«Prima il giornalismo era più letterario e fantasioso. Con noi, cronisti del secondo dopoguerra, è diventato più concreto, aderente alla realtà». Arrigo Levi, sessantacinque anni di professione alle spalle, non rimpiange i tempi andati, ma guarda con colpevolezza e grande capacità interpretativa il presente. Del giornalismo di oggi non si lamenta. «In fondo – dice – rimane una professione complessa, difficile, che racchiude tanti mondi e tante strade». Giornalista un po’ per caso, come racconta nel suo ultimo libro Un paese non basta (edito da Il Mulino), Levi mette in discussione le idee, che evolvono, le correnti d’opinione, che passano, ma non i valori di una vita e di una professione. «Quelli no, non devono cambiare». L’impegno e la dedizione sono tra questi. «A volte la vita offre delle possibilità casuali, l’importante è affrontare tutto con il massimo dello studio e dell’impegno». Lo stesso impegno deve contraddistinguere il giornalismo, che non deve mai mancare di serietà, lealtà e preparazione.
Come ci si educa ad essere buoni giornalisti?
Fondamentalmente essere bravi giornalisti significa essere bravi cronisti. Bravi nel senso di riuscire a trasmettere un evento o un’idea, non solo in modo chiaro ma con una competenza particolare, che deriva da una conoscenza precedente e che permette di vedere l’evento nella sua essenza. Sei un bravo cronista se sei preparato e se hai studiato prima. Poi, bisogna avere dei buoni modelli. Imitare non fa male perché dà punti di riferimento per sviluppare una capacità personale. Come giornalista politico a Londra avevo come modello Domenico Bartoli che era di uno straordinario equilibrio.
Per cinque anni è stato direttore de La Stampa. Che giornale voleva realizzare?
Sono stato un direttore molto giovane. Avevo già alle spalle quindici anni di esperienza giornalistica ma non ero mai stato in una redazione, se non da giovanissimo in Argentina e a Modena. Quindi dovevo mettercela tutta per essere autorevole di fronte a un gruppo di giornalisti di grande esperienza. E in questi casi bisogna essere molto convinti di saperne di più. Inizialmente ho mantenuto la linea che avevo ereditato: La stampa allora era un giornale molto locale, con tanta cronaca nera, e nel contempo molto europeo, perché rifletteva gli interessi degli Agnelli. Poi sotto la mia direzione sono capitate le Br, e da quel momento c’è stata un’attenzione ossessiva per la politica interna. Dettavo nei fondi la linea del giornale, a cui tutto il quotidiano si adattava.
Mirò diceva di “lavorare come un giardiniere”, con orari fissi e senza credere nell’ispirazione. Lei come lavora?
Credo che l’ispirazione sia un fatto essenziale. A volte ti svegli la mattina e hai in mente l’inizio di un articolo o di un capitolo, mentre nei giorni precedenti non riuscivi a identificare il punto essenziale. Ma questo non esclude un lavoro di ricerca. Bisogna studiare, leggere, prendere appunti e non avere paura di dedicare tempo alla preparazione dell’articolo. Poi il pezzo lo si può fare anche in gran fretta. Io sono stato un giornalista che ha lavorato sempre molto velocemente, ma scrivo e riscrivo, anche fino a sette o otto volte, prima di riuscire a centrare il punto.
Ne La televisione all’italiana affrontava il tema del giornalismo televisivo. Cosa ne pensa delle trasmissioni attuali?
Mentre esito a dirlo per il giornalismo scritto, credo che quello televisivo sia molto peggiorato. Ancora trent’anni fa, un’inchiesta di cinque puntate sugli equilibri strategici mondiali era trasmessa dalle reti pubbliche in prima serata, mentre oggi gli ultimi programmi di politica internazionale vanno in onda dopo la mezzanotte. È davvero un peccato che non ci sia un’emittente televisiva che si permetta di mandare in prima serata un programma su temi di grande rilevanza. Credo ancora che la televisione possa elevare culturalmente la società, ma bisogna offrire programmi adeguati a orari adatti.
Da cosa dipende questo scadimento?
Quando è nata la televisione privata tutti pensavamo che fosse una cosa splendida avere una maggiore disponibilità di fonti oltre a quelle pubbliche. Invece l’effetto non è stato del tutto positivo e ha portato a un certo scadimento. Anche nelle reti pubbliche si è finiti per privilegiare i programmi di grande ascolto. Oggi vorrei che almeno uno dei palinsesti delle reti di Stato offrisse un indirizzo culturale di livello più alto. In molti ci siamo battuti per questo ma senza successo.
In Un paese non basta parla del giornalista come di un “conoscitore generalista”. In realtà è inevitabile percorrere delle specializzazioni. Come conciliare i due aspetti?
Non è facile trovare il punto medio tra la specializzazione e il generalismo della professione, perché nel momento in cui ti specializzi rischi di perdere la capacità di tradurre la materia in un linguaggio corrente, adatta al grande pubblico. Dopo una lunga carriera potrei dire che bisogna perseguire la specializzazione ma fermandosi sempre un attimo prima di diventare uno specialista.
Cosa è il cattivo giornalismo?
Si può fare cattivo giornalismo in tanti modi. Si è cattivi giornalisti per presunzione, perché si è convinti di essere detentori della verità, o per mancanza di lealtà, perché si dimentica il dovere fondamentale della cronaca, che deve essere priva di qualunque giudizio. Sono poi cattivi giornalisti quelli che non studiano, non si preparano, che sono superficiali.
Quanto pensa che il giornalismo possa influenzare la società?
In un paese dove ci sono molti giornali, con opinioni diverse, allora il giornalismo influenza la società. Quando perde la sua autonomia e varietà credo che la sua influenza diminuisca drasticamente. Di colpo la gente non ci crede più e si creano altri canali di formazione dell’opinione pubblica, che non si vedono ma che esplodono improvvisamente.