Dieci elefanti bianchi tra le township africane


 

La Coppa del Mondo, a dispetto di tutto, avrà un grande impatto per il Sudafrica. Ne è convinto l’arcivescovo Desmond Tutu, premio Nobel per la Pace nel 1984. Secondo Tutu «con tutte le cose negative che succedono in Africa, il Mondiale sarà un momento superbo per il paese». Un’occasione imperdibile per una nazione attraversata da continue turbolenze. Dal luglio scorso, nelle township sudafricane, sono aumentati scioperi e proteste violente: nelle periferie delle grandi città mancano ancora servizi essenziali, l’acqua corrente e l’elettricità. La popolazione rimprovera al nuovo governo di Jacob Zuma di non aver mantenuto le promesse della campagna elettorale sullo sviluppo dei servizi. A ciò si aggiunge il malcontento degli abitanti degli slums più vicini agli stadi che sono stati sfrattati verso altre baraccopoli lontane dalla vista dei tifosi. 

Matteo Fagotto, giornalista esperto di questioni africane, non ritiene che il Mondiale sia un problema per i sudafricani, anche sarebbe stato giusto creare maggiori opportunità. «Molte persone – dice Fagotto – sono state assunte per costruire le strutture. Ma, finite le opere, sono rimaste senza lavoro». Per Clara Bosco di Ucodep la disoccupazione «si attesta ben oltre la stima ufficiale del 25%». La crisi economica, poi, ha tagliato oltre 800mila posti di lavoro.

Non è un caso che, durante le proteste nelle township, siano stati assaltati molti negozi gestiti da immigrati. E molte lettere di minaccia siano state recapitate a lavoratori pakistani e somali. È una guerra tra poveri. Emanuela Citterio di Afronline stima in 5 milioni «il numero di persone arrivate da altri paesi africani». E, come spiega Fagotto, la popolazione black «nutre un grosso risentimento verso gli immigrati che, impiegati spesso in nero, tolgono lavoro ai sudafricani».

Per contro, negli ultimi 15 anni si è andata creando una nuova elite, in buona parte nera, che invece partecipa con grande giovamento all’economia del paese. Il Bee (Black economic empowerment), però, non è riuscito a sviluppare una vera classe dirigente e si è trasformato in un sistema clientelare: oggi la corruzione della ceto politico è considerata uno dei più grandi scandali del Sudafrica. Tali questioni hanno creato nuove fratture in una società ancora influenzata dai postumi dell’apartheid. La segregazione, seppur smantellata sul piano politico, è ancora forte a livello economico e sociale.

Tutto ciò avrà ripercussioni sull’evento più atteso del 2010? Angelo Fagotto non vede il rischio di esplosioni di violenza, «anche perché i sudafricani sono molto sensibili a quello che il mondo pensa di loro». Più complicata la questione dei nuovi stadi, i dieci costosissimi “elefanti bianchi”, così come vengono chiamati dalla popolazione. Già si discute sulla loro futura destinazione e «le squadre di rugby - continua Fagotto - non vogliono andare a giocare in questi stadi perché sono molto lontani dalle township in cui hanno le radici. Probabilmente gli elefanti bianchi rimarranno cattedrali nel deserto».

Il maggior beneficio per il Sudafrica, se il mondiale dovesse avere successo, deriverà dal guadagno di immagine che potrebbe rendere il Paese un’appetibile meta turistica. Già durante la manifestazione sono attesi oltre 300mila visitatori: non male, se si pensa che saranno concentrati in un mese e che raggiungeranno anche località solitamente poco battute dai turisti. Ma si tratta di stime. L’unico dato certo è che la Fifa intascherà 2 miliardi di dollari dalla sola vendita dei diritti televisivi legati al Mondiale. E di questi soldi nemmeno un centesimo finirà nelle tasche dei sudafricani. 

  • Marco Billeci
  • Fabio Forlano

 

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