Lucia Poli è una di quelle poche persone alle quali si addice perfettamente l’aggettivo “deliziosa”. Finissima lettrice, prima ancora che splendida interprete, oltre che attrice, è regista e autrice teatrale. Ora torna a Palazzeschi come a un caro amico di lunga data con una nuova drammaturgia di Sorelle Materassi, curata da Ugo Chiti.

Signora Poli, la sua dimestichezza con Palazzeschi comincia nella casa dell’infanzia a Rifredi?

Sì, una casa che era molto povera. Io sono nata nel tempo di guerra. I miei primi ricordi sono della casa che era stata bombardata, con i buchi nel soffitto. Mio padre ammalato, che poi è morto nel ‘46, e mia madre vedova con tanti figli. Le mille difficoltà dell’Italia povera del dopoguerra. Ma in casa nostra i libri non mancavano. Perché mia madre era una maestra elementare molto impegnata, appassionata, brava, montessoriana. Di quelle che innovavano la scuola. Perciò i libri erano fondamentali. Magari si stava sempre con lo stesso vestitino o con il cappotto rivoltato ma i libri non potevano non esserci. E Palazzeschi c’era. E non solo con Sorelle Materassi. Anche le poesie, i racconti. Mi ricordo Bestie del Novecento, che mi divertiva moltissimo perché è un libro sugli animali. E quindi in forma magari anche ridotta o parziale, ho sempre frequentato questo autore, fin da bambina. Poi, nel corso della nostra storia, mio fratello Paolo ed io l’abbiamo saccheggiato, letteralmente. Abbiamo attinto a piene mani alla sua produzione. Perché le sue poesie sono particolarmente adatte per essere recitate. Cosa rara. Di solito la poesia lirica è bellissima, ma non va recitata. Bisogna leggerla e sentirla con l’anima, con il “dentro”. Invece la poesia di Palazzeschi è drammaturgica. C’è sempre dialogo. Presenta personaggini, macchiettine.

La passeggiata, ad esempio, che è tutta una serie di insegne.

Sì. Una strada e tutto un mondo. Quelle cose che non esistono più oggi e che sono racconto di un’epoca oltre che del mondo di Palazzeschi. Con Paolo abbiamo fatto uno spettacolo nel 1980, poi ripreso tante volte: Paradosso. Con tante poesie che dicevamo lui e io. Per la prima volta dichiarando di essere fratelli, quello che eravamo. E insieme al baule dei vestiti vecchi della zia con cui ci travestivamo da bambini, le fotografie della scuola elementare, le canzoni che cantavano il babbo e la mamma, c’era, quasi come un ricordo di famiglia, anche Palazzeschi. Come fosse stato un nonno, con le sue poesie. Quello spettacolo era un insieme di queste cose, di ricordi d’infanzia e battute fra di noi. Ebbe molto successo e lo abbiamo ripetuto per anni. Nel 1984 facemmo Cane e gatto, anche quello ripetuto per più anni. Lì abbiamo utilizzato due novelle di Palazzeschi. Tratte proprio da Bestie del Novecento. Una era sulla gallinona, e la recitavo io. Si chiamava Pompona. E l’altra invece sulle farfalle e le formiche, la recitava Paolo. Era un po’ la storia di una rivalità, simile a La cicala e la formica. Le farfalle belle e frivole contrapposte alle formiche laboriose. Poi, separatamente, sia io sia Paolo abbiamo continuato ad attingere a Palazzeschi. Ma non avevo mai fatto Sorelle Materassi. Anche se era un romanzo che mi era piaciuto molto quando l’avevo letto, non dico nell’infanzia, ma nella prima giovinezza. Portarlo in teatro non è stata una mia idea. È stato Geppy Gleijeses a propormelo. Con lui avevo già fatto L’importanza di chiamarsi Ernesto. Io interpretavo Lady Bracknell, avevo sempre molto successo con grandi tournée. C’era una bella intesa tra di noi. E lui mi ha proposto: “Perché non facciamo Sorelle Materassi? Certo, per me non c’è parte, ma io farei la regia. Troviamo altre donne che possano interpretarlo”. Perché questo è soprattutto un racconto di donne. Io sono stata entusiasta del progetto. Però la versione drammaturgica andava riscritta, perché quella che c’era era un po’ datata, un po’ vecchiotta. Quindi ho chiesto a Gleijeses: “Non saresti dell’idea di farla riscrivere a Ugo Chiti?” Chiti è un grande drammaturgo toscano, quindi molto adatto a riscrivere questa materia. E poi è molto amico mio. Abbiamo lavorato spesso insieme. Tra le altre cose, ha fatto per me la riduzione de Il fantasma di Canterville. Geppy Gleijeses ha subito abbracciato l’idea e abbiamo affidato la drammaturgia a Ugo Chiti. Ed è venuta molto diversa: ha puntato tutto sull’intrigo familiare, sui personaggi essenziali. Tagliando le figure secondarie, i vari episodi, gli aneddoti, perché Sorelle Materassi è un romanzo con moltissimi personaggi, storie parallele e minime. Nello spettacolo non si vedono né la Laurina né la contessa russa. Vengono solo nominate. In questa versione teatrale ci sono soltanto sette personaggi. Siamo pochi, lo spettacolo dura un’ora e mezzo ed è molto concentrato. Lo sceneggiato televisivo era in varie puntate. Ma la cosa positiva di questa riduzione così sintetica è che l’attenzione viene tutta concentrata sull’intrigo familiare. Sul nodo di amore e odio che c’è nella famiglia. Assume quasi il sapore di una tragedia greca, in forma moderna, e anche minimale perché non muore nessuno. Ma i sentimenti forti, le passioni che affiorano dalla quotidianità quieta di questo racconto, hanno delle punte di forza sia nell’amore, sia nella cattiveria e nella rivalità. La nostra è una versione molto più colorita, appassionata, molto più forte di quelle precedenti, che erano aneddotiche. Raccontavano questo mondo fiorentino, quasi campagnolo, perché l’azione si svolge a Coverciano. Un mondo un po’ bozzettistico. Quel bozzettismo toscano che può venir fuori anche nella pittura, in certi Macchiaioli minori. Invece qua abbiamo personaggi veri e propri, per niente leggeri. C’è invece molta leggiadria, nel senso che c’è umorismo. Perché la lingua toscana è fervida di iperboli, di battute, di modi di dire curiosi, di battibecchi piccanti tra i personaggi. Ma, mentre si ride, c’è tutto l’aspetto della profondità, e una crudeltà che in questa versione non viene elusa.

Il romanzo originale è del 1934. In fondo la casa delle sorelle Materassi somiglia a quest’Italia un po’ sonnolenta che si lascia abbagliare dall’uomo nuovo?

Ma certo! L’Italia che si lascia abbagliare da Mussolini. È chiaro che c’è anche una visione ampia della storia oltre la vicenda familiare. Il maschio italiano, l’uomo forte che diventa l’emblema di questo dittatore che ha affascinato l’Italia in quel momento. E queste donne in particolare che sono represse e zitelle. La terza che è stata sposata, è quella più ribelle, più consapevole. Noi due maggiori, invece, siamo sacrificate al lavoro. Sa, le donne che stanno in casa, proprio le donne dell’epoca. Pare che fossero tutte innamorate di Mussolini, proprio come le Materassi sono innamorate di Remo. C’è un parallelismo. In fondo c’è una visione anche del momento storico oltre che di un eterno dramma famigliare. Perché, sa, i drammi si consumano in famiglia.

La famiglia è una camera di tortura?

Sì, è un nido di vipere. Amore e odio, in tutto.

Ogni copione può nascere in casa, volendo.

In fondo, sì.

Io ho ancora nelle orecchie la lettura del romanzo che suo fratello fece per Ad alta voce su Radio Tre.

Paolo ha letto il romanzo in una maniera esemplare, ovviamente. Ma bisogna tenere presente che nel libro c’è pochissimo dialogo, è molto raccontato. Chiti ha dovuto inventare molto per i dialoghi, perché in teatro era d’obbligo che fosse tutto dialogato. È tutto dialogo, stretto e puntuto. Anche se ogni tanto Giselda racconta, mette a conoscenza lo spettatore dei passaggi cronologici: le Materassi sono cadute in rovina, hanno ipotecato tutto. Perché qui non avevamo una commedia classica con l’unità di tempo di luogo e di azione. Era giusto dar conto del trascorrere di uno-due anni. Le sorelle fanno a tempo a rovinarsi, Remo le manda sul lastrico. E Giselda racconta. È una specie di Cassandra prima e di coscienza critica poi.

E la dicotomia caratteriale tra Teresa e Carolina?

Teresa a prima vista è più autoritaria. Ma Palazzeschi costruiva personaggi complessi e contradditori. Teresa è un po’ falsamente autoritaria. Ha un carattere un pochino più forte, più risoluto, più burbero, anche. Quindi si fa ascoltare, è riconosciuta come la “capa” della loro piccola azienda familiare. Però ha dei cedimenti profondi. Degliabissi di infelicità,di insicurezza, di dolore, che sono veramente ancora più dolenti e drammatici di quelli della sorella che, essendo più fragile, meno consapevole, più bambina, ha più malinconie e tristezze ma meno dolore così lacerante. Il mio personaggio va dalla risolutezza, la lotta, la grinta, alla profondità del dolore, della delusione, della sofferenza. Mentre il personaggio di Carolina ha tutte note più soffuse, tra l’infantilismo, il giocoso, il malinconico. Ogni tanto con qualche punta di isteria, perché lei si arrabbia con delle punte più isteriche. Però in genere è più amorosa, più tenera col nipote. Io sono più trattenuta, però poi, più intensamente legata. Ci sono questi contrasti molto forti. Quindi i personaggi sono veramente complessi. Da scavare ogni giorno di più, per noi. Non sono facili, abbordabili a prima vista. Ogni giorno c’è da trovare una sfumatura in più. Ed è questo che ci dà l’interesse di farlo. Perché, sa, i personaggi superficiali una volta impostati danno poco. Questi invece sono veramente profondi e così ricchi di sfumature, di contraddizioni interne, come le persone reali nella vita. E ci danno l’opportunità di trovare ogni giorno cose nuove, di farli crescere, di non annoiarci.

© Gitiesse Artisti Riuniti Lucia Poli in un momento dello spettacolo © Gitiesse Artisti Riuniti

© Gitiesse Artisti Riuniti      Lucia Poli in un momento dello spettacolo

C’è quasi neorealismo, almeno nell’introspezione?

Più che dal neorealismo si parte dalla naturalezza della quotidianità. Dei sentimenti. E poi la recitazione va anche su dei toni un po’ surreali, ogni tanto fantastici. In certi momenti, grotteschi. Non è così piatta, perché siamo in un’epoca in cui si è sperimentato tutto. Non si fa molto quella recitazione neorealistica. Però si parte da una naturalezza e da una verità dei sentimenti che è uno studio psicologico profondo.

Palazzeschi faceva questi ritratti di donne strepitosi. Penso alla straordinaria galleria de Il codice di Perelà.

Sì! Straordinaria. O Le beghine, una poesia che io ho recitato a lungo. Con quanta cura, attenzione e, in fondo, amore e dedizione Palazzeschi ha studiato queste vecchie zitelle che vanno in chiesa. Una poesia lunghissima. Le descrive con sadismo. Queste donne dalle gambe secche e irrigidite, che vestono con velette, cappellini con le penne. Qualcuna imita il collare del prete. Lui ha un’attenzione morbosa e sadica ma allo stesso tempo questo significa che lo interessano. Perché altrimenti non impiegherebbe tanto tempo a studiarle.

Quasi un’entomologia affettuosa?

Sì, un po’ crudele, ma anche amorosa.

E questo è molto bello.

Sì, molto. Anche perché i contrasti sono sempre più interessanti del senso unico.

L’armonia che nasce dai contrasti che a teatro trova immediata applicazione?

La dialettica. La dialettica dei contrasti. È molto più ricca di un sentimento unico, banale.

Lo sceneggiato era quello con Rina Morelli e Nora Ricci?

Sì. E Sarah Ferrati. Fu in televisione nel 1972. Io lo ricordo vagamente. C’è chi l’ha rivisto di recente e pare fosse molto bello.

Mi ricordo il film con le sorelle Gramatica.

Anche quello ho visto, tanti anni fa, un pezzetto. Lo danno ogni tanto in televisione. Ma son cose quasi archeologiche. Era quella recitazione un po’ d’epoca, un pochino forzata. Oggigiorno sembrerebbe inverosimile.

Pensa che in futuro tornerà a misurarsi con Palazzeschi?

Non lo so. Perché, sa, non si programma mai a lungo, noi attori. L’anno prossimo faremo ancora questo. Tante piazze non le abbiamo fatte. Mancano Roma e Milano e le faremo l’anno prossimo. Abbiamo un paio di mesi fissati per l’anno venturo e quest’anno siamo già alla fine del terzo mese di repliche. Lo spettacolo avrà vita lunga. Quindi ancora non pensiamo al futuro. Il nostro orizzonte di prospettiva può durare un anno. Non oltre.

Lei spessissimo si è cimentata con una scrittura al femminile.

Ah, sempre. Sempre, nella mia storia.

O personaggi femminili descritti da uomini, ma con un occhio particolare.

Sì, particolare. Come sa fare anche Ugo Chiti.

C’è una differenza, secondo lei, quando un uomo descrive un carattere di donna o quando è un’altra donna a farlo?

La drammaturgia, la letteratura femminili hanno una caratteristica abbastanza speciale. C’è l’attenzione a un mondo altro. Non sempre gli uomini ce l’hanno. Qualche grande uomo, sì, al di là del genere. Madame Bovary, c’est moi, diceva Flaubert. Il grande genio è al di là del genere. Però, se invece si guarda alla maggioranza delle opere, si trova un filo comune nelle donne che hanno di solito una sensibilità più acuta sui personaggi, sull’animo femminile e una capacità di cogliere anche quelle sottigliezze, quelle amarezze, quelle sfumature che magari sono meno eclatanti. Quei coloriti un po’ sfumati, come quei profumi un po’ tenui che nel giardino si spandono dalle erbe che stanno in fondo.Quell’intensità.Non saranno la rosa che svetta in prima fila nelle aiuole più importanti, ma danno tutto un aroma particolare e una caratteristica speciale al giardino.

Si può dire che le donne sanno scrivere ad acquerello?

Molto spesso sì. Ma dipende. Ci sono anche le Flannery O’ Connor, le Patricia Highsmith che hanno una cattiveria, una forza… Come i bambini, che sono sempre cattivissimi. Per esempio io ho fatto un lavoro su Ivy Compton-Burnett, una scrittrice inglese del XX secolo che scriveva sempre storie un po’ arretrate, ambientate tra fine Ottocento e inizio Novecento, convinta com’era, che tanto possono cambiare i costumi ma l’umore delle storie non cambia. Perché si parla di famiglie. E nelle famiglie ci sono sempre gli stessi nodi e gli stessi sentimenti. E i bambini sono sempre i più cattivi di tutti. Come nella favola di Pollicino ci sono i genitori che mandano i figli a sperdersi nel bosco e sembra loro naturale. Questa crudeltà tipica delle favole c’è, rovesciata, in alcune scrittrici che di favole si intendono. Perché le favole le hanno scritte molto le donne, o perlomeno le hanno raccontate, quindi le hanno ricreate. Questa crudeltà ritorna. E nei bambini è tipica. Sono perfidi e hanno fantasie perfide. Come tutti noi, del resto. Poi non è detto che siamo tutti cattivi. Ma le fantasie sono fantasie e possono essere anche segni di un’aggressività che magari non si manifesta, ma che dentro di noi abita.

E i bambini hanno ancora una lucidità non corrotta dai costumi sociali.

Esatto. Né educata, né edulcorata. Viene fuori tutta, nel bene e nel male. Io ho grande amore per queste scrittrici. Anche Colette mi è piaciuta molto. Le ho dedicato uno spettacolo. L’ho letta e assorbita. Ho frequentato molto questa letteratura femminile perché la sentivo più vicina a me. Poi ci sono dei grandissimi uomini come Oscar Wilde o Palazzeschi, che parlano di donne in una maniera così affascinante che mi cattura lo stesso.

La pagina scritta lavora per minuzie. Soprattutto nel grande romanzo ottocentesco. Giocoforza a teatro molto dev’essere sacrificato. A volte fa un po’ male questo passaggio a un’attrice che è innanzitutto una grande lettrice?

È un altro lavoro. Si passa in un’altra dimensione. Nello spettacolo teatrale la lingua è al servizio del corpo. Mentre nella lettura, la pagina e quindi anche la lingua, vive anche nella sua lentezza, nel suo andamento. A teatro ogni frase diventa corpo perché diventa una voce, con un suo tono. Più forte, più piano, più grave, più acuto, ironico. E diventa anche gesto, atteggiamento corporeo. Sono proprio due mondi diversi, ma che non vanno a contrasto. È come paragonare un quadro con una sinfonia.

Per concludere le chiederei del rapporto tra voi tre attrici in scena.

Ah, è bellissimo. Ci siamo trovate proprio bene. Ci siamo un po’ scelte. Eravamo già amiche prima di lavorare insieme. Con Milena (Vukotic) avevamo fatto delle cose televisive insieme, anni fa. Con Marilù (Prati) avevamo lavorato nell’Avanguardia Romana, nei teatrini. C’era un antico rapporto che ha fatto sì che facesse piacere a tutte e tre sperimentare questa nuova avventura. Per ora è andata bene. Non ci siamo ancora prese per i capelli. Domani chi lo sa? Tutto può succedere. Si spera a volte che succeda anche qualche cosa di movimentato. Così, per cambiare un po’ l’atmosfera. Ma nelle previsioni immediate non ci sono accoltellamenti.