A volte disegnatore chiuso nel suo atelier, altre giornalista tradizionale in viaggio alla ricerca di testimonianze ed emozioni da illustrare. Perché secondo Patrick Chappatte il disegno può aiutare a raccontare, comprendere e cambiare il mondo.
Nato in Pakistan da madre libanese e padre svizzero, cresciuto a Singapore e in terra elvetica, trasferitosi a New York e poi ritornato a Ginevra. Da questo punto di osservazione privilegiato, il vignettista Patrick Chappatte crea immagini che invitano il lettore a riflettere sull’attualità. Su Le Temps, l’International Herald Tribune, il sito del New York Times, la Neue Zurcher Zeitung e di Internazionale illustra e commenta i grandi avvenimenti mondiali, mentre i suoi reportage a fumetti ne raccontano gli effetti sulla vita di tutti i giorni.
A che età Patrick Chappatte ha capito di voler diventare vignettista?
Ho iniziato a disegnare quando ero molto piccolo. A scuola ero sempre seduto in ultima fila a scarabocchiare. Un giorno, mi sono deciso a inviare i miei disegni a un giornale locale e mi hanno preso come stagista. In realtà, qui mi sono formato come giornalista della carta stampata. Solo più tardi mi sono dedicato alle vignette.
Nel reportage animato Liban: la mort est dans le champ ha scelto una forma inedita e una tematica inusuale. Perché?
Il progetto è nato da una collaborazione con il Comitato Internazionale della Croce Rossa. Il Libano del Sud interessava entrambi: il territorio è costellato di bombe inesplose lanciate dagli israeliani durante la guerra dei Sessanta giorni del 2006. Nel 2009 il lavoro è stato pubblicato su carta. Solo più tardi ho lanciato l’idea di farne un film. Era da molto che volevo narrare una storia in televisione, ma con disegni semplici. Nell’aprile 2011 Liban è andato finalmente in onda: ci sono voluti parecchi mesi di lavoro per trovare lo stile e il linguaggio adatti.
Come autore, è molto impegnato nel sociale. In che misura?
La prima iniziativa nella quale sono stato coinvolto, Plumes Croisées, ha come obiettivo il coinvolgimento sugli stessi progetti di vignettisti di Paesi sconvolti da conflitti interni di grave entità. I temi sui quali ci esercitiamo sono quelli che creano divisioni: la rivalità tra etnie in Kenya, il controverso rapporto politica-religione in Libano. Il secondo progetto su cui ho lavorato è Cartooning for Peace di Plantu, il vignettista di Le Monde. Stessa finalità: disegnatori di tutto il mondo per il dialogo e la libertà d’espressione.
Il mese scorso la casa editrice Éditions Glénat, in Francia e Svizzera, ha dato alle stampe BD Reporter – Du printemps arabe aux coulisses de l’Elysée. Com’è nato quest’ultimo libro?
Ho scelto e rimaneggiato sei reportage a fumetti. Uno è sugli immigrati che partono dalle coste tunisine e arrivano a Lampedusa. Un altro è sulle bidonville di Nairobi e sulle sue toilettes volantes: a causa dell’assenza di servizi igienici, la gente è costretta a fare i propri bisogni in sacchi di plastica che sono poi lanciati sui vicini. Sono quindi aneddoti forti, di cui molti già apparsi su Internazionale.
Quanto è vicino lo stile di Chappatte a un Joe Sacco, per esempio?
Quando ho iniziato con i reportage a fumetti nel 1995, ho preso ispirazione da Sacco, il creatore del genere, e dal disegnatore francese Jean Teulé. Dopo essermi recato sul posto, posso così descrivere quanto visto e sentito in modo più sottile e realistico. In generale, io mi sento anglosassone nel tratto ed europeo nello spirito, soprattutto per l’influenza di Honoré Daumier, il fondatore della vignettistica satirica.