L’11 gennaio Milano ha perso il suo designer: si è spento all’età di 83 anni Bob Noorda, l’autore di decine di marchi famosi come quello della Coop, dell’Arnoldo Mondadori Editore, della Regione Lombardia e del centenario dell’Aci.
Francesco Dondina, grafico e docente di Comunicazione visiva al Politecnico di Milano, lo definisce uno dei grandi del design contemporaneo. Sia per la sua storia (nato in Olanda e vissuto a Milano in un epoca di grande sviluppo industriale), sia per la sua formazione nel prestigioso Istituto di design Ivkno diretto da Gerrit Rietveld. Trasferitosi a Milano nel 1957, Noorda si distinse subito lavorando per Pirelli e per La Rinascente.
Per un anno fu art-director dell’ufficio grafica di Pirelli. Negli anni Sessanta contribuì a fondare l’Unimark International e diventò un punto di riferimento per la cultura e le imprese del milanese, contribuendo in maniera determinante a creare quella che oggi è definita Scuola Milanese. «Mi parlava sempre degli imprenditori dell’epoca – ricorda Dondina - che descriveva come grandi uomini che hanno cambiato il volto di Milano e dell’Italia».
L’immagine grafica di grandi marchi come Agip, Banca Commerciale Italiana, Dreher, Chiari & Forti, Fusital, Max Meyer, Richard Ginori, Total, Ermenegildo Zegna e Mitsubishi è stata interamente curata da lui. Ha lavorato anche per l’editoria, progettando marchi e pubblicità di Vallecchi, Sansoni, Feltrinelli e Touring Club Italiano. Ma l’opera per cui tutta Milano e il mondo lo ricorda maggiormente è la segnaletica della metropolitana, diventata l’archetipo di tutte le altre segnaletiche underground e che New York ha voluto per la sua subway.
Al Politecnico di Milano, Noorda aveva ricevuto la laurea ad honorem in Disegno industriale e lo scorso novembre aveva partecipato a un incontro organizzato dallo stesso Dondina. Una delle sue ultime apparizioni pubbliche, che aveva entusiasmato gli studenti accorsi per ascoltarlo.
«Bob - continua il docente - dava spesso l’impressione che il cervello si accendesse solo quando ne aveva voglia, anche se non era vero. Era molto modesto e trafelato, come spesso sono i grandissimi. Parlava del suo mestiere come se facesse una cosa comune: una rarità oggi, dove molti millantano di aver fatto grandi opere, ma che in realtà sono poca cosa».