Antiraket, tutte le soluzioni all'usura


«Se un commerciante aderisce un’associazione antiracket non ci andiamo, non chiediamo il pizzo». Parola del pentito Giuseppe Di Maio, genero del mafioso Giuseppe Bocchiaro, della famiglia palermitana di Santa Maria di Gesù. Chiedere il pizzo a chi combatte le mafie è diventata una “camurria”: un gioco che non vale la candela. Molti imprenditori lo hanno capito e, laddove hanno trovato terreno fertile, si sono consorziati contro l’usura e le estorsioni.

La Fai (Federazione antiracket italiana) vanta almeno 60 associazioni affiliate nelle cinque regioni del Sud e quattro nel Lazio. Sos Impresa, vicina a Confesercenti, è presente su tutto il territorio nazionale attraverso una rete di una ventina tra associazioni, ambulatori antiusura e sportelli d’aiuto.
Luigi Cuomo è il coordinatore nazionale di Sos Impresa. Da sempre sensibile alle problematiche dei commercianti, Cuomo è stato tra i promotori di Pianura per la legalità la prima associazione napoletana nata nel 2003 e subito diventata modello di riferimento nel panorama nazionale.

Come nasce un’associazione antiracket?
«L’iniziativa tocca sempre ai commercianti vittime del pizzo. Ovviamente, volontà e coraggio da soli non bastano. C’è bisogno di confrontarsi con chi ha già compiuto questa esperienza ed è in grado di fornire preziosi consigli. E c’è bisogno del contributo determinante delle forze dell’ordine e delle istituzioni».

Quali caratteristiche deve possedere l’associazione per assolvere pienamente al suo compito?
«Un’associazione antiracket non va mai pensata con un termine. Non serve se si deve risolvere una singola questione. Il gruppo funziona quando ci si dà un metodo, quando si riesce ad andare oltre il primo slancio. A Pianura è successo: a distanza di sette anni dalla fondazione l’attività di tutti continua in modo convincente. E non è un caso perchè ci troviamo di fronte a una delle poche realtà nelle quali gli associati non hanno bisogno della scorta».

Secondo Francesco Forgione è molto forte il rischio di imbattersi in associazioni incapaci di offrire la giusta tutela ai propri assistiti.
«È fondamentale capire a che tipo di associazione si sta aderendo. Esistono tre tipologie di consorzi inefficaci. I primi sono quelli che nascono attorno all’iniziativa di singole vittime. Imprenditori bisognosi di tenere alta l’attenzione attorno al loro caso, magari per riuscire ad attingere al “Fondo di solidarietà per le vittime dell’usura” pur non avendo le carte in regola. Poi vi sono associazioni che nascono in maniera estemporanea, talvolta legate a iniziative politiche particolari. Infine ci sono gruppi che vedono la loro azione irrimediabilmente compromessa dalla presenza di soggetti infiltrati, provenienti dall’ambiente malavitoso».

È pensabile assistere a breve alla nascita di associazioni antiracket anche al Nord?
«Le mafie non hanno più confini geografici e culturali. Al Nord come al Sud il problema esiste. Magari i contorni sono differenti. Al settentrione è più facile rimettere sul mercato un’azienda confiscata, salvando produzione e posti di lavoro. Il “modello Sos Impresa” è stato pensato anche per le imprese del Nord. Con la crisi economica molti imprenditori in difficoltà sono diventati una facile preda per la malavita organizzata. A loro offriamo aiuto anche su questioni che esulano dall’usura e dall’estorsione in senso stretto. Pochi mesi fa ci è arrivata una richiesta di consulenza dall’Austria. Ci hanno spiegato che, pur non essendoci un reale problema racket nel loro paese, vogliono premunirsi perché il rischio di un peggioramento repentino della situazione è sempre dietro l’angolo».
 

  • Fabio Forlano


Intervista - Livio Senigalliesi, fotogiornalista, ha iniziato la sua caccia alla storia nelle strade di Milano. Con la sua reflex ha documentato alcuni degli eventi storici più importanti degli ultimi 20 anni

di: Panzeri

I dati migrano a Nord

I grandi dell'It portano
i server al freddo

di: Schiesari

Anarchia verde

Per John Zerzan il futuro
sarà primitivo

di: Colamartino



In memoria di Gilles Jacquier - Al Premio Ilaria Alpi il reporter di France 2 ci aveva raccontato del lavoro dietro Tunisie, la révolution en marche, vincitore del riconoscimento per il miglior reportage internazionale.