Lei non ha paura della prossima prova letteraria. Anzi, non vede l’ora di scrivere il secondo romanzo. Silvia Avallone, cinque ristampe in due mesi, con il suo Acciaio, non si è stancata. «Ho già qualcosa in mente ma posso solo dire che sarà una prova completamente diversa dalla prima». Adesso fa la misteriosa, ma è comprensibile, visto che questo è il primo caso letterario dell’anno. Ambientato nel quartiere operaio di Piombino, cresciuto intorno all’acciaieria Lucchini, Acciaio racconta di due adolescenti e delle storie legate ad un luogo di degrado e di frustrazione sociale.
Di Anna e Francesca, quattordici anni per ciascuna, è narrato un anno di vita, in cui le due vengono strappate dall’infanzia alla maturità. Potrebbe sembrare un romanzo di formazione, se non fosse che l’ombra letteraria in cui si muovono i due personaggi, alle prese con un corpo che cambia, nelle forme e nelle pulsioni, rimanda più a Nabokov e la sua Lolita. «Nabokov – dice Silvia Avallone – è stato il punto di riferimento primario per cogliere le sfumature del corpo adolescenziale». Anna e Francesca ballano nude davanti a una finestra aperta, spensierate e compiaciute degli occhi degli uomini puntati sui loro corpi ancora acerbi. La complessità di un’età, tutta giocata in una dimensione intima, in Acciaio si perde in un’ostentazione di forme e di istinti immaturi e incompresi.
Attorno alle storie di Anna e Francesca, che si allontanano per poi ritrovarsi negli atti finali del racconto, ruotano i personaggi e le vicende che animano il quartiere e la vita dell’acciaieria. Ognuno è portatore di una problematica differente: malattia, droga, prostituzione, violenza, alcol, morti bianche. Potrebbe sembrare un romanzo sociale, ma non lo è. «Più che raccontare una storia – spiega la signorina Avallone – ho voluto rappresentare un mondo. Ho scelto una fetta di realtà che è inevitabilmente costituita di tante cose. Non mi interessava prediligere un tema esclusivo». Il punto non sarebbe stato tanto prediligere un tema, quanto legare e leggere in profondità. Tutto, nel corso della narrazione, si interseca, si accavalla, ma nulla, mai, si fonde in un organico contesto descrittivo e d’analisi.
La realtà operaia del nostro Paese, Silvia Avallone dice di averla sperimentata personalmente. «Molti dei miei amici d’infanzia oggi lavorano alla Lucchini». Non sappiamo cosa l’Avallone abbia realmente conosciuto; ciò che però leggiamo nelle sue pagine è una descrizione priva di efficaci agganci alla contemporaneità. L’influenza di Cassola, secondo modello dichiarato dalla scrittrice, potrebbe aver influenzato troppo la giovane narratrice, legandola, così, più a un tempo passato che al presente. Non c’è bisogno di aver letto Pratolini e gli scrittori del Neorealismo per ritrovare in Acciaio scene di vita popolare di un’Italia giovane Repubblica, dalla festa sui pattini alle scene di socialità nel condominio.
Nonostante tutto, il romanzo ha conquistato il pubblico. «Probabilmente – si spiega l’autrice – il successo è dovuto al fatto che si tratta di un romanzo nel senso tradizionale del termine, e quindi con una struttura narrativa coinvolgente che motiva la lettura». Le pagine, effettivamente - tralasciando qualche forzatura gergale - scorrono senza intralci, fluide e leggere. E, proprio in questo, nell’assenza di dramma, Acciaio ha il suo punto di forza.
Cristina Lonigro