Il vero giornalismo è quello che si fa consumando la suola delle scarpe. Questo è il passato. E il futuro? Il messaggio (provocatorio) della RFP, Les Radios Franquofones Publiques, associazione delle radio francofone di Francia, Belgio, Svizzera e Canada, è chiaro. Cinque giornalisti radiofonici saranno rinchiusi per una settimana in una casa e, da lì, dovranno condurre un’ora di trasmissione al giorno con il solo aiuto di Facebook e Twitter.
Un esperimento estremo di informazione on-line. Come informare ed essere informati, quando si è tagliati fuori dalla comunicazione tradizionale? Questa la domanda che si è posta l’emittente, che dal suo sito internet radiosfrancophones.org lancia il primo Grande fratello per giornalisti dall’eloquente titolo Huis clos sur le Net, un omaggio all’opera teatrale di Jean-Paul Sartre, A porte chiuse. Già a livello denotativo, qualcosa di più del semplice reality a cui siamo abituati. Qui si vuole avvalorare la legittimità di tutti quei mezzi di informazione, social-network per primi, spesso declassati al rango di fonti di serie B. E si vuole anche dimostrare come fare un Gr senza quell’informazione ormai abituata a piangersi addosso.
Le regole per partecipare sono semplici: sequestrati i cellulari; bandite tv, radio, agenzie e quotidiani. A disposizione un computer abilitato solo alla connessione Twitter e Facebook. I concorrenti dovranno scrivere le proprie impressioni su un blog, ma soprattutto dovranno riuscire nell’ardua impresa di condurre una vera e propria trasmissione d’informazione. Anche se d’informazione targata 2.0.
Benjamin Muller (France Info), Nour-Eddine Zidane (France Inter), Janic Tremblay (Première Chaîne di Radio-Canada), Anne-Paule Martin (RSR, Svizzera) e Nicolas Willems (RTBF, Belgio), noti giornalisti, hanno accettato questa missione fanta-giornalistica e dall’1 febbraio saranno “deportati” nella campagna della Francia del Sud. Da lì non potranno più avere nessun contatto con il mondo esterno se non attraverso i due social-network.
Una volta il giornalista Enrico Mentana, durante un’intervista, confessò di non riuscire mai a dormir sonni tranquilli per l’ansia di non sapere cosa stesse succedendo nel mondo. Da oggi ci si domanderà se questi colleghi ce la faranno a disintossicarsi dall’ “overdose informativa”, di cui soffrono i giornalisti. Quel che è certo è che, se l’esperimento si ripetesse, in Italia ne vedremmo delle belle: altro che urla, bagarre e nomination.
I giornalisti s’impegnano a non consultare la posta elettronica, a non accettare nuovi amici o “cinguettare” su Twitter. Ma soprattutto dovranno cancellare gli account delle grandi testate, restando in un inimmaginabile mondo d’informazione bottom-up. Solo l’ultimo giorno potranno riconnettersi all’intero web per fare il punto sull’intero esperimento.
E proprio la comunità del web inizia a commentare questo nuovo gioco dell’informazione. Philippe Chaffanjon, direttore di France Info, crede che Huis clos sur le Net sia anche un modo per mettere alla prova tutti i miti che accompagnano il micro-giornalismo: «Si dice sempre che i media tradizionali sono minacciati da queste fonti alternative. Ma quale lettura del mondo si ha attraverso Facebook e Twitter?». Franco Pratellesi, da Corriere.it, crede che l’iniziativa dimostrerà come «i due social network possono essere di grande aiuto per diffondere le informazioni nei Paesi in cui c’è la censura, come l’Iran, o in caso di blackout delle infrastrutture tradizionali, si veda Haiti, ma forse non sono sufficienti come fonte autonoma». C’è poi chi scrive che Huis clos sur le Net sarebbe una trovata per dimostrare il valore delle radio come fonti autonome di notizie, ancora oggi; e infine chi, scettico, si domanda se bastano gli emoticons per fare informazione.
In ogni caso, Huis clos sur le Net è all’insegna del pragmatismo e dell’attualità. Da domani nessun capo-redattore oserà guardarvi male se, tra una colonna e una testatina, avrete il tempo per informare il mondo sul vostro status.