Diego Bunuel: "Vado in guerra: non ditelo a mia madre"


“I was a print journalist, Tv for me was the devil”. Diego Bunuel, giovane giornalista francese di guerra, ha cambiato idea. Esattamente da quando ha ideato un format per realizzare una serie documentaristica in onda su Nat Geo Adventure. E i drammi del mondo, ora, Bunuel li racconta con umorismo. Buon sangue non mente, visto che Diego è il nipote del famoso regista Luis Bunuel. A questo proposito, ci tiene a precisare: “Mio nonno usava il surrealismo per ridicolizzare la borghesia. Io utilizzo una forma di iperrealismo per criticare la realtà”. Il titolo della serie televisiva già incuriosisce: “Don’t tell my mother”. Ovvero: “Non ditelo a mia madre”.

“Quando anni fa lavoravo come inviato nelle redazioni e dovevo partire per qualche zona di guerra o qualche territorio pericoloso - racconta - dicevo sempre ai colleghi di non dirlo a mia mamma nel caso avesse telefonato. Non volevo farla preoccupare. I suoi pensieri erano quelli della maggior parte delle persone: vedono solo una parte delle cose, quella più comune, che  tutti i giornali e le televisioni raccontano”. Bunuel, invece, cerca di raccontare storie in modo differente, lontano dai soliti stereotipi e pregiudizi.

“I media hanno tanti mezzi a disposizione ma spesso i contenuti finali sono molto poveri. Questa è la contraddizione dei giorni nostri", dice. "La cosa più facile da raccontare è la guerra. Vai in Afghanistan, accendi la telecamera e filmi due tizi con la barba. La cosa difficile è fare del buon giornalismo”. E continua a svelare la sua verità: “Ho lavorato otto anni come reporter di guerra. Mi chiedevano sempre le solite tre storie. Ma vai a spiegare che i talebani sono solo l’1% di tutto quello che c’è in Afghanistan. Il mio lavoro è incontrare le persone e cercare di omprendere le loro condizioni di vita”.

Bunuel viaggia quasi sempre accompagnato solo da un cameraman e da un fixer, la guida locale, “per essere più agile, per non essere invadente”. Ma questo non vuol dire che chiunque abbia una telecamera possa ergersi al ruolo di inviato: “Non credo nel citizen journalism. Il “you reporter” non ha senso. Occorre una rielaborazione da parte del giornalista che permetta al pubblico la comprensione delle cose. Il citizen journalism priva la professione della sua responsabilità”.

In una delle puntate del suo format, Bunuel si trova in Pakistan: “É il paese giudicato da Economy come il più pericoloso, ma io ho cercato di raccontarne altri aspetti, trovando un equilibrio tra il dramma e lo humor. Prima bisogna attirare l’attenzione del telespettatore, poi affrontare l’argomento, senza annoiarlo”. Prima di partire per qualsiasi luogo occorre essere preparati, conoscerne le problematiche, la cultura, la storia, occorre sapere cosa si troverà. Ma poi, durante il viaggio, serve avere una mentalità aperta. “I tuoi programmi possono cambiare, puoi trovare storie più interessanti. In Pakistan volevamo realizzare un reportage sulle donne ustionate dall’acido ma, una volta in ospedale, abbiamo incontrato una pakistana che gestiva diversi centri di bellezza dove assumeva proprio le donne ustionate e abbiamo deciso di iniziare il servizio da quel racconto, da un punto di vista diverso, nuovo”.

A un giornalista, poi, non deve mai mancare la passione e l’umanità. “In Iraq mi è capitato di entrare in una lavanderia. Il proprietario mi ha portato sul retro dove c’erano centinaia di vestiti appesi. Mi ha detto che appartenevano a persone che non erano più passate a ritirali. Questi uomini, queste donne erano morti”. Ogni tanto, come stavolta, David Bunuel piange. “Quando racconto questa storia non riesco a trattenere la commozione. Se non piangiamo, vuol dire che abbiamo perso il senso del nostro mestiere”.

  • Carlotta Garancini
     


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