L’esplosione nell’azienda chimica di Paderno Dugnano, avvenuta lo scorso 4 novembre, ha generato numerosi interrogativi sulla sicurezza degli impianti che trattano materiale pericoloso. La ditta Eureco, infatti, non era stata catalogata dal ministero dell’Ambiente nella lista dei 1.104 siti “a rischio di incidente rilevante” presenti in Italia.
Nella sciagura di Paderno ci sono stati ben due feriti gravi, tre ustionati e due morti: Sergio Scapolan, 63 anni, e Arun Zeqiri, 44 anni, albanese, deceduti entrambi a causa delle ustioni nel 90 per cento del corpo.
«Ho sentito all’improvviso un botto tremendo, mi sono girato e ho visto un mio collega che bruciava. Allora sono corso ad aiutarlo, ma così facendo mi sono ustionato anch’io tutte le mani». Così Ferid Meskha, operaio albanese di 50 anni, ha ricordato i momenti più drammatici dopo l’esplosione nella fabbrica dell’hinterland milanese.
Le cause dello scoppio non sono ancora state accertate ed è stata aperta un’indagine per verificarne colpe e motivazioni. Il punto è che con il trattamento di rifiuti chimici e sostanze pericolose, il rischio di vedere altre tragedie simili resta comunque elevato, e non nella sola Eureco.
«In Lombardia sono 280 le aziende dichiarate a rischio dal ministero, con alta concentrazione nelle province di Milano, Bergamo e Varese – afferma l’ingegnere Edoardo Galatola, uno dei maggiori esperti in Italia sulla sicurezza ambientale – ma in realtà potrebbero essere molte di più. C’è un meccanismo abbastanza deficitario: il decreto legislativo 334/99 spiega che gli impianti a rischio di incidente rilevante sono solamente quelli che trattano un quantitativo di materiale superiore a certi limiti». «Quindi - continua - la catalogazione è fatta in base al materiale in uso da ogni singola società e non per come queste sostanze vengono effettivamente utilizzate. Per esempio l’Eureco è una ditta troppo piccola per essere inserita nella lista nera: consuma una quantità di sostanze non sufficiente per essere considerata a rischio, secondo la normativa».
Le statistiche e le tabelle diffuse dal ministero, quindi, non tengono conto di come il materiale venga utilizzato, ma soltanto dei parametri quantitativi. E a chi si devono rivolgere le aziende per dichiarare quanto materiale pericoloso consumano?
«Se superano i limiti del decreto legislativo, la normativa (decreto 81 del 2008, ndr) prefede che devono rivolgersi o al ministero dell’Ambiente o all’autorità regionale predisposta», spiega Paolo Bragatto, ispettore dell’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul lavoro (Ispesl). «Le aziende - continua - sono obbligare a fare una notifica e a compilare un rapporto di sicurezza che deve essere inviato a un comitato tecnico regionale, composto dai vigili del fuoco, dall’Arpa e dall’Ispesl. Una volta approvato il rapporto, queste autorità si occupano del programma di ispezione: per le aziende ad alto rischio è annuale, per quelle a medio-basso e biennale, ma non sempre le risorse permettono di eseguire tutti i controlli».
C’è quindi un evidente problema: se i servizi di ispezione non hanno fondi a sufficienza, i controlli non sono regolari e sistematici. «Alcune categorie di rifiuti - aggiunge Bragatto - sfuggono alla normativa. Poi si deve tener conto del sistema di gestione dell’azienda: l’ispezione deve certificare il sistema di gestione, ma solo le aziende considerate più a rischio sono obbligate ad averne uno se non vogliono incorrere in sanzioni penali». «Insomma - conclude l'ispettore - tutto sta alla responsabilità della singola azienda, ma questa dovrebbe essere solo l’ultima barriera”.
Oltre che sporadica, l’attività di controllo non è più efficace come in passato. «Prima esisteva l’Unità operativa grandi rischi – spiega Roberto Bai, membro del Comitato scientifico di Legambiente Lombardia –, formata da personale preparato. Ma da qualche anno è stata sciolta. Per esaminare l’impiantistica di un’industria chimica è indispensabile affidarsi a esperti, e senza dubbio gli esperti migliori si trovano in azienda, direttamente a contatto con le sostanze pericolose. Per questo bisognerebbe promuovere la partecipazione dei lavoratori alla difesa della salute».
Fino agli anni Ottanta, i contratti collettivi di lavoro prevedevano che i lavoratori del settore chimico redigessero il registro dei dati ambientali e biostatistici, ovvero la lista di tutte le sostanze pericolose presenti in azienda. Da vent’anni non esiste più nessun obbligo e a compilare la lista sono i datori di lavoro. Secondo Angelo Cova, di Medicina Democratica, mettere nero su bianco tutti i rischi non è l’attività preferita dai titolari: «Hanno tutto l’interesse a omettere certi dati, oppure a nascondere le pecche dell’azienda. Sostengono che i pericoli ci sono, ma anche che esistono le necessarie cautele». Solo chi maneggia ogni giorno sostanze nocive ne conosce veramente la pericolosità e sa come cautelarsi. La formazione degli operai è un tema decisivo. Solo del personale preparato può garantire la sicurezza e gestire un registro dei dati ambientali.
Il decreto 81/2008 obbliga le aziende ad attivare un sistema di gestione della sicurezza, ma non fissa alcuna norma circa l’abilitazione del personale. La legge si ferma qui, i corsi di formazione costano, inoltre, spesso e volentieri, non vengono attivati. Il risultato è che gli operai continuano a ignorare i rischi che corrono.
Per Giovanni Cippo, segretario nazionale Allca-Cub, i controlli degli ispettori sono sempre più rari per mancanza di risorse: «Il nostro lavoro si riduce a sporadici interventi solo in casi di emergenza, quando ci scappa il morto. E quando i controlli partono le aziende costruiscono un muro di gomma ed evitano la contrapposizione». Essere più scrupolosi significa spendere, e alcuni datori di lavoro preferiscono nascondere lo sporco sotto il tappeto, piuttosto che investire sulla sicurezza.
Insomma, una normativa che tuteli i lavoratori ci sarebbe anche: i datori di lavoro sono tenuti a segnalare le sostanze pericolose presenti nelle loro aziende, i controlli sono previsti. Ma restano dei buchi neri nella legge, che non riesce a censire con efficacia tutte le aziende. Il sistema di controllo si basa sull’autocertificazione dei datori di lavoro, e quindi sul loro senso di responsabilità. Non c’è da stupirsi se molte aziende dichiarano ciò che vogliono e riescono a nascondere la polvere sotto il tappeto.