Cronistoria di un centro di integrazione


La storia del Laboratorio Zeta cominciò nella primavera di nove anni fa. Era il 20 marzo del 2001, il primo giorno di occupazione. «È una data che nessuno di noi dimenticherà mai. Il giorno in cui, ancora non del tutto consapevoli, abbiamo scelto una direzione – spiega Totò Cavalieri, padre fondatore di ZetaLab –. Eravamo un gruppo di persone provenienti da esperienze molto diverse e sapevamo che la guerra, il razzismo, la negazione dei diritti umani e la globalizzazione economica non ci piacevano». Nacque così lo ZetaLab, come centro sociale occupato, come ce ne sono tantissimi in Italia, come è nato anche il Leoncavallo di Milano.

La struttura scelta, al numero 7 di Via Boito a Palermo, era un edificio abbandonato, in condizioni di degrado, ma con una stanza grande da poter ospitare anarchici, comunisti, non-violenti, disadattati, curiosi. «Nonostante l'avessimo spacciato per acronimo, Zeta non voleva dire nulla», aggiunge Cavalieri. A soli due mesi dall’occupazione, il 16 maggio, avvenne il primo sfratto: «La polizia sgomberò contemporaneamente il laboratorio Zeta e l'ex carcere, più un altro centro sociale di Palermo nato una settimana prima di noi», prosegue il fondatore di ZetaLab.

Passò qualche mese e il laboratorio venne rioccupato, nonostante il bando pubblico indetto nel 2002 dallo Iacp (l’Istituto autonomo case popolari di Palermo), proprietario della struttura, venne vinto da Aspasia, una società privata palermitana. Aspasia e ZetaLab iniziarono da qui la loro lunga diatriba, che si protrasse, anche con azioni legali, per ben otto anni senza effettivamente trovare un punto d’incontro.

Il primo marzo 2003 la svolta: «Stavamo facendo una rappresentazione teatrale – racconta Cavalieri – e ci venne detto che un gruppo di 53 sudanesi, richiedenti asilo, era intenzionato a passare la notte davanti alla Prefettura per rivendicare il diritto all'accoglienza».

I rifugiati erano ospiti della struttura di Biagio Conte, un frate famoso a Palermo per dare ospitalità a migranti e senzatetto; in seguito ad alcune divergenze sulla gestione della struttura, incompatibile con l’attività politica dei sudanesi volta a diffondere la conoscenza della drammatica situazione di guerra civile in atto nel loro Paese, tre di loro erano stati invitati a lasciare il centro, ed erano usciti seguiti dal resto della comunità. «Con lo spirito d'improvvisazione che ci caratterizzava – ricorda il fondatore – abbiamo offerto ai rifugiati del Darfur il nostro spazio per una, due notti al massimo, giusto per dare loro un tetto sotto il quale dormire e, successivamente, organizzare le vertenze al Comune e alla Prefettura».

I sudanesi decisero di restare ed adeguarsi e, in breve tempo, i ragazzi del laboratorio crearono una scuola di italiano e costituirono un'associazione per poter ricevere cibo dal banco alimentare. Di lì a poco venne risolta anche la questione dell'asilo politico. Il Comune, pur non riconoscendo sulla carta l’affidamento allo ZetaLab, allacciò l'acqua corrente e pagò le bollette. Lo Zeta è diventato così un punto di riferimento, stabile o di passaggio, per centinaia di migranti di ogni nazionalità, che fino ad oggi collaborano attivamente alla trasformazione e alla gestione degli spazi, sperimentando una forma di accoglienza lontana da logiche paternalistiche ed assistenziali. In quest'ottica, nel 2006, è stata lanciata una campagna di solidarietà, che, grazie ad una sottoscrizione popolare, ha consentito l'auto-recupero e la ristrutturazione degli spazi abitativi (bagni, lavanderia, cucina).

Ma le rivendicazioni di Aspasia continuarono. Vennero aperti tavoli tecnici, messe sul piatto molte proposte. Il comune aveva suggerito come struttura alternativa palazzo La Rosa, un edificio confiscato alla mafia in via Margifaraci; gli occupanti rifiutarono. Passarono così un paio d’anni tranquilli.

Nel dicembre del 2007 nacque la kom-pa.net:  è un web magazine, un osservatorio “trans mediale”, che metteva insieme contributi audio e video per cercare di sviluppare un'indagine e una riflessione critica sui processi di trasformazione della città, che non si fermi all’informazione pura e semplice, ma prenda la strada dell'elaborazione e dell'approfondimento. Un’altra iniziativa di grande seguito.

Il 22 aprile 2009 la svolta. La società Aspasia torna alla carica, reclama il diritto ai locali di via Boito 7. Diritto concesso da una sentenza di un giudice e dall’ingiunzione di sgombero portata dall'ufficiale giudiziario. «Volevano cacciarci, ma abbiamo resistito – precisa Cavalieri –. Eravamo in tanti. Non solo noi del laboratorio e i suoi abitanti, ma anche persone con cui in questi anni abbiamo condiviso tante cose. Abbiamo detto chiaramente che lo Zeta non si tocca, e che di andarcene non avevamo affatto intenzione».

L'ufficiale giudiziario rimanda il problema. Prima a giugno, poi a gennaio. Il 19 gennaio 2010 la polizia, su mandato di Aspasia e dello Iacp, procede ad un nuovo sgombero dell’edificio. I sudanesi vengono lasciati per strada, murate le finestre e le porte. I ragazzi dello Zeta non demordono, si accampano fuori dalla struttura con i sudanesi e aspettano. Intervengono rappresentanti dell’amministrazione comunale e cittadini. «In due settimane più di 1500 persone di Palermo hanno sottoscritto l'appello a sostegno dello Zeta – conclude Totò Cavalieri –, dichiarando che il laboratorio è anche la loro storia». In internet esplodono i forum di protesta per la riapertura del laboratorio. Su Facebook il gruppo “ZetaLab non si tocca” raggiunge le 3.600 iscrizioni. Vengono fatte manifestazioni di solidarietà e cortei organizzati. Il 24 gennaio ecco la rioccupazione. Sudanesi e gestori tornano ad appropriarsi della “loro” struttura.

Tuttora la questione resta formalmente irrisolta. Aspasia continua a rivendicare l’affidamento legale, il laboratorio Zeta la sua funzione sociale. Nell'assenza totale di politiche di accoglienza da parte dell'amministrazione, lo Zeta resta l'unico spazio di accoglienza laico di Palermo. Il suo ruolo è stato legittimato dalle stesse istituzioni che, pur non riconoscendolo ufficialmente, lo hanno inserito nell'elenco dei servizi agli immigrati presenti sul territorio.

  • Giuditta Avellina ed Enrico Turcato


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