Vincenzo Lombardo lavorava come carrellista presso un’azienda chimica di Vigevano. Il 6 settembre del 1990 alle 14.15 un incendio gli ha sconvolto la vita: dopo un’esplosione è rimasto sfigurato e ha riportato ferite profonde a mani e braccia. L’uomo lavora ancora presso la ditta, ma come centralinista. Il passato non può dimenticarlo: l’incidente ha lasciato una traccia indelebile.
Cosa è accaduto quel 6 settembre?
Stavo spostando dei bidoni e ho urtato una cisterna dove c’erano mille litri di solvente infiammabile. Tutto era infiammabile in quel magazzino e niente era a norma di sicurezza. A causa dell’urto, l’ambiente si è surriscaldato e quando il solvente ha raggiunto l’impianto elettrico c’è stata un’esplosione violentissima.
E poi cosa è successo?
Sono riuscito a scendere dal muletto e a scappare verso la portineria. Chiamavo aiuto ma nessuno mi prestava soccorso: mentre correvo la mia pelle colava e cadeva a terra.
Quanto è durata la sua convalescenza?
Sono stato via dal lavoro per due anni e due mesi e ho dovuto affrontare sette delicati interventi. Ho perso l’utilizzo delle mani e per riprenderne l’uso ho dovuto affrontare moltissime sedute di fisioterapia.
Cosa ricorda di quel periodo?
Prima di quel 6 settembre ero un ragazzo felice. Poi è stato un incubo: non potevo abbracciare mio figlio, se non con la mente. Non volevo mai uscire perché avevo il viso sfigurato, e non volevo mettere la maschera. Ero una mummia che camminava per inerzia, provavo dolori atroci durante la medicazione. E ho subito danni psicologici irreversibili.
La ditta l’ha aiutata dopo l’incidente?
Ha fatto di tutto per ostacolarmi sia a livello personale, perché volevano darmi la colpa di tutto, sia a livello morale ed economico. Dal punto di vista assicurativo ho avuto soddisfazione solo dopo 3 lunghissimi anni di processo. La situazione si è risolta soltanto tre giorni prima dell’ultima udienza, quando mi hanno finalmente rimborsato con la cifra che avevo richiesto.
Cosa vuol dire, adesso, lavorare in quell’azienda?
Adesso faccio il centralinista, ma i rapporti con i colleghi non sono sempre semplici. E poi allora avevo 35 anni, oggi ne ho 55 e aspetto solo che ne passino altri due per andare in pensione, con quarant’anni di contributi.
La famiglia le ha dato la forza per andare avanti…
Sì, ma anche la fede immutata verso la Madonna mi ha aiutato. Una volta trovai in un sacco dell’immondizia una sua immagine sacra. Dopo averla raccolta, l’ho appiccicata sul sedile del muletto e le ho detto: “Madonnina mia, io guardo davanti e tu mi proteggi le spalle”. Quell’immagine è rimasta sempre al mio fianco fino al giorno dell’esplosione. Dopo l’incidente, sono andata a cercarla: non c’era più. E mi ha salvato proprio così, perché tra le macerie, la cenere e il muletto bruciato, non l’ho più trovata. Ma io sono rimasto.