Daniele Protti comincia la sua attività di giornalista nel 1977. Scrive sul Quotidiano dei lavoratori, giornale di Democrazia Proletaria, terzo foglio della sinistra extraparlamentare italiana durante gli anni Settanta, dopo il Manifesto e Lotta Continua. Dal 1988 fino alla sua chiusura, è direttore della redazione romana del settimanale Rcs L’Europeo. Torna a dirigerlo nel 2001, prima come trimestrale, poi come bimestrale, dal 2008 come mensile. Dalle pagine del suo periodico, ricostruisce la storia, non solo italiana, combinando la ripubblicazione dei pezzi delle firme prestigiose e la produzione di nuovi articoli.
Cos’è la controinformazione?
La controinformazione è una parola che risponde a una stagione politica di questo paese. In quegli anni veniva usata perché composta da due elementi. Uno è informazione, l’altro è “contro”: prevaleva il “contro”, perché la cosa più importante era denunciare. L’informazione non aveva quello che poi abbiamo imparato - non tutti - a perseguire come regola, cioè il controllo delle fonti. Nel periodo della controinformazione il controllo delle fonti era molto elastico, superficiale, spesso desunto dall’autorevolezza di chi dava l’informazione, la maggior parte delle volte un’autorevolezza politica.
La controinformazione non incrociava le fonti?
La cosa più importante era denunciare. La vera controinformazione, per esempio dopo la strage di piazza Fontana, l’hanno fatta alcuni giornali non di sinistra, i cosiddetti “giornali borghesi”. Il nome di Giannettini, tra gli altri, l’ha fatto l’Europeo. (ndr: Guido Gianettini è stato un imputato nel processo per la strage di piazza Fontana. Appartenente al Sid, esperto di tecniche militari, viene accusato quando si comincia a battere la pista della collaborazione tra Servizi segreti e movimenti di estrema destra. Condannato all’ergastolo con Freda e Ventura, viene assolto in appello. La Cassazione annulla la sentenza, proscioglie Giannettini e ordina un nuovo processo).
Prima della strage di Bologna, invece, la controinformazione l’ha fatta Massimo Fini, decisamente non di sinistra. Ma ha avuto la costanza di andare a vedere, seguire le fonti, ascoltarle: di fare cronaca. Si può citare anche Giovannino Cerruti, uno dei grandi conoscitori del fenomeno leghista. Fin dall’inizio, da buon cronista, l’ha seguito: ha intuito l’importanza di conoscere e vedere il ventaglio delle opzioni. Stava attento sia a quello che dicevano loro, sia a quello che sostenevano gli avversari e questo gli ha permesso di capire cosa stesse succedendo.
Ma la denuncia non è parte integrante della buona informazione?
Qual è, per chi vuole fare informazione, l’obiettivo prioritario? È raccontare le informazioni che si riescono a raccogliere, non fare una denuncia. Nel voler denunciare c’è qualcosa di precostituito, perché si ha già in mente il colpevole. È un confine molto labile, specie quando sei un militante.
Quando ero direttore del Quotidiano dei lavoratori, il giornale di Democrazia Proletaria, hanno ucciso Peppino Impastato. Noi abbiamo subito etichettato la cosa come “scandalosa manovra della destra”, sottovalutando moltissimo il fenomeno mafioso. Non cercavamo la verità, l’importante era fare campagna politica. Ma la campagna più efficace la fai quando metti in relazione ambiente mafioso e ambiente politico.
Quando intervistai Andreotti nel 1992 fece un clamore pazzesco, direi l’unico scoop della mia vita. Deaglio, allora direttore di Lotta Continua, mi telefonò due giorni dopo e mi domandò perché Andreotti mi avesse rilasciato l’intervista. «Perché gliel’ho chiesta», risposi semplicemente. Sono cose che si imparano: la mia non vuole essere una denuncia, ma un’autocritica. Credo che oggi ricordare queste cose sia importante per non ripetere gli stessi errori.
Quindi tutta la “controinformazione” di quegli anni è stata un errore, un’esperienza inutile.
Chiariamo: non era tutto un panorama negativo. Ci sono state anche iniziative positive, ma a sprazzi, senza sistema, disprezzando la professionalità. Quando mi chiamarono al Quotidiano dei lavoratori, ci fu un episodio che mi fece sobbalzare. Arrivato nella sede di via Bonghi, vidi che la telescrivente non funzionava. Chiesi: «E le notizie?». Mi risposero: «Chi se ne importa!».
L’approccio ideologico era un limite?
Purtroppo sì. Anche oggi, formazioni come Forza Nuova o altre di estrema destra, hanno materiale genuino, ma di parte. Si impara sbagliando, prendendo sberle, soprattutto riconoscendo i propri errori. Il lavoro del cronista è controllare le fonti, scavare. La controinformazione invece ha avuto un ruolo importante per mobilitare, per portare la gente in piazza, per fare indignare.
Negli anni Settanta Espresso, Europeo, ma anche Corriere della Sera, pubblicavano inchieste importanti che però non erano non erano considerate affidabili proprio perché diffuse da “giornali borghesi”. Faccio un esempio: Giancarlo degli Esposti era un fascista che organizzava i campi paramilitari in Abruzzo a metà degli anni Settanta. Un giorno uno di questi campi paramilitari venne circondato dalla polizia che arrivò e aprì il fuoco. Degli Esposti, capo del gruppo che si allenava lì, rimase ferito, e il maresciallo dei carabinieri Filippi, con lui a terra ferito, gli sparò alla testa. La cosa, per la controinformazione di sinistra, finiva lì: fu un clamoroso fallimento. Il tutto venne scoperto dall’Europeo, un settimanale borghese. La sinistra rimase sempre legata alla stessa lettura della società: quella contro lo Stato. Di quello che facevano i fascisti, poi, se ne occuparono spesso i giornali borghesi.
La cosa più esplicativa la scrisse Adriano Sofri molto tempo dopo la vicenda Calabresi. Sulla questione Calabresi – disse Sofri – Lotta Continua fece una pessima controinformazione, sottovalutando completamente alcuni dati. L’unico testimone che vide chi sparava a Calabresi ha descritto una persona che è radicalmente diversa da Bompressi, mentre sembrava un identikit di Nardi. Questa pista venne immediatamente abbandonata, anche dalle autorità costituite. Quando succede una cosa del genere, e tu hai fatto una campagna praticamente invitando ad ammazzarlo, se sai di non essere il colpevole, devi battere tutte le piste, non fermarti attonito. In questi casi devi farti investigatore e cronista. Invece allora eravamo dilettanti allo sbaraglio.
Sono stati inventati dei giornali da gente che non sapeva nemmeno cosa fosse un giornale. Una cosa, se vogliamo, eroica. Dal punto di vista informativo, però, l’unico valido è stato il Manifesto, perché aveva fior di professionisti che, anche se con un’impostazione politica, sapevano che bisognava tenere conto che la vita è complessa, che il mondo è complesso.
L’informazione ufficiale non aveva bisogno di questa informazione parallela?
Noi allora ci sentivamo i protagonisti della storia, eravamo convinti che cominciasse lì. Bisognava, invece, farsi delle domande, avere dei dubbi. Solo ora capisco che grande cosa sia la possibilità di essere smentiti. Ancora oggi molti sessantottini faticano a fare autocritica, non riescono a riconoscere che è stata una sconfitta di proporzioni bibliche. Non dico che la rivoluzione fosse dietro l’angolo, ma la caduta del sistema sì. La cosa importante era riempire le piazze: accontentarsi di avere fatto una grande manifestazione, di aver riempito le strade di Roma, piazza del Popolo. È stato un elemento di debolezza intellettuale straordinario. Fermarsi lì fu un errore politico.
Oggi ideologi cosi rifanno lo stesso errore. Un esempio: l’estrema sinistra tra fine anni Sessanta e inizio anni Settanta faceva “controinformazione”; quarant’anni dopo l’estrema sinistra, a Torino, non si accorge che la Lega ha conquistato la Fiat: guadagna consensi, non soltanto elettorali, ma a livello di organizzazioni in fabbrica. Come mai, di tante cose che ci capitano sotto il naso, non ci accorgiamo? Io ho provato a rifletterci. Se non mantieni un’attenzione continua su quello che accade nella società, rischi di perpetuare la lettura precostituita che avevi già in mente.
Cosa ricorda del caso di spionaggio avvenuto in Fiat, denunciato da Lotta Continua nel 1972 attraverso l’opuscolo Agnelli ha paura e paga la questura?
Quello dello spionaggio in Fiat fu un caso clamoroso, che nacque dall’ ignoranza della storia, uno dei grandi problemi di quella stagione politica. La questione del cosiddetto “spionaggio in Fiat” risale agli anni Cinquanta. Era dai tempi di Valletta che questo avveniva e il Pci lo sapeva. Era prassi, ed era noto.
In quel caso però Lotta Continua contribuì a diffondere informazioni sullo spionaggio e corruzione con vari articoli e con un opuscolo “Agnelli ha paura e paga la questura”.
Parliamoci chiaro: di Lotta Continua Deaglio era l’unico vero giornalista. Oltre a lui c’era gente in gamba. Se penso, però, a come venivano usati quegli opuscoli ricordo tanti miei coetanei che non leggevano nemmeno quello che pubblicavano, perché per loro non erano notizie nuove, ma cose ovvie. Lo erano perché dai tempi di Valletta la schedatura degli operai veniva fatta, grazie anche a sovvenzioni Fiat a commissariati. I partiti già sapevano.
Perché parte della stampa del tempo denunciò solo lo spionaggio senza mai accennare al reato di corruzione?
Non ho informazioni a riguardo, quindi non mi azzardo a fare ipotesi. Posso semplicemente ricordare le rivalità che c’erano allora tra i giornali di estrema sinistra, rivalità formidabili. Il terreno da spartirsi era piccolissimo, e quando sei in tre, quattro quotidiani, scendi in guerra: una guerra tra poveri.
Quali erano le fonti di Lotta Continua?
Le fonti di Lotta Continua, così come quelle del Quotidiano dei Lavoratori, del Manifesto, erano fonti modeste, fonti che esistevano in qualche università e in qualche fabbrica. E poi c’era “il compagno”: quando davi la soffiata al compagno diligente, colto, questo ci lavorava sopra fino a farlo diventare perfetto ragionamento politico.
Sono testimone anche della negazione della controinformazione. Si veda l’omicidio di Sergio Ramelli: solo dopo 15 anni ho scoperto che uno dei redattori che avevo al Quotidiano dei Lavoratori, studente in Medicina, bravissimo ragazzo, era uno di quelli che aveva ammazzato Ramelli. E non ho mai saputo nulla. Che fine aveva fatto la controinformazione? Dove mi ero perso? Tutto va contestualizzato, storicizzato, i fili vanno intrecciati. Non c’era chi aveva ragione o chi aveva torto, perché nessuno ha mai al cento per cento ragione o torto. C’è chi, non accettando la complessità, cade in disperazione. Io non corro questo rischio, perché non ho bisogno di proclamare verità: la mia disperazione è se non riesco a fare bene il mio lavoro.
Senza contare che, allora come oggi, in tutti i giornali ci sono giornalisti che hanno rapporti privilegiati con determinati settori. Storia vecchia, purtroppo, che va avanti.
C’erano organi istituzionali che passavano informazioni a Lotta Continua nell’intento di mandarla in avanscoperta?
Assolutamente. C’è stata controinformazione e disinformazione. Si davano dritte per danneggiare nemici comuni, o facendosi strumenti, oppure per fregare. Ci furono anche parlamentari di altri schieramenti che contribuirono alla causa. Accade e non c’è niente di male.
Chi erano i finanziatori di Lotta Continua?
Tanti signori facevano regali. C’era chi, magari per salvarsi la coscienza, allungava dei soldi. Con l’inizio del terrorismo questo modello è finito, perché molti cominciavano a chiedersi come venissero usati quei soldi.
All’epoca Lotta Continua aveva molta presa all’interno dell’ambiente operaio.
A Torino aveva un insediamento interessante, perché c’erano operai anche acuti, intelligenti. In quel periodo Lc era un’organizzazione simpatica: tra i “pallosissimi” comunisti del Manifesto e di Avanguardia Operaia, in tanti sceglievano Lotta Continua, giornale frizzante, contradditorio. C’erano ottime espressioni di giovanilismo non politico, molta attenzione per la musica.
Quando poi Sofri si accorse che si stavano coagulando due elementi tremendi - la crescita all’interno di Lc del partito armato e la contestazione delle donne capì che la cosa non fosse più governabile. Meno male, però, che c’è stata la contestazione femminile: senza, Lc sarebbe diventata un partito armato. Prima Linea è nata lì.
Com’è oggi la condizione di un professionista dell’informazione?
Gli attori dell’informazione sono non soltanto editori, direttori e lettori, ma anche giornalisti. La categoria dei giornalisti italiani è molto malata, per un motivo soprattutto: è iper-protetta. I giornalisti sono impiegati pubblici strapagati, non sono licenziabili. Il contratto garantito è stata la rovina. Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, con i libri che hanno scritto, sono diventati ricchi. Hanno guadagnato un sacco, ma non mollano di un metro. Come fanno? Hanno passione. La maggior parte, invece, si siede mentalmente, ed è un guaio.
Oggi chi fa controinformazione?
Sono dei singoli. Sono i bravi giornalisti. Non ci sono testate o forze. Dico Stella e Rizzo perché su ogni cosa, indagano e studiano. Controinformazione comunque è anche quella che ha fatto l’Europeo nel numero sul razzismo, l’estrema destra, o l’emigrazione italiana.
Su cosa andrebbe fatta oggi controinformazione?
La vera controinformazione oggi sarebbe andare nelle valli del bresciano, del bergamasco, davanti alle fabbriche siderurgiche e mettersi lì a guardare quando escono i metalmeccanici. Io l’ho fatto. La maggior parte sono di colore. Oppure andare nelle fabbriche della zona di Asolo: lì la statale è circondata da case e fabbriche, quelle degli ex operai che si sono fatti la fabbrichetta. Come mai sono gli imprenditori del Triveneto che chiedono l’immigrazione? Perché i figli dei padroni non vanno a lavorare in fabbrica, come a Rosarno i figli non vanno a raccogliere gli agrumi. Provare a ricordare la storia, raccogliere i numeri: questo bisognerebbe fare, anche se faticoso. Pesa anche il grado di interesse del lettore, in questo caso molto scarso. Proporre iniziative simili a un direttore non è una passeggiata.
Quindi la controinformazione in fondo è solo buona informazione? Non serve che sia “contro”?
Certo. È informazione. Perché deve essere contro? Tutta l’informazione è contro qualcuno e a favore di qualcun’altro. Guai a innamorarsi della parola “contro”. Non credo alla teoria di una regia occulta per cui quando le cose sono fatte in un determinato modo è perché c’è un regista, un grande fratello. Spesso ci sono le manchevolezze personali del giornalista, dell’informatore, gli interessi minuscoli del politico; ci sono tante concause. Ecco perché la lettura deve essere complessiva, senza mai pensare che la verità sia dietro l’angolo o che, addirittura, nemmeno si debba cercare dietro l’angolo perché la verità è già in testa. Se l’informazione fosse fatta come si deve, non ci sarebbe bisogno della controinformazione. Infatti, per fortuna, non c’è più da tempo: La controinformazione è stata un’autoesaltazione.