Erano poco più di trecento, ma determinati a farsi notare, con fiaccole e tamburi, tutti dietro lo striscione rosso di Emergency. Sopra c’era scritto “Io non ti denuncio!”, tradotto in inglese, francese, spagnolo e arabo. Medici e studenti il 17 marzo hanno manifestato dall’Università Statale di Milano a piazza Duomo, contro il disegno di legge sul pacchetto sicurezza del Governo. In particolare contro l’emendamento della Lega che abolisce per medici e infermieri il divieto di denuncia dei clandestini che si rivolgono alle strutture sanitarie pubbliche, stabilito con la legge Turco-Napolitano del 1998. Un emendamento già passato al Senato che, secondo alcuni, se approvato a Montecitorio, insieme all’introduzione del reato di clandestinità, trasformerebbe i medici in diffusori di dati sensibili contro la propria deontologia professionale, per altri favorirebbe l’integrazione e la cura degli stranieri nel Sistema Sanitario Nazionale.
“Se questa legge andrà in porto”, dice Marco Mazzetti, psichiatra per la riabilitazione delle vittime di torture presso l’associazione Terre Nuove, “per paura della denuncia molti clandestini non andranno in ospedale o si presenteranno in ritardo, ormai in gravi condizioni”. Con pesanti conseguenze: “Un malato di tubercolosi rimane infettivo per molto tempo, diffonde il batterio. E i batteri sono altamente democratici, non guardano in faccia a nessuno: una perdita del controllo epidemiologico sul territorio sarebbe un danno gravissimo per la salute pubblica. Inoltre, aumenteranno i costi: una bronchite si può curare con normali antibiotici, ma se un immigrato non si fa subito visitare, una broncopolmonite può costare al Sistema sanitario 500 euro al giorno di ricovero in ospedale”.
Secondo Mazzetti e i colleghi della Società italiana di medicina delle migrazioni, che ha organizzato fiaccolate in tutta Italia con l’appoggio dell’Ordine dei medici, tale disegno di legge è in aperto contrasto con l’articolo 32 della Costituzione, che tutela il diritto alla salute di tutti e garantisce cure gratuite agli indigenti. “Sarebbe un vulnus nel sistema democratico - afferma Mazzetti - e un’offesa alla carta costituzionale. Medici e pazienti non ne sentivano l’esigenza. Ma noi sappiamo che anche nella maggioranza di governo non tutti sono favorevoli, quindi siamo fiduciosi che l’emendamento venga fermato”.
Parole profetiche, perché il giorno dopo centouno deputati del Popolo delle libertà sottoscrivono una lettera di Alessandra Mussolini, indirizzata al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Nel testo, la richiesta al premier di non porre il voto di fiducia sul pacchetto sicurezza, per poter discutere e modificare in Aula l’emendamento in questione. I centouno condividono gli argomenti usati dall’opposizione nella seduta del Senato che il 5 febbraio approvò l’emendamento del senatore Federico Bricolo, della Lega Nord. Insieme all’introduzione del reato di clandestinità, l’abrogazione del divieto di denuncia obbligherebbe di fatto qualsiasi pubblico ufficiale, dal medico all’insegnante, a denunciare persino i bambini, che non verrebbero più mandati a scuola, né vaccinati.
D’altronde, lo stesso presidente della Camera Fini aveva detto: “La denuncia da parte del medico non mi convince. I clandestini potrebbero rivolgersi a circuiti di medicina alternativa”. Malati egiziani dai medici egiziani, malati cinesi dai curatori cinesi e così via. Per non parlare del pericolo di un aumento delle gravidanze clandestine.
Sull’altro piatto della bilancia, i senatori Bricolo e Antonio Tomassini (Pdl), sottolineano che non verrà stabilito nessun obbligo di denuncia, ma solo abrogato il divieto. A sostegno della proposta sottolineano due problemi: di ordine pubblico e di sanità collettiva. Da una parte la necessità di contrastare l’immigrazione clandestina con strumenti adatti e di tutelare gli immigrati regolari privi di ammortizzatori sociali. Dall’altra, l’impossibilità di rintracciare un paziente “fantasma”. La clandestinità impedisce infatti un regolare accesso alle strutture pubbliche, necessario per monitorare le malattie infettive e rende impossibile il controllo delle persone che potrebbero essere interessate da una epidemia.
In realtà, il rapporto dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane del 2007, elaborato su dati del Ministero della salute, rivela che fra il 1999 e il 2005 i casi di tubercolosi fra gli italiani sono diminuiti del 33%, mentre i casi degli stranieri sono aumentati dal 21,7% al 43,7% sul totale. Tendenze inverse che ridimensionano l’allarme sociale sulla diffusione della malattia e sulla possibile trasmissione alla popolazione italiana: l’aumento dei casi fra gli stranieri è unicamente dovuto all’aumento degli immigrati, passati dal 2% all’odierno 6% e non a un inasprimento dell’epidemia.