Sono più di 67mila i detenuti nelle carceri italiane. Tanti, troppi. Anche perché, ogni mese, la popolazione carceraria cresce di 800 unità, andando a intasare le strutture penitenziarie e a soffocare ogni possibile processo rieducativo. «Sono anni – dice Elisabetta Laganà, presidente dalla Conferenza nazionale volontariato giustizia – che denunciamo il sovraffollamento. Le carceri italiane vanno contro le direttive costituzionali, non rispondendo alla funzione riabilitativa assegnata dall’articolo 27 della nostra Costituzione».
Con una presenza diffusa su tutto il territorio nazionale che ammonta a circa 9mila persone, i volontari presenti all’interno delle carceri assolvono funzioni che vanno dalla stretta assistenza materiale, per far fronte alla povertà di alcuni detenuti, alla riabilitazione dei soggetti affidati ai servizi sociali. Senza esimersi da un’opera di sostegno garantita anche a chi, una volta fuori dal carcere, stenta a trovare lavoro e a vincere la sofferenza sociale che la detenzione impone. «Abbiamo deciso di mobilitarci – spiega il presidente della Conferenza – perché non crediamo che le iniziative prese dal potere politico possano offrire un’adeguata soluzione ai problemi nelle carceri. Non crediamo che il piano di edilizia straordinaria sia una soluzione, così come non crediamo che per i reati di scarso allarme sociale il carcere sia lo strumento riabilitativo più efficace».
Secondo il piano di edilizia straordinaria, votato il 13 gennaio scorso dal governo, entro il 2012 saranno pronti nuovi penitenziari per una portata complessiva di 21mila posti. In realtà il completamento delle strutture sembra improbabile in una data così ravvicinata. Inoltre, in mancanza di modifiche strutturali al sistema di detenzione, anche i nuovi posti saranno presto insufficienti. I soldi spesi nel programma cantieristico, secondo i volontari, sarebbero più efficaci se investiti nelle misure alternative di detenzione e in un piano sociale straordinario per una piena riabilitazione di chi ha finito di scontare la pena.
«Un investimento del genere – continua Elisabetta Laganà – porterebbe a due tipi di risultati. In primo luogo si potrebbe aiutare chi esce dal carcere e, se un soggetto viene seguito nei due anni successivi alla scarcerazione, le possibilità che egli recida diminuiscono drasticamente. In secondo luogo, prediligere misure alternative sotto il controllo dell’autorità giudiziaria per i reati di scarso allarme sociale risolverebbe il problema del sovraffollamento, sarebbe meno costoso della carcerazione, ma, soprattutto, garantirebbe un più ampio margine di successo al piano rieducativo».
La mobilitazione dei volontari che, secondo quanto annunciato, dovrebbe concretizzarsi in manifestazioni locali e nazionali, ha trovato maggiore vigore in seguito alla bocciatura da parte della Camera della misura, contenuta nel decreto legge “svuota carceri”, che prevedeva la messa in prova ai servizi sociali per le pene inferiori ai tre anni.
«Il vero problema – conclude Elisabetta Laganà – è che tutti i partiti spacciano il carcere come la misura più sicura. In realtà non è così, sono le misure alternative a garantire una maggiore possibilità di non recidiva e quindi di sicurezza sociale. La cassazione della "messa in prova" dal disegno di legge “svuota carceri” è stata una fortissima delusione. Da anni sosteniamo questa misura, già positivamente sperimentata nell’ambito dei minori». «È poi vero – conclude Laganà - che la legge attuale, senza la messa in prova, diventa inutile: libererebbe le carceri solo di poche migliaia di unità senza evitare un continuo incremento della popolazione detenuta».