Con gli occhi degli altri


Tanti viaggi controcorrente per andare a conoscere da vicino la gente che, anche a rischio della vita, decide di scappare dal proprio Paese per cercare un’esistenza migliore. Poi una telecamera, la passione per le immagini e una grande curiosità culturale. Andrea Segre, 35 anni, sociologo e regista con i documentari A sud di Lampedusa, Come un uomo sulla terra, Magari le cose cambiano, Il sangue verde ha raccontato i problemi degli immigrati e la contaminazione culturale tra tradizioni diverse. A settembre, Segre ha portato alle Giornate degli autori dell’ultima Mostra Internazionale d’Arte cinematografica di Venezia il suo primo lungometraggio, Io sono Li. Il film, ambientato a Chioggia, in provincia di Venezia, racconta il particolare rapporto tra un’immigrata cinese e un anziano pescatore originario di Pola.

Qual è la tua formazione culturale? Quale percorso ti ha portato alla regia?
Dopo il liceo classico a Padova mi sono trasferito a Bologna alla fine degli anni '90, dove mi sono iscritto a Scienze della comunicazione, un corso che abolirei o che comunque non chiamerei “scienza”. Ricordo ancora il primo giorno di lezione, quando Umberto Eco ci disse : "Se volete che questo corso vi serva a qualcosa, fate anche altro". Io ho seguito il suo consiglio. Purtroppo questo tipo di studi ha illuso molti giovani facendo credere loro che per occuparsi di comunicazione basta laurearsi, mentre invece rimangono con il vuoto in mano. Chi esce da questi corsi non comunica, ma sempre più spesso va a fare il pubblicitario. Così, mentre studiavo, ho iniziato a interessarmi ad altro e a fare viaggi a ritroso rispetto ai flussi migratori di allora. In quei tempi si percepiva l'Europa dell'Est come grande pericolo per l’Italia e per gli italiani. Allora sono andato in Albania, Bosnia e in altre zone dell'ex Jugoslavia. Da una parte ero mosso dalla curiosità, dall'altra da una spinta di matrice politica: non volevo accettare che il problema fosse rappresentato da chi aveva deciso di venire nel nostro Paese. Durante questi viaggi ho iniziato a usare la videocamera da autodidatta. Mi sono formato guardando film e documentari che più sentivo vicini ai miei interessi. I miei primi girati e laboratori li ho fatti al Centro giovanile di Valona, in Albania. Con alcuni amici ho poi fondato un piccolo festival di corti a Padova e, contemporaneamente, ho iniziato la produzione dei documentari fino alla prima opera cinematografica di quest'anno. Il mio impegno continua poi in quella grande fucina che è ZaLab, che produce laboratori di video partecipativo e documentari in contesti interculturali e in situazioni di marginalità geografica e sociale.

Oggi cosa bisogna fare per produrre e di-stribuire un documentario in Italia? Quali sono le difficoltà?
Nel nostro Paese è la televisione il principale mercato per vendere i propri prodotti. Purtroppo la tv in Italia è gestita secondo logiche politiche. La cultura italiana produce cinema sociale e documentari, ma questi non vengono presi in considerazione dal piccolo schermo. L'unico programma che dà spazio ai documentari è Doc3 di Rai 3, che però va in onda d'estate a mezzanotte. Dunque è chiaro che il mercato di riferimento è chiuso. Ma non per mancanza di soldi, anche perché, per fare un esempio banale, noi con una puntata di Fiorello potremmo fare 50 documentari. È una questione di scelte. Allora per trovare i fondi necessari bisogna battere altre strade: fondazioni, enti locali, premi, festival. Dove l'interesse non manca mai. Anche ZaLab si occupa di questo e con la sua distribuzione civile cerca di diffondere l’interesse per il cinema del reale. Poi magari capita che la televisione, dopo che hai vinto premi e che hai avuto un discreto successo al cinema, compri il tuo prodotto. Ma arriva per ultima quando non può più farne a meno.

Nel tuo modo di girare e nelle tue scelte poetiche c'è qualcuno a cui ti ispiri? Chi sono i tuoi maestri?
Ho due filoni di riferimento. Uno è il neorealismo italiano partito con Roberto Rossellini e Vittorio De Sica, fino a quello contemporaneo di Matteo Garrone. Di Garrone ammiro la capacità di entrare con la cinepresa in situazioni fluide creando delle realtà. In questo riesce poi a trovare la poesia con un tocco estetizzante che lo avvicina a Sorrentino. L'altro cinema che prediligo è quello indipendente internazionale rappresentato al massimo dal finlandese Aki Kaurismaki e dall'americano Jim Jarmusch. La loro peculiarità è di partire da piccole realtà locali a cui riescono a dare un respiro globale. Con grande modestia è quello che cerco di fare nei miei lavori. Mi è capitato spesso di sentirmi dire in Italia che le mie storie erano troppo locali, mentre all'estero mi dicevano esattamente il contrario.
In Io sono Li hai lavorato con il fotografo Luca Bigazzi e hai potuto contare sulla presenza di attori come Giuseppe Battiston, Roberto Citran e Marco Paolini.

Come hai messo insieme il cast?
Con Bigazzi avevo già lavorato per Magari le cose cambiano e Il sangue verde. È stato lui a cercarmi dopo aver visto i miei documentari e abbiamo iniziato a collaborare. Lavorare con lui è un grande vantaggio. Non essendo io un fotografo, avere Luca al mio fianco rende tutto più facile, tanto che mi sembra di utilizzare in prima persona la telecamera. Sul cast non posso dire nulla, solo che sono contentissimo di avere lavorato con grandi professionisti che hanno anche aiutato economicamente il film.

Da dove viene la scelta di ambientare il film a Chioggia? E perché ha deciso di utilizzare il dialetto veneto?
Chioggia è una scelta naturale, mia madre ci è nata e volevo parlare di questa terra, tornare dove sono le mie origini. L'utilizzo del dialetto è una scelta. Me l'hanno chiesto tutti: ma qualcuno ha mai ascoltato gente che in osteria, attorno a un tavolo, parla un italiano perfetto?

In tutto il tuo percorso da regista e da viaggiatore, credi che all'Italia manchi qualcosa rispetto alle altre realtà europee nel rapporto con l'immigrazione?
All’Italia manca il coraggio di liberarsi dalla paura dell’altro. Altro problema è inseguire un facile consenso politico. Dobbiamo capire che il problema è rappresentato da chi fomenta la paura. Chi lo fa si deve mettere da parte e bisogna che qualcuno glielo dica chiaro e tondo. Non si può dare credito a chi discute se si possa fare e vendere il kebab a Treviso: questi non sono argomenti né problemi. Bisogna saper riconoscere e celebrare le nuove italie e sentire la gente che arriva da altri Paesi come parte di noi. C’è una nuova Italia e lo vedo tutti i giorni quando vado a prendere mia figlia in una scuola qua a Roma dove vivo. Ci vorrebbero nuove leggi sulla cittadinanza e sul diritto di voto.

Per un certo periodo hai insegnato anche in università. Qual è il tuo rapporto con il mondo accademico?
Ora non lavoro più in università. Per molto tempo ho fatto il dottorato e ho insegnato. Mi sarebbe piaciuto continuare a fare entrambe le cose, regista e ricercatore. Ma in Italia c’è la mania di dare etichette di pensiero e politica. Allora ho preferito scegliere ciò che più mi piace, che è la regia. Non posso fare un lavoro dovendomi preoccupare di chi sono e a cosa penso. Poi, grazie ai miei lavori, le università oggi mi chiamano per fare lezioni.

I prossimi lavori?
Mi sto occupando di un documentario sui profughi scappati dalla Libia che hanno attraversato il mare nel 2009.

Se dovessi dare un consiglio a un giovane che vuole girare il suo primo film o il suo primo documentario?
Rispondo con una battuta di Aki Kaurismaki rivolta a chi gli aveva rivolto la stessa domanda: «Senti, fai una cosa: prima diventa padre, poi fai il regista».

  • Giacomo Galanti


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