Civico Babele, via Padova


 
 

Al civico 80, di fronte ad un venditore di kebab, è morto Ahmed Abdel Aziz el Sayed Abdou, un cittadino egiziano di 19 anni. Il 12 febbraio 2010 la luce dei riflettori si accende su via Padova. Un omicidio scaturito da una semplice lite sull’autobus della linea 56, quel bastimento stracolmo di gente che rimbalza da piazzale Loreto a Cascina Gobba, percorrendo tutta via Padova. La strada, a quanto dicono alcuni residenti, è tagliata a metà dal ponte ferroviario: da una parte sta la metà “cattiva”, quella prossima a piazzale Loreto, dall’altra quella “buona”. 

L’80, logicamente, è nella metà dannata. Il muro che sorregge il ponte, nel versante rivolto su via Pontano, è pieno di murales che si accumulano da anni. Una scritta campeggia nel punto in cui la strada sfocia in via Padova: «Via Pontano è stata dipinta per la prima volta nel 1987. Non si dipinge liberamente ma: rispettate i pezzi altrui, tenete pulito e soprattutto… non rompete il cazzo!». Come dire, esistono delle regole di convivenza anche tra i writers. Sfilano volanti dei Carabinieri, camionette, jeep. «Sono i normali controlli, nulla di nuovo» afferma un agente dei Carabinieri. «Però – precisa – non sono del comando del quartiere, perciò per capire come si è evoluta la situazione deve chiedere ai miei colleghi». L’Arma, però, non rilascia dichiarazioni via telefono. 

L’identità di un quartiere non è un dato giornalisticamente traducibile. Non saranno le inchieste a svelarlo. L’identità di un quartiere si cela sotto le convinzioni degli abitanti, sotto le percezioni più o meno indotte delle persone. Per i media, invece, l’identità di via Padova si esaurisce solo nel conflitto interraziale, che si esprime in modo più o meno violento. Eppure, questo è solo il tassello di un mosaico molto più complesso, che appare a tratti dalla parole delle persone che vivono il quartiere. 

Una barista sta facendo il caffè per un cliente. Sono le 11 e il locale è semivuoto. Al bancone un’amica attende per ricominciare a chiacchierare. «Gli extracomunitari sono i nostri primi clienti, è stupido considerarli un problema – dice –. Certo, c’è chi non rispetta le regole. E il problema è che ormai tutti si sentono in diritto di non farlo». Sulla vetrina del locale è appeso un foglio di carta. Su di esso, la scritta “Riprendiamoci Milano” è incorniciata in una bandiera identica a quella sudista in cui però il rosso è stato sostituito dal bianco della carta e la “x” è rossa e non blu. 

Raffaella è una delle agitatrici dell’associazione. La incontriamo al civico 133 di via Padova, sul lato opposto del centro di preghiera islamico, che si trova al 144. “Riprendiamoci Milano” è un’associazione che ha già avuto una sua visibilità: sono stati ospiti di Matrix, di loro hanno parlato Repubblica, Corriere della Sera, il Giorno. «“Riprendiamoci Milano” nasce per riappropriarsi del territorio che pian piano è stato sottratto ai milanesi dagli extracomunitari, che lo occupano con le loro moschee e con i loro negozi, e dall’amministrazione comunale, che pretende soldi per l’Ecopass e per i parcheggi». Il battesimo di fuoco dell’associazione è stato l’annuncio da parte della giunta Moratti di voler costruire un campo rom transitorio in via Idro, due chilometri e mezzo da via Padova. Era l’inizio del settembre 2009. 

«La Milano dell’Expo non ha bisogno di nuovi campi rom e nemmeno di accettare etnie diverse a tutti i costi», dice Raffaella. Il problema è il disinteresse per una zona liminare della città. «Per la riqualificazione delle periferie – afferma – servono investimenti. Altrimenti, per esempio, il parco Trotter resterà un luogo abbandonato, in mano solo a spacciatori». È esasperata da una politica dell’integrazione a tutti i costi «che ha in via Padova il simbolo del suo fallimento». 

A pochi passi da lì, in via Andrea Costa, abita uno scrittore, classe 1980. Si chiama Giorgio Fontana. Nel 2007 uscì un suo libro, Babele 56, come il nome della navetta che fa su e giù da via Padova, in cui si raccontava il cambiamento della città negli ultimi 15-20 anni, attraverso otto storie, scandite dalle fermate dell’autobus. «Ho voluto raccontare in una cornice lirica fluttuante, che è la 56 – spiega Fontana – il cambiamento di un quartiere». Una sfida lanciata all’idea della convivenza insieme, che non si limita ad integrare lo straniero nel “nostro”sistema. Nella via Padova che ha in testa Fontana perdono senso il concetto d’immigrato e non solo. «Sono le scuole – continua lo scrittore – il laboratorio fondamentale per l’Italia che verrà». Ad esempio, la Casa del Sole, all’interno del parco Trotter, definito da Fontana «una realtà particolarmente virtuosa». 

Se si prosegue lungo via Padova in direzione Cascina Gobba, mantenendo l’ingresso della Casa del Sole sulla sinistra, alla terza via sulla destra si incontra via Clitumno. Un cinema hardcore fa ad angolo. Un centinaio di metri più avanti, sul marciapiede di sinistra c’è un enorme emporio di vestiti giapponesi. Due imponenti porte automatiche lo fanno sembrare un grande magazzino. Sul lato opposto della strada stanno invece i condomini. Al civico 11, al posto dei citofoni ci sono solo due tubi da cui fuoriesce un groviglio di cavi elettrici. Non c’è nessuna portineria, nessun sistema per chiudere l’ingresso. Un corridoio divide l’entrata dalla corte centrale. Al centro di essa, sta un quadrilatero composto da sei bidoni della spazzatura per fila. È un vecchio condominio di case di ringhiera, dai ballatoi stretti, come cunicoli sospesi in aria. Nell’angolo destro della palazzina si apre una voragine che sembra causata da un’esplosione. Vi fu un incendio, infatti, la notte del 3 giugno 2009.

Dall’ingresso entra un funzionario del Tribunale di Milano. «Devo fare dei pignoramenti – dice – ma non posso lasciarvi alcuna dichiarazione perché sono qui in veste di pubblico ufficiale». Entrano nel condominio due anziani; dall’accento diresti che provengono dal Sud Italia. Esprimono con forza tutta la loro frustrazione nel vedere entrare nel loro stabile estranei muniti di taccuino e videocamera. 

Il giorno prima, sempre in via Clitumno, un controllore del gas aveva dichiarato: «Quello è un condominio che ti fa passare la voglia di lavorare. Una volta, ho incontrato una trans all’ingresso e fortuna che mi ha accompagnato lei fino ai contatori». Al controllore non sembra così normale la presenza di forze dell’ordine che si riscontra in questi giorni: «Sono cinque anni che sono qui e nessuno mi ha mai controllato. L’altro giorno passavo col furgone quando ho visto una paletta abbassata. Mi hanno controllato i documenti, la patente e mi hanno chiesto dove andavo. Poi mi hanno lasciato andare». 

Se si rientra in via Padova e si prosegue duecento metri oltre il ponte ferroviario, s’incontra un negozio di antifurti. È gestito da un emigrato proveniente dal Meridione, trasferitosi in pianta stabile a Milano 25 anni fa. Vive qui ma vende altrove. «Per chi abita in via Padova – spiega – il problema non è l’allarme, ma riuscire ad avere sempre qualcosa da mangiare».

  • Lorenzo Bagnoli

     

 

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