Aristide è la figura simbolo del passato prossimo di Haiti. Un paese che ha vissuto la colonizzazione e l’indipendenza, dove convivono lingue diverse, diviso tra povertà e ricchezza. Il presidente di Haiti elettro tre volte, dal 1991 al 2004, Jean Baptiste Aristide, dunque, con le sue contraddizioni. In bilico tra generosità e egoismo, tra religione e politica.
Aristide viene eletto presidente nel 1991, con voto popolare. Nel film Moloch Tropical, del regista Raoul Peck, proiettato al Festival del Cinema Africano, d'Asia e d'America latina di Milano, l’aspetto della partecipazione popolare al voto è centrale. Legittima, al di là dei meriti e dei demeriti, le sue azioni come presidente. «Io sono stato eletto», ripete spesso il presidente nel film. Soprattutto quando la protesta del popolo incalza e arriva il momento di lasciare.
Haiti è un paese per molti aspetti diviso, a cui Aristide cerca di dare un’identità: l’anticolonialismo e l’indipendenza nazionale. Salvo poi cadere in contraddizione. Perché lui, il presidente, vive nella Citadelle la Ferriere. Cioè il luogo simbolo della distanza tra il potere e il popolo. La Citadelle è una fortezza, dove Aristide vive sorvegliato 24 ore al giorno da guardie del corpo. Dove impartisce ordini ai suoi collaboratori e fa torturare i suoi oppositori. Nella concezione di Aristide, infatti, democrazia significa sì amore verso i cittadini e partecipazione, ma anche estrema intolleranza. Le dimostrazioni di piazza, che precedono il collasso del regime, vengono represse da squadre paramilitari addestrate puntualmente per le operazioni di contenimento della protesta. La voce del popolo si alza forte, quando il divario tra ricchi e poveri diventa insostenibile. E le parole del presidente si fanno beffa della maggioranza disgraziata. Specie dopo l’annuncio di concedere 48 centesimi a ogni cittadino, una misera parte dell’ indennità ricevuta dalla Francia per la colpa del passato coloniale.
«Moloch Tropical vuole essere un film sulla povertà – continua Peck –. Una piaga universale, che non appartiene solo a Haiti». Da lì, dalle strade inizia a farsi vivo il malcontento. E arriva fino al palazzo del potere. Una donna, infatti, seduta accanto alla madre di Aristide, mentre prepara il pranzo al presidente, suggerisce di aggiungere l’arsenico al pasto che sta preparando.
Cinico quando è il momento di mantenere il potere, Aristide si commuove quando osserva l’uccisione di un oppositore, bruciato vivo dopo essere stato torturato. Al punto che quasi vorrebbe finire lui stesso i propri giorni, buttandosi dall’ampia terrazza che delimita la fortezza. Un tentativo di redenzione, un sussulto del suo passato di sacerdote salesiano. Anche dall’altra parte, tra le persone del popolo, alcuni lo amano, a tal punto che un uomo si suicida quando apprende la notizia della definitiva destituzione del presidente. Avvenuta con la forza e sotto le pressioni, sia della consorte che di un diplomatico inviato dagli Stati Uniti.
Il Paese amico, a cui avevano dato appoggio fino a quel momento. Ma che poi, come succede spesso in Centro e Sud America, impone di firmare la resa.
Luigi Serenelli