È il caos in Costa d’Avorio, dove si è concluso il ballottaggio per le elezioni presidenziali. I due candidati, l’uscente Laurent Gbagbo e il neo-eletto democratico Alexandre Ouattara, presiedono due governi opposti per lo stesso Paese, attraversato da scontri e manifestazioni.
Mercoledì scorso la CEI, Commissione Elettorale Indipendente, si è pronunciata sul vincitore del ballottaggio, Alexandre Ouattara, eletto con il 54% delle preferenze, ma la conferenza stampa è stata bloccata da militanti pro-Gbagbo. La dichiarazione della Cei, sostenuta dall’Onu e dall’Unione dei Paesi Africani, è stata contestata duramente da Gbagbo. Anche tutti i Paesi della Cédéao, la comunità dei Paesi africani occidentali, appoggiano ufficialmente l’insediamento di Ouattara alla presidenza, confermando, insieme al comitato di sicurezza dell’Onu, la validità degli scrutini della Cei. Proprio in questi giorni è in corso un tavolo di trattativa fra l’Onu e Laurent Gbagbo. Sulla questione è intervenuto anche il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che in una lettera diplomatica indirizzata a Gbagbo ha chiesto formalmente la rinuncia alla carica, pena gravi sanzioni
L’ex presidente, denunciando presunti brogli elettorali, ha voluto far ripetere lo scrutinio, questa volta sotto la vigilanza di una commissione costituita da lui stesso. Il consiglio costituzionale (questo il nome della commissione di Gbagbo), com’era prevedibile, ha ribaltato l’esito delle votazioni, dichiarando vincitore Laurent Gbagbo con il 51% dei voti.
Gbagbo ha quindi instaurato un governo “di combattimento” nella capitale,in opposizione a quello preseduto legittimamente da Ouattara e sostenuto dalle potenze straniere. Nella formazione del suo “anti-governo” Gbagbo ha scelto di sbarazzarsi della vecchia guardia di partito, corrosa da un’opinione pubblica ostile, e non ha rinunciato a esplicite provocazioni sul piano diplomatico: ha nominato ministro della gioventù Charles Blé Goudé, il leader dei Jeunes Patriots, più volte sanzionato dall’Onu per essere stato responsabile di violenze e attentati contro nordcoreani e francesi durante il conflitto del 2002.
Abbiamo chiesto a Raffaele Masto, giornalista di Radio Popolare e autore di In Africa, un’analisi della situazione. «La crisi di governo in atto in Costa d’Avorio – spiega - è molto grave: l’ipotesi di una guerra civile non si può escludere. Le Forces Nouvelles, le forze armate del Nord che sostengono Ouattara, stanno mostrando un atteggiamento molto responsabile, e non cercano lo scontro con l’esercito regolare. Ma è una situazione che non può durare a lungo».
Chi potrebbe intervenire per risolvere il conflitto?
«Spesso questi ribaltamenti politici, piuttosto frequenti in Africa, sono quasi caldeggiati dalla comunità internazionale, che per interessi diversi tende a non avere atteggiamenti fermi di condanna, come è avvenuto con Robert Mugabe, il presidente dello Zimbabwe. Ma questo caso è diverso: la condanna è stata univoca, dall’Onu all’Unione Africana, alle potenze straniere, come Francia e Usa. Credo che in questo momento Gbagbo stia cercando una sponda politica ed economica in Paesi come la Cina e la Russia: se la otterrà, sarà difficile farlo recedere dalla sua posizione»
Qual è la posta in gioco del tavolo con l’Onu di questi giorni?
«Credo che l’Onu potrebbe garantire a Gbagbo il godimento di tutte le ricchezze che ha depositato fuori dalla Costa d’Avorio, ora bloccate. In quel caso l’ex presidente potrebbe scegliere di ritirarsi per poter usufruire dei suoi beni. Altrimenti non gli resterà altra via d’uscita se non la resistenza»
La “rivincita” di Gbagbo non ha forse trovato spazio anche nella fragilità di Ouattara?
«Assolutamente sì. Ouattara in Costa d’Avorio è ancora soprannominato “lo straniero”, e non avrebbe mai vinto se Bedié (il leader politico democratico cresciuto come delfino di Houphouet, padre della patria) non avesse spostato su di lui il suo bacino di voti. Votare un candidato di origine burkinabé è considerato ancora un’eresia per molti abitanti. Il fatto che i Baulé (l’etnia più numerosa del Paese ndr) del centro del Paese l’abbiano votato, però, costituisce un grande passo in avanti, che andrebbe premiato. Gbagbo invece gode dell’appoggio incondizionato dei giovani e degli abitanti della capitale: l’immagine che ha costruito di sé come oppositore del regime, ribelle, patriota, fa convergere in lui i sogni dei giovani che vorrebbero vedere la Francia completamente fuori dagli affari locali»
Quanto è forte il rischio di una divisione del Paese?
«È una possibilità reale, ma che non troverebbe mai l’avvallo della comunità internazionale. Il rischio è che si avveri di facto, e che i Paesi stranieri ne approfittino per concludere accordi bilaterali di parte.».