Agnelli ha paura, Lotta continua attacca


Nel 1971 a Torino, si diffone la notizia del processo contro alcuni dirigenti Fiat per corruzione di pubblici ufficiali e spionaggio. Secondo Enrico Deaglio l'inchiesta di Lotta Continua rappresentò un esempio positivo di controinformazione. Per Daniele Protti, oggi direttore dell'Europeo la controinformazione, avvelenata dall'ideologia, non fu mai buon giornalismo. Negli anni Settanta Protti era direttore del Quotidiano dei lavoratori, quotidiano di Democrazia Proletaria, terzo foglio della sinistra extraparlamentare italiana.

Cosa ricorda dell’inchiesta Agnelli ha paura e paga la questura?
Tutto cominciò con il processo a Caterino Ceresa, dipendente Fiat, licenziato il 5 marzo 1970, che fece causa dichiarando illegittimo il suo licenziamento. Disse: «Mi licenziano con la qualifica di fattorino, ma in realtà ho fatto un sacco di altre cose». La pretura di Torino aprì un fascicolo. Iniziammo a seguire le vicende delle parti, a seguire il caso. Le prime notizie trapelarono dagli ambienti Fiat e dalla Gazzetta del Popolo, giornale di Torino che oggi non c’è più. La Stampa si teneva abbottonata. La Gazzetta del Popolo, invece, passava qualche informazione in più, tant’è che noi in breve tempo riuscimmo a indicare alcuni nomi.

La storia era questa: la Fiat aveva un’organizzazione di spionaggio bella, potente e ramificata, attraverso la quale controllava i suoi operai: se uno era comunista, testa calda, lo licenziava. Per farlo c’era una struttura notevole, che si avvaleva anche di poliziotti, carabinieri, agenti dei servizi segreti, tutti metodicamente pagati o corrotti. Questo venne fuori, e noi pubblicammo. L’opuscolo Agnelli ha paura e paga la questura è il libretto finale, ma avevamo fatto una campagna enorme. Manifesti, volantini con i nomi delle persone. Lo scalpore fu enorme e gli inviati vennero rinviati a giudizio. Condusse le prime indagini Raffaele Guariniello, pubblico ministero di Torino, persona eccezionale. A quel punto, però, il procuratore disse: «Non si può processare il vertice della Fiat a Torino per motivi di ordine pubblico». Raccolse quindi tutto l’incartamento e trasferì il processo a Napoli. I tempi divennero biblici. In quell’occasione, ci scontrammo con il Pci, perché i comunisti, pur avendo i nomi davanti, non li pubblicarono mai. Dicevano: «Bisogna fare luce, questa è una cosa preoccupante. La democrazia è in pericolo se succedono fatti del genere». E noi: «Ma i nomi sono già lì!». I dirigenti del Pci, però, quel passo non lo vollero fare, per motivi facilmente intuibili.

Quali?
Andavano salvaguardati i buoni rapporti con la Fiat. Sarebbe stato un attacco frontale, perché si diceva che, da Gianni Agnelli in giù, tutti avevano dei fondi neri e pagavano poliziotti e carabinieri per spiare e licenziare gli operai. Non era una cosa da poco.

Quanto tempo avete impiegato per ricostruire questa vicenda in modo esaustivo?
Ci abbiamo messo un anno, più o meno.

Quali erano le vostre fonti?
Avevamo qualcuno in pretura e in procura. Le fonti erano da una parte all’interno del Palazzo di Giustizia, dall’altra, tra i giornalisti. Non erano documenti rubati. Diciamo che erano passati volontariamente. Un giornalista, poi diventato conosciuto alla Gazzetta del Popolo, ci aveva passato parecchio materiale. Fonti principali, comunque, erano gli operai dentro la Fiat. Avevano un ruolo importante, segnalavano le cose. Quando vedevano movimenti loschi in officina, incontri particolari, ce lo venivano a riferire.

Perché fu solo Lotta Continua a denunciare il reato di corruzione oltre allo spionaggio, mentre gli altri organi d’informazione tendevano a tralasciare il primo?
Credo che gli altri giornali considerassero questo caso: un attacco frontale alla democrazia. Un processo e la condanna dei vertici della Fiat per corruzione - una specie di Tangentopoli con trent’anni di anticipo - l’Italia non avrebbe potuto sopportarlo. C’era una sorta di ragion di stato per cui si poteva denunciare ma fino ad un certo punto. Consideravano noi dei provocatori perché lo facevamo. Si giustificavano: «Se poi la Fiat chiude, licenzia tutti, alla fine ci perdiamo tutti». Questo è il sistema.

Cosa vi spingeva?
Era una questione di principi, di valori. Da una parte, l’amore della verità; dall’altra, la soddisfazione per essere noi stessi a scoprire come veramente era fatto il sistema.
Le persone più impensabili, le meno sospettabili, in realtà erano quelle che passavano la busta al poliziotto e poi si presentavano davanti alle nostre porte per chiedere alla portinaia chi frequentavamo, che tipo di vita avevamo; quelli che poi passavano il bigliettino al caporeparto che provvedeva ai licenziamenti. Era come vivere sotto un regime, lo vedevamo. Tanti dei nostri venivano licenziati per questo motivo.

Arriva Guariniello. Trova le schedature, parte il processo. Ora c’è un nuovo imputato: Gianni Agnelli. Come vi siete sentiti?
Eravamo molto soddisfatti. Abbiamo pensato: «Adesso finalmente si farà un processo e poi si vedrà». La nostra strategia con il Commissario Luigi Calabresi era praticamente identica: noi pubblicavamo sul giornale “Calabresi assassino”, perché volevamo indurlo a denunciarci. Così fece. Tra l’altro lo fece da privato cittadino, perché i suoi superiori non l’avrebbero fatto. Eravamo entusiasti: quando tu sei un pubblico ufficiale e denunci qualcuno per diffamazione, per esempio un giornale, gli dai ampia facoltà di prova. Il processo Calabresi-Lotta Continua fu esattamente questo: vennero chiamati testimoni, venne fatta la perizia sul corpo di Pinelli, venne fatta la prova col manichino buttato giù. Come Agnelli, anche Calabresi da accusatore divenne accusato. Ma anche in quel caso il processo si interruppe. Poi Calabresi venne ucciso.

Questo desiderio andare a fondo a tutti i costi, col senno di poi, può essere stata una delle cause di quel clima di violenza?
Sapevamo che intraprendendo quella strada saremmo andati incontro ad una situazione rischiosa, che avrebbe scaldato gli animi. Ma non potevamo tirarci indietro: se uno non esce mai di casa, non gli succede niente, è vero. Noi, invece, dovevamo uscire e parlare con la gente, esponendoci in prima persona. Che l’essenza dello stato italiano, delle sue istituzioni, potesse essere così poco riformabile, così poco pronta ad ammettere i propri errori, era una cosa che non ci aspettavamo. Pensavamo avrebbe assicurato i colpevoli alla giustizia. Invece ha reagito, quasi sempre, aumentando il livello di violenza. Questa è la versione che do io.

Il Pci scelse di tenersi un passo indietro perché immaginava quello che sarebbe successo?
Sì, è possibile. Credo che nel Pci si sia sempre pensato che, nel caso di una sollevazione di massa o di una ascesa del partito ai vertici della politica italiana, la società italiana avrebbe potuto reagire violentemente.

Pci, Mpl, Psi, tra gli altri, nell’ottobre 1971 presentarono diverse interrogazioni in Parlamento riguardo questa inchiesta. Il caso Agnelli arrivò, così, alle Camere. Per voi fu una conquista?
Ci sono stati parecchi deputati in Parlamento che hanno sostenuto le nostre iniziative. In particolare del Partito Socialista, molto più libero e aperto rispetto al Partito Comunista. In ogni caso, nel Pci alcuni nostri simpatizzanti c’erano. C'era Umberto Terracini, padre della Costituzione, che ci voleva davvero molto bene, che ci sosteneva come poteva, quindi anche attraverso interrogazioni parlamentari. Era avvocato e aveva preso le nostre difese in numerosi processi. Secondo lui avremmo dovuto diventare la federazione giovanile del Partito Comunista.

Nelle file di Lc qualcuno pensava che un’inchiesta come questa non dovesse essere fatta?
No, su queste cose non ci sono mai state opposizioni interne.

Come accoglieste la conclusione del processo?
È arrivato talmente tardi che Lotta Continua si era già sciolta. Mi stupì quello che disse il procuratore Giovanni Colli: il processo proprio non si poteva fare a Torino, ci sarebbero state manifestazioni davanti al Tribunale. Non si poteva portare Agnelli sul banco degli imputati, perché Agnelli a Torino era il benefattore, quello che dava il lavoro a tutti.
Molti anni dopo l’ho incontrato, siamo andati a mangiare insieme. Lui è proprio quello che si definisce un reazionario vecchio stampo. Allo stesso tempo era sincero: mi ripeté le stesse identiche cose, mi ribadì che Agnelli non poteva essere processato.

Noi, poi, il processo a Napoli non l’abbiamo seguito. Le continue sospensioni lo rendevano infinito. Qualche condanna alla fine c’è stata. Alcuni, invece, sono andati in prescrizione, altri sono morti, come Gioia. L’unica a non essersi persa un’udienza dall’inizio alla fine, è Bianca Guidetti Serra oggi è ultranovantenne, amica intima di Primo Levi, persona di grande rettitudine e dotata di un altissimo senso della giustizia, quindi disposta ad assistere le cause dei deboli (ndr: Bianca Giudetti Serra è nata a Torino nel 1919, avvocato penalista dal 1947 al 2001, parlamentare indipendente prima per il Pci, poi per Democrazia Proletaria. Ha seguito tutte le parti civili del processo contro lo spionaggio in Fiat. Ha pubblicato anche un libro sul tema: Le schedature Fiat. Cronaca di un processo a altre cronache, del 1984).

Il 23 settembre 2009 Antonio Selvatici ha pubblicato sul Giornale un articolo intitolato Il giallo di Lotta Continua. Il giornalista riprende la denuncia che il 31 luglio 1988 Marco Nozza fece dalle pagine del Giorno. Nozza accusò Lotta Continua di tradire i suoi principi facendosi stampare da una stamperia gestita da americani, che aveva la sede al medesimo indirizzo della Dapco, l’editrice del Daily American, il giornale degli americani a Roma. Amministratore unico della Dapco era Robert Cunninghm, eminente collaboratore di Richard Helm quando Helm era capo della Cia. Tra i soci, altri agenti Cia.

Siamo capitati lì per caso, è stato il primo ad acconsentire a stamparci. Non si chiamava Robert, era Frank, un irlandese: lo conoscevo benissimo, era simpatico. Il padre credo fosse della Cia. Gli pagavamo affitto e rotativa. Fu proprio lui a dirci, senza malizia, che c’era, forse in Texas, questa vecchia rotativa, che si poteva comprare a prezzi stracciati. La comprammo: una Goss Community, 4 elementi, che arrivò con i container, e la pagammo a un ottimo prezzo. Non fu la Cia che ci diede la rotativa. Nozza oggi è scomparso. Era un ottimo giornalista investigativo, purtroppo, però, in quell’occasione sbagliò.

  • Chiara Avesani e Ambra Notari

Intervista - Da 20 anni Attilio Bolzoni segue per Repubblica la vicenda del fallito attentato a Giovanni Falcone all’Addaura. A mag | zine racconta come è arrivato agli ultimi sviluppi

Giuditta Avellina

Milano fuoriorario

Quando gli uffici si svuotano, qualcuno inizia un nuovo turno

di: Redazione

 

Milano, Cina 

Da dieci anni il cinese si impara al Parco Trotter

di: Dedionigi, Romeo

Giornalismo: istruzioni per l'uso. 
Guarda tutti i video