“Io non sono un attore – diceva Jean Gabin in un’intervista del 1970 per Cinémonde - mi accontento di adattare a me un personaggio e di interpretarlo con il mio temperamento”. Questa frase racchiude il mondo di Gabin, attore ma anche persona vera e propria, capace di ricondurre ogni personaggio a se stesso.
Tra i film presentati nella rassegna dedicata all’attore francese dal Bergamo Film Meeting, quello che porta in scena una tematica adatta alla sua personalità, uomo nostalgico, desideroso di emozioni e mai ordinario, è Quando torna l’inverno, diretto nel 1962 di Henri Verneuil. Gabin è Albert Quentin, un ex fuciliere di Marina che ha prestato servizio in Indocina, divenuto proprietario con la moglie di un piccolo albergo vicino le coste della Normandia. Bevitore accanito, egli tenta, in questo modo, di rievocare la giovinezza e l’Oriente, fino a quando non ha promesso alla moglie che non avrebbe più toccato un goccio di alcol se i bombardamenti degli inglesi li avessero lasciati in vita. Quindici anni dopo lo troviamo perfettamente sobrio, in fede alla sua promessa, fino all’arrivo di un giovane cliente Gabriel Fouquet (uno straordinario Jean Paul Belmondo), matador fallito, anch’egli avvezzo al bere, con cui Quentin decide di tornare alla sua Indocina, un’ultima volta, prima che l’inverno scenda definitivamente nel suo cuore.
Il romanzo del 1959 di Antoine Blondine, Le scimmie d’inverno, risente molto dell’influenza di Simenon, per il quale Gabin ha dato corpo a molti personaggi (non solo Maigret). Le scimmie a cui si riferisce il romanzo sono quelle che si trovano in Cina, che, all’approssimarsi dell’inverno, scendono dai boschi fin dentro i villaggi, perdendo la strada di ritorno.
L’amico Fouquet è anche lui una scimmia in cerca di risposte, che trova solo grazie a una serata di ordinaria follia, in cui i due protagonisti riescono a tornare ai loro vecchi sogni. Come fuochi d’artificio che in un attimo si accendono ma, subito dopo, subiscono l’usura del tempo, anche i loro sogni svaniscono di fronte a un inesorabile orologio senza lancette: essi non potranno mai tornare, ciò che rimane è soltanto una piccola speranza per il giovane Belmondo e il rimorso di una vita mai vissuta fino in fondo per il povero Quentin-Gabin. Attore e personaggio sono due facce di una stessa medaglia, entrambi capaci di sorridere ironicamente alla vita.
Il film racchiude tutte le caratteristiche dell’attore: gentiluomo ma anche rozzo, ironico ma serio, manesco ma con garbo. Il regista, che non a caso lo ha diretto in un’altra opera, Il presidente, considerato uno dei film testamento dell’attore francese, riesce a rappresentare tutta la contraddittorietà di Gabin, inducendo nello spettatore uno sguardo malinconico verso un uomo semplice, seduto su una panchina, che aspetta l’ultimo treno della sua vita.