Cinesi d'Italia: involtini primavera e altre leggende


La nostra conoscenza dei cinesi che vivono in Italia è un distillato di stereotipi più o meno grossolani. Immagini superficiali, banalizzate dalle generalizzazioni, ci impediscono di spingere lo sguardo un po’ più a fondo per scoprire chi sono davvero questi ospiti silenziosi, schivi, laboriosi e attaccati alla valore della famiglia.

Far piazza pulita di luoghi comuni, leggende metropolitane, pregiudizi sui cinesi che vivono in Italia. È l’obiettivo di Miss Little China di Vincenzo De Cecco e Giallo a Milano di Sergio Basso, due documentari che hanno voluto ficcare il naso al di là della leggenda.

Può uno straniero raccontare la Cina? «È sempre rivelatore essere raccontato dall’altro – spiega Sergio Basso –, come quando guardi da una finestra e improvvisamente ti accorgi della tua immagine riflessa». Un anno e mezzo di ricerche per De Cecco, 14 mesi per Basso. Nella maniera più naturale possibile entrambi decidono di giocare su più temi, in modo da poter costruire una realtà complessa e tenuta insieme, come in un mosaico, da un unico collante: i luoghi comuni. Questo il loro punto di partenza. Smontarli uno ad uno, l’obiettivo.

I cinesi copiano, vendono solo merce contraffatta
Il 75% dei cinesi migrati in Italia proviene dalla provincia di Wenzhou: oggi, grazie all’esempio che hanno dimostrato da noi, “essere abitante di Whenzou” è sinonimo di ingegno, scaltrezza e intraprendenza. Veneziani e napoletani nostrani hanno di che lamentarsi.

«Io studio e lavoro – confessa una ragazza cinese del documentario di Basso -, ma per i miei genitori significa perdere la faccia. Sono una dipendente e questo a loro non piace». C’è chi ha saputo sfruttare il piccolo commercio: tintorie, parrucchieri, piccoli bar, negozi capaci di offrire un servizio a chiunque. Per i milanesi, piccole comodità che non sono state mangiate dalla grande produzione. Imprenditorialità con la i maiuscola: è questo il sogno del migrante cinese.«Io vorrei avere una casa e una fabbrica. Così, per far felici tutti», racconta un’adolescente che ora lavora in un laboratorio tessile.

«Oggi siamo molto lontani dall’immagine dell’ambulante cinese che dice “due clavatte, una lila” – scherza Angelo Ou, cinese che parla lombardo –. Nel 1962 a Milano si è aperto il primo ristorante cinese, ora ce ne sono più di 500, non contando che la nostra comunità gestisce anche i ristoranti giapponesi. Quando nel 2002 è scoppiato il caso Sars, un terzo dei ristoratori ha dovuto chiudere perché nessun italiano si fidava più e, come sempre, i cinesi hanno saputo reinventarsi buttandosi nella ristorazione nipponica». «A noi italiani da una parte fa comodo – fa eco De Cecco –, dall’altra siamo ostili. I cinesi, a differenza degli altri gruppi etnici, sono vissuti come una minaccia economica: spaventa la loro capacità di autofinanziarsi e essere competitivi». Nel suo documentario si segue il lavoro di un venticinquenne cinese cresciuto in Italia: esporta made in Italy in Cina e oggi, grazie a questa attività, ha cinque aziende. Gli sembra assurdo che nessun italiano ci abbia ancora pensato: «Dovete sfruttarci come una risorsa», dice davanti alla telecamera. «Mentre noi ci chiudevamo - commenta il regista -, gli altri paesi europei aprivano un bureau per promuovere le proprie risorse in Cina. Quanto tempo stiamo perdendo a non capire? La nostra concorrenza con il Dragone Rosso sembra ormai finita: loro sono già molto più avanti».

I cinesi, una comunità chiusa
Siamo ormai alla quarta generazione: dei 200mila cinesi in Italia, uno su quattro ha meno di 18 anni. A cavalcioni tra due mondi, cercano di prendere il buono dell’uno e dell’altro: «Non voglio che con me cammini sempre un’ombra che mi ripete “sei cinese”», confessa un artista dagli occhi a mandorla che studia all’Accademia di Brera. Ha colorato una tela di rosso e, al posto delle stelle presenti sulla sua bandiera, ha scelto di tracciare tanti punti di domanda.
«Ho parlato con i miei genitori – racconta un’altra ragazza in Miss Little China –. Ho detto loro che io voglio avere un giorno libero a settimana, voglio andare in vacanza d’estate e voglio spendere i soldi che guadagno lavorando». Sono solo i tratti somatici che ci ricordano da dove viene, perché dal nome che appare nel sottopancia, e soprattutto da quello che dice, si potrebbe senza problemi credere di ascoltare un’adolescente italiana.

In un contesto in cui l’immigrazione non è ancora metabolizzata è difficile ridere delle leggende. Miss Little China, infatti, non risparmia gli italiani: le storie sono intervallate da registrazioni telefoniche con i commenti degli italiani sulla comunità cinese. Il confronto non regge: alle parole degli xenofobi sparsi qua e là per la Penisola, De Cecco accompagna immagini che raccontano l’esatto contrario. E gli italiani ne escono distrutti. «Ho restituito spontaneamente quello che c’è nell’aria, facendo capire che c’è una discrasia tra la realtà e il nostro immaginario. I cinesi restano nel nucleo familiare perché non conoscono la lingua, ma mentre giravamo per l’Italia erano loro a fare domande a noi sulle nostre tradizioni».

Spariscono
«Beviamo molto ginseng, ma non per questo siamo immortali. Almeno non per ora». Si diverte raccontandosi, Gianni Lin di Associna: «Se c’è qualcuno che muore in modo appariscente a Milano è proprio il cinese medio. Si fanno scoppiare petardi per le strade per salutare il proprio caro scomparso, si procede fino al cimitero Monumentale in fila indiana, con vistose corone di fiori. Il culto per gli antenati è radicatissimo e sarebbe impossibile pensare che una famiglia faccia sparire una salma per riciclarne i documenti: è contro la pietas cinese».

Non ci sono soltanto i cinesi che passano giorni e notti in laboratori malsani e fuorilegge, intenti a cucire borse contraffatte e vestiti taroccati. A Milano, ma anche a Roma, a Napoli, a Prato e in molte altre città d’Italia, i cinesi sono studenti, interpreti, attori, mediatori culturali, cantanti lirici, insegnanti di lingua, ingegneri, artisti, intellettuali e, più di tutto, imprenditori. Una popolazione densa - quella stabilitasi in Italia è la comunità più numerosa d’Europa - che non ama mostrarsi, ma che crea, produce e cerca di migliorarsi.

  • Giulia Dedionigi

 

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