Density Design, una miniera di dati


Paolo Ciuccarelli e il suo team di ricercatori lavorano come una squadra di minatori. Ogni giorno prendono pale e picconi, salgono sul montacarichi e si inabissano nelle viscere della terra. Nel buio delle gallerie cercano una vena d’oro da scavare e riportare in superficie. “Data mining” e “information visualization” chiamano questa attività speleologica, che costruisce percorsi di conoscenza visuale a partire da numeri, statistiche, database, testi e documenti di ogni tipo.

 «E’ una tendenza che si sta affermando negli ultimi anni e che aiuta, per esempio, a vedere fenomeni complessi come la povertà con altri occhi, a esplorare l’incertezza del nostro tempo, a capire meglio il nucleare, i meccanismi della rete, le scelte degli studenti, le forme della famiglia in Italia» , spiega il professor Ciuccarelli, docente di Design della comunicazione al Politecnico di Milano Bovisa e direttore scientifico del laboratorio di ricerca Density Design. Spesso i temi più interessanti sono anche quelli più ostici, o complessi, come preferisce definirli Ciuccarelli: un labirinto di dati e informazioni che normalmente vengono comunicati attraverso tabelle, torte, istogrammi, statistiche, e che il “data visualization” trasforma in splendide illustrazioni che rendono conto dei numeri e delle loro relazioni.

La selezione dei dati è il cuore del processo ed è gestito attraverso un set di software in parte sviluppati internamente al laboratorio .Dal processo di affinamento dei database si arriva a una visualizzazione contenente tutte le informazioni principali: su questo lavorano i ricercatori di Density Design per costruire un apparato grafico chiaro e di forte impatto visivo, aggiungendo colori, diagrammi, vettori, illustrazioni, finché il grafico iniziale non si trasforma in un racconto. Come nella “Mappa del Futuro” realizzata per il magazine Wired, per rendere più accattivante una ricerca condotta da migliaia di professori e ricercatori delle università americane sulle tendenze scientifiche del futuro. Il risultato del percorso di traduzione visuale è talvolta visivamente spiazzante, ma sempre efficace. Come nel caso degli studi sull’ibridazione tra le specie, rappresentati dall’immagine di un uomo con la testa canina.

[Le immagini dei lavori di Density Design]

Professor Ciuccarelli, come nasce l’idea di mettere il design al servizio del data-mining?

Mi sono fatto guidare da una passione personale per le scienze della complessità e per le prime visualizzazioni che emergevano della rete come sistema complesso. Volevo mettere alla prova le competenze e gli strumenti tipici del design della comunicazione per rendere fruibile la complessità dei fenomeni. Troppo spesso fenomeni sociali e dunque complessi vengono rappresentati in modo frammentario e distante dal pubblico più largo, con un grande dispiegamento di numeri e grafici  che confondono le idee. Noi invece cerchiamo  di rendere visibili le relazioni tra i frammenti, ricreare quella che viene definita la ‘big picture’, una rappresentazione visuale che sappia spiegare ma anche incuriosire chi guarda. Le nostre immagini non semplificano i problemi, ma esaltano la complessità delle relazioni e dei punti di vista.

Come si è sviluppato il suo interesse per la complessità?

Ho sempre guardato con interesse alla crisi dei modelli lineari quando hanno cercato cercano di spiegare i fenomeni naturali complessi. La cibernetica, ad esempio, è stata uno dei primi terreni di sperimentazione della scienza della complessità e si è sviluppata grazie a un approccio multi disciplinare. Quando parliamo di fenomeni sociali, e non solo fisici o ambientali, bisogna tenere in considerazione la complessità delle relazioni. Il mio gruppo di ricerca lavora proprio su questi ambienti sociali.

Quanto è essenziale la multi disciplinarietà nel vostro lavoro?

Sin dall’inizio, nel costituire il gruppo docenti del laboratorio di sintesi finale nel corso di laurea in design della comunicazione, c’è stata la volontà di mescolare discipline diverse. Oltre a me, che sono un docente di design, nell’edizione che abbiamo appena concluso del laboratorio ci sono un grafico, un semiologo, un ingegnere e un sociologo. Nel nostro caso specifico è impossibile lavorare senza collaborare con chi si occupa dei dati a monte. Cerchiamo anche la contaminazione con l’arte, soprattutto quando utilizziamo l’illustrazione e i linguaggi narrativi: una scelta non facile, che però spesso ci aiuta a rendere ancora più incisivi i risultati delle nostre ricerche.

Quali argomenti avete affrontato?

Density Design è nato come laboratorio didattico e si è evoluto verso la ricerca. L’attività del laboratorio è ora divisa in tre aree: la ricerca teorica, sulle possibilità del design di visualizzare insiemi complessi di dati e informazioni e le loro relazioni; la ricerca applicata che consiste nel verificare sul campo i nostri traguardi per rispondere a committenze precise; infine lavoriamo sugli strumenti digitali: per esempio, due software che abbiamo sviluppato, uno che serve per ottenere uno specifico pattern visuale da tabelle di dati e un altro per estrarre elementi costanti dalle conversazioni nel web e poi visualizzarle.

Come scegliete gli oggetti di ricerca?

Per la loro attualità o la rilevanza sociale e per le sfide che ci permettono di affrontare. L’anno scorso avevamo tematizzato il concetto di povertà, un fenomeno decisamente complesso, che viene spesso visualizzato come una linea retta che divide la popolazione in base al reddito. Noi volevamo far emergere la complessità, gli effetti e le cause connessi al concetto di povertà. Quest’anno invece abbiamo affrontato il fenomeno dell’incertezza. Abbiamo diviso in due momenti la ricerca delle fonti: da una parte, l’Istat e gli altri soggetti istituzionali che hanno analizzato il fenomeno dal punto di vista economico; dall’altra, i dati non strutturati provenienti dalla rete. Per estrarre informazioni dalle conversazioni delle persone su internet abbiamo sviluppato un nuovo strumento: si chiama Versus ed è disponibile sul nostro sito per chi lo voglia utilizzare in ambito accademico. Quando ci occupiamo di ricerca applicata, invece, rispondiamo solitamente a una specifica richiesta della committenza

Avete anche incarichi interni al Politecnico?

Uno dei primi lavori che abbiamo fatto ci è stato commissionato proprio dall’interno. L’incarico era di realizzare una ricerca che raccontasse il percorso degli studenti della Facoltà di Design del Politecnico negli ultimi cinque anni. Abbiamo integrato dati provenienti da molti uffici diversi. Il risultato finale è stato condensato in un diagramma, visivamente potente, che ha fatto vedere forse per la prima volta in modo unitario il modo in cui gli studenti attraversano la nostra facoltà. In questo momento uno dei progetti più interessanti su cui stiamo lavorando è una mappa per la visualizzazione di dati relativi alle scuole di alcune contee degli USA. Una richiesta che arriva da una Ong americana, Iridescent, che voleva capire a quali scuole avrebbero potuto offrire i loro servizi di potenziamento delle discipline ingegneristiche. Usando i dati che ci hanno fornito, abbiamo prodotto un primo strumento di analisi visuale dei dati er gli educatori della Ong o per altri ricercatori. La seconda versione che stiamo elaborando è pensata invece per i cittadini, con un approccio più narrativo e guidato.

Fino a che punto il vostro lavoro può essere d’aiuto ad amministrazioni pubbliche e cittadini?

Buona parte delle nostre ricerche sono pensate per i decision maker e le istituzioni, per aiutarli a decidere meglio. Per i cittadini le nostre mappe possono essere una risorsa, un modo per conoscere meglio una realtà e prendere decisioni più consapevoli.

Avete già collaborato con associazioni e istituzioni italiane?

In Italia il primo, grande scoglio da affrontare è spesso la mancanza di dati accessibili relativi ai servizi pubblici o alle amministrazioni, che solo da poco, vengono resi pubblici gratuitamente in rete: un fenomeno noto come Open Data. All’inizio di febbraio è stata inaugurata una mostra in Triennale che presenta l’Expo del 2015 alla città, e il tema dell’Expo - “feeding the planet, Energy for life” - è raccontato da una nostra visualizzazione, con la quale ci avevano chiesto esplicitamente di far emergere la complessità del tema alimentazione.

Partner internazionali?

Lo Humanities Centre di Stanford e SciencePo a Parigi. Con Stanford stiamo lavorando a un progetto sulla Repubblica delle Lettere: l’idea è ricostruire la mappa delle relazioni fra gli intellettuali nel periodo fra il 1500 e il 1800. L’università di Stanford coordina una rete di archivi epistolari molto importanti. Collaboreremo con il reparto di Humanities per ricostruire, lettera per lettera, la mappa di relazioni fra mittenti e destinatari dei messaggi, per comprendere meglio le dinamiche di circolazione della conoscenza a quell’epoca. Con Parigi, invece, stiamo lavorando a un progetto per raccontare visivamente lo sviluppo delle controversie, ovvero le discussioni fra posizioni scientifiche radicalmente opposte, sulla rete come nella realtà.

Che strumenti di lavoro utilizzate?

Illustrator per la grafica. Per il design delle interfacce e le applicazioni web principalmente Flash finora, anche se ci stiamo spostando verso Javascript. HTML5 non è ancora abbastanza potente.

Chi si avvicina al vostro lavoro?

C’è un interesse crescente per la visualizzazione dei dati e delle informazioni. E’ un’attrazione spinta soprattutto dai media, con le infografiche o l’emergente data-journalism, ma anche dagli studiosi di computer science, che da anni si occupano di database e relazioni fra dati, e ora sentono l’esigenza di restituirli anche a un pubblico meno specialistico. Anche sociologi, politologi e artisti si stanno appassionando alle modalità con cui la visualizzazione di dati permette di mettere a fuoco un problema. La capacità di visione e di sintesi dell’information design può favorire nuovi livelli di conoscenza.

 

  • Francesca Sironi

 


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