«Puoi diventare noto in Italia solo se prima lo diventi all’estero. Qui non ti considera nessuno, soprattutto nel nostro campo». Massimo Banzi, ingegnere e designer del team Arduino, non poteva essere più chiaro. Recentemente citato dall’Economist come uno degli ideatori di un microprocessore elettronico che è il primo hardware opensource (per i profani: un marchingegno dalle straordinarie potenzialità), sta diventando uno dei simboli dell’Italia che eccelle. E questo solo dopo il successo raccolto in Spagna, Inghilterra e Stati Uniti.
Alla Maker Faire di New York, la fiera degli hobbisti tenutasi qualche tempo fa, la stragrande maggioranza degli espositori aveva utilizzato una tavoletta Arduino. L’ultima delle attrazioni è il cosiddetto “Internet delle cose”, con piante che attraverso Twitter avvisano quando mancano loro acqua e luce. C’erano poi, sempre alla Fiera, orologi che disegnano automaticamente l’ora, arpe fatte con i laser, microfoni in veste di etilometri e molte altre geniali invenzioni made of Arduino. Son soddisfazioni, insomma, per un’azienda il cui laboratorio centrale ha sede ad Ivrea.
«Quando è partito il progetto, circa sei anni fa, volevamo creare qualcosa che rendesse la vita più semplice alle persone nell’approcciarsi all’elettronica. Insegnavo agli studenti di design e mi rendevo conto delle loro difficoltà con la programmazione e l’ideazione di oggetti interattivi», racconta Banzi. Il team Arduino (due americani, uno spagnolo e due italiani) ha reso tutto ancora più facile con la scelta dell’opensource: grazie a una licenza, tutti possono, legalmente, “auto-costruirsi” un clone di Arduino. Comprare l’hardware, in compenso, costa solo 20 euro. Entro il 2011, tra l’altro, ne saranno stati venduti circa 300mila esemplari in tutto il mondo.
L’opensource ha i suoi contro: tutti i giorni, soprattutto programmatori cinesi, creano “tarocchi” di Arduino che rivendono su ebay a prezzi stracciati. Per combattere la contraffazione, il gruppo ha lavorato molto sul branding e sulla grafica per limitare gli abusi e rendere più facile il riconoscimento delle schede originali. Ad ogni modo, a fare la differenza, è la scelta etica. «Abbiamo scelto di fare un prodotto carbon neutral. Ossia, abbiamo calcolato con il progetto “Impatto Zero” le emissioni di CO2 che vengono prodotte dalle attività industriali per la realizzazione di Arduino e, come compensazione, facciamo sì che per ogni scheda sia piantato un nuovo albero in Costa Rica».
Le possibilità applicative di Arduino sono molteplici: il modello base “Arduino 1” è stato presto seguìto da nuove versioni con alcune implementazioni. Una tra queste, ad esempio, è “Lilypad Arduino”, richiesto dalle case di moda e dal mondo del fashion design. Il microprocessore infatti si può “cucire” sugli indumenti e dotarli di uno strumento per misurare, ad esempio, i battiti cardiaci.
Un’altra idea che sta prendendo piede negli ultimi tempi è quella di promuovere Arduino, oltre che nelle università, anche nelle scuole superiori, per stimolare i ragazzi a lavorare con la tecnologia. Corsi e progetti del genere sono stati già sviluppati al Mit (Massachussets Institute of Technology) e alla New York University dove i due americani del team Arduino, David Mellis e David Cuartielles sono, rispettivamente, dottorando e professore.