«Un cooperante non è un angelo». Esordisce così Susanna Fioretti, delegata della Croce Rossa ed esperta del Ministero degli affari esteri, presentando a Milano il suo libro, Involontaria. Avventure umane e umanitarie (edizioni Einaudi) «Ho cominciato a fare questo lavoro per fuggire dai miei problemi personali. Solo dopo la prima missione ho capito davvero l'importanza di quel che facevo».
È una provocazione inattesa, rispetto alla quale il pubblico intervenuto all’incontro organizzato dall’onlus Associazione Capramagra cerca rassicurazioni nelle parole del secondo ospite, Alberto Cairo, autore di Mosaico afghano. Vent'anni a Kabul. Ma Cairo, fisioterapista e direttore dei centri ortopedici della Croce Rossa internazionale in Afghanistan, confessa: «Anch'io ho iniziato per cercare la mia felicità. Poi ho imparato che la felicità si accresce soltanto se rendi un altro felice: è una piccola droga, non ci si ferma più».
Due persone diverse, due storie diverse confluite in libri che raccontano l’Afghanistan dei cooperanti. «Non siamo tante piccole Madre Teresa - ripete più volte Susanna Fioretti - siamo individui assolutamente normali che svolgono un lavoro retribuito e spesso scelgono la destinazione delle loro missioni più in base alle esigenze familiari che in base al rischio». La Fioretti, occhi azzurri e fieri, ripercorre la sua esperienza di vita: due figli, due amori finiti, la depressione. Da qui la scelta di diventare crocerossina. Inizia come volontaria in una periferia romana, poi arrivano le missioni in Mauritania, India, Yemen, Afghanistan, Mozambico e Sud Sudan. Con il cuore sempre diviso tra le sue due vite.
Alberto Cairo racconta a lungo della sua ventennale permanenza in Afghanistan e del rapporto di amore e odio che lo lega a questo Paese: «Gli afghani sono così sinceri e diretti che tante volte ti feriscono: una volta andai dal barbiere ed egli mi disse senza tante cerimonie che dimostravo 75 anni. Ci rimasi male. Quando lo raccontai indispettito al cuoco afghano che lavorava per noi, mi chiese: “Perché, quanti anni hai?”».
Dal personale al globale, Fioretti e Cairo parlano anche del “loro” Afghanistan, una terra spesso descritta dai media con superficialità. Gli autori ricordano che il burqa non è l’unico problema di questa nazione: solo a Kabul ci sono più di un milione di armi. Senza contare che, nonostante la vittoria formale sui Talebani, molte zone restano ancora off limits, i diritti delle donne sono inesistenti e la costituzione rimane di frequente lettera morta. Entrambi gli autori mostrano poi tutta la loro preoccupazione per quello che succederà nel 2013 quando, con il ritiro delle truppe, si spegneranno definitivamente i riflettori occidentali sull’Afghanistan. «C’è il rischio che insieme ai contingenti militari siano ritirati anche gli stanziamenti per i progetti umanitari», dicono.
Un disastro che si potrebbe evitare, se solo ce ne fosse la volontà.