Dania Gharaibeh, figlia di un’egiziana e un giordano, trascorre gran parte della sua vita al Cairo. In patria si impegna per 9 anni nell’ambito dell’attivismo, diventando operatrice umanitaria e lavorando in progetti di sviluppo internazionale; questo le permette di passare due anni in Afghanistan e Pakistan per seguire iniziative di carattere umanitario. Da febbraio ad aprile partecipa attivamente alla rivolta di piazza Tahrir che pone fine al regime di Mubarak; a giugno parte per Washington, dove risiede tuttora, lavorando in un’organizzazione a sostegno delle donne in Medio Oriente.
Negli Stati Uniti, Dania è una manifestante 7 giorni su 7. Da lunedì a venerdì partecipa al movimento Occupy DC, nel week-end prende il bus e va a New York per dare il suo contributo a Occupy Wall Street; un video che circola sulla rete la mostra impegnata a pitturare le facce dei bambini. Per l’attivista, l’occupazione di Zuccotti Park non è solo una forma di protesta: è «uno stile di vita, un movimento legittimo, genuino e radicale».
Dania non considera la varietà delle forze in campo un limite, ma anzi una risorsa per un movimento che sta assumendo una dimensione globale. «È una buona mossa non limitare Occupy Wall Street a un’unica agenda. Questo ci consentirà di includere tutte quelle richieste che, secondo me, convergono in un solo problema: la distanza tra la piazza e la politica. Le mobilitazioni in Egitto, in Tunisia, in Iran, in Grecia, a Wall Street, sono tutte lo stesso movimento. Le lobby sono solo l’1% contro il 99% dei cittadini, in tutto il mondo. È un fenomeno universale che pretende una risposta universale». Questa sfida tra percentuali è diventata un potentissimo slogan, ma rischia di non mettere a fuoco gli obiettivi polemici del popolo di Zuccotti Park. Eppure Dania, su questo punto, ha le idee chiare: «Gli Stati Uniti soffrono l’egemonia dei grandi gruppi d’interesse. Gli Usa predicano la democrazia ma, a guardar bene, non hanno un sistema democratico. In un sistema democratico, i politici rappresentano il proprio popolo. Negli Stati Uniti rappresentano gli interessi delle lobby che saranno sempre in conflitto con gli interessi del popolo».
Attivista di Zeitgeist, movimento che si batte per la sostenibilità, Dania si dice contraria all’economia di mercato. La paragona al gioco delle sedie, a un circolo vizioso: «Per coprire le reali differenze astronomiche tra debito e liquidità disponibile, ci deve essere inflazione; e affinché le persone possano far fronte all’inflazione, devono richiedere prestiti: così il circolo vizioso del debito prosegue». Insomma, il problema è il sistema economico. Il quale, nella visione della ragazza egiziana, non solo dà vita a profonde disuguaglianze sociali, ma stravolge il senso stesso delle nostre esistenze: «Viviamo in un mondo dove il valore della persona e il vivere stesso sono diventati inseparabili dal consumare. Io sono quel che penso, non quel che consumo. La mia felicità dipende dalle mie relazioni con gli altri esseri viventi, non dalle cose materiali che possiedo».
Il discorso di Dania non è solo filosofia: nella sua adesione al movimento, porta il proprio vissuto di operatrice umanitaria. Ha lavorato in Somalia, Etiopia, Pakistan, Afghanistan e Medio Oriente, dove, a suo dire, ha potuto toccare con mano “le conseguenze di decisioni motivate dall’avidità, prese dai politici americani sotto l’influenza dei lobbisti e delle istituzioni finanziarie”. Tuttavia, l’esperienza che sembra avere segnato maggiormente Dania, in questo senso, è piazza Tahrir: la ragazza sostiene che, mentre nel suo Paese la gente è oppressa con la forza e la violenza, negli Stati Uniti si usano strumenti più sofisticati come il debito. Circa la situazione politica in patria, la sua posizione è chiara: «Per me, l’Egitto è ancora sotto il regime di Mubarak. L’esercito è un simbolo di Mubarak». Ma non per questo le rivolte di inizio anno sarebbero state inutili; anzi, si dice ottimista, perché gli egiziani avrebbero trovato il coraggio di opporsi ai tabù, ai politici e all’esercito: «Dieci anni di attivismo hanno portato alla rivoluzione egiziana che ha ancora una lunga strada da percorrere. Ma ora che la paura è andata via, tutto è possibile».