma sua figlia Rosanna nel 2007 gli ha dedicato una fondazione che aiuta parenti di vittime o testimoni di giustizia nella lotta alla mafia: «C’è sempre la possibilità di scegliere – dice Rosanna Scopelliti – . Ma chi ha il coraggio di dire no spesso rimane solo. E non va bene». Anche Michela Buscemi ha scelto di lottare per la sua libertà, testimone di giustizia al maxi-processo dell’86 contro gli assassini dei suoi fratelli. 

C’è chi lotta con la sua storia e chi con gli strumenti della legalità. Franca Imbergamo, sostituto procuratore impiegato a Gela allarga l’oggetto di discussione: «Occorre saper comprendere. La storia della mafia è la storia del nostro Paese, di una democrazia malata, ipotecata. Se dovesse passare la legge sulle intercettazioni di questi giorni non potremmo più lavorare come adesso. Anche le indagini archiviate, spesso servono comunque per informare i cittadini. Non si può aspettare un processo per avere notizia sulle indgaini. La cittadinanza può appoggiarci solo se viene a conoscenza del nostro lavoro. Quella del ‘94 era stata una stagione irripetibile in procura, a Palermo, proprio perché, dopo le stragi, l’attenzione pubblica era massima». Imbergamo lancia una provocazione: «Non dimentichiamoci delle donne della borghesia mafiosa. Ci sono anche quelle».

  • Carlotta Garancini

 

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