Anche al Festival del Giornalismo di Perugia si è parlato (e tanto) di fake news. Il problema della verità o meno della mole di notizie che circolano in rete è necessariamente centrale, non solo per il mondo del giornalismo ma anche dal fronte della comunicazione aziendale e, in generale, di chiunque abbia a che fare per lavoro con lo sterminato mondo di Internet.

A fare gli onori di casa è stato Matteo Grandi, giornalista professionista, autore di una rivista bimestrale edita proprio a Perugia. Ha anche messo la firma su concerti, programmi tv e su Far Web, sul tema delle derive della rete, in cui il tema dell’attendibilità delle notizie è centrale. «La più grande fake news – ha spiegato – è quella che le fake news vengano soltanto dalla rete. Ci porta decisamente fuori strada l’idea di dividere i media tra “buoni e “cattivi”, come Internet».

La disinformazione infatti viaggia spesso anche sui canali tradizionali (radio, televisione e carta stampata): a settembre fece il giro del mondo il nome di Frida Sofia, la bambina ritrovata miracolosamente viva sotto le macerie del terremoto di città del Messico. Si è poi scoperto che il fatto non era stato semplicemente alterato, ma non era mai accaduto. Così come erano fasulli anche sacchi a pelo, vibratori e orologi di lusso che erano stati ritrovati sotto il palco del Modena Park, dopo il concertone di Vasco Rossi. Mai esistiti, ma comparsi su giornali e televisioni. L’antidoto, insomma, è «rinforzare la propria corazza di spirito critico».

E’ a questo punto che compare un volto noto, ma legato in modo insospettabile al tema delle fake news. E’ Alessio Giannone, alias Pinuccio, inviato di Striscia la Notizia, autore teatrale e videomaker. Le segnalazioni che i cittadini inviano a Striscia, infatti, arrivano in larghissima parte dal web e vanno tutte verificate. Ma non si tratta solo di questo: l’Università di Napoli ha notato come Facebook sia il mezzo web che occupa più tempo agli italiani che navigano (un terzo ci sta più di 5 ore al giorno).

«Fino a un paio di anni fa – sostiene Pinuccio – l’affidabilità delle notizie che si leggevano su Fb era scarsa, pari a quella dei media tradizionali. E’ successo, però, che recentemente tv e giornali hanno ripreso notizie circolate in prima battuta sui social, facendone aumentare la credibilità». Con l’accento pugliese e la sua solita ironia, racconta di essere andato a guardare la bacheca Facebook durante la campagna elettorale ( «Ormai si è iscritta pure mia nonna…») e di essersi accorto che sono gli over 40-50 a condividere fake news, anche in buona fede.

«Sono gli over 40-50 a condividere fake news, anche in buona fede. Sono abituati a informarsi con giornali e tg e stanno abbandonando le nuove generazioni, senza spiegare loro come si crea una notizia» «Il problema – continua – è che ci siamo affidati alla notizia compressa titolo+foto: molti non leggono, vedono la foto e condividono (“non so se è vero, ma condivido”). Se siamo il popolo che legge meno, leggiamo poco anche sul web. Le persone che conosco, poi, confondono web e mondo reale, credono che un vip, per esempio, mostri per davvero la sua vita 24 ore al giorno. Messa così può diventare reale ogni cosa. Gli over sono abituati a informarsi con giornali e tg e stanno abbandonando le nuove generazioni, non gli spiegano come si crea una notizia. Il meccanismo è questo: i loro figli vedono come si comportano e, dato che li conoscono, gli danno comunque affidabilità: se una persona che stimo, sulla sessantina, condivide una notizia, riconosco a lui una certa affidabilità e la condivido anche io».

L’ideologia non è mai il fine ma il mezzo, il movente è economico. Esistono società e aggregatori che lavorano solo per quello, sanno su quali pregiudizi una fake news può attecchire e il processo che genera condivisione. Le notizie portano click e quindi soldi di pubblicità.

A promuovere il panel è Coca Cola, a testimoniare che il tema riguarda non soltanto le testate giornalistiche e il mondo social, incide anche sulla reputazione delle aziende. Cristina Broch, direttore comunicazione di Coca Cola, ha raccontato un caso accaduto di recente. È circolata per qualche giorno l’uscita di una versione alcolica della celebre bevanda con le bollicine. In realtà si trattava di una sperimentazione da parte di un brand giapponese che non coinvolgeva per niente Coca Cola: il Financial Times ha riportato la notizia corretta, che poi è stata distorta e condivisa in rete. «Siamo stati oggetto anche di notizie disgustose – prosegue Broch – con topi o vermi nelle nostre lattine».

La credibilità è una delle risorse più prestigiose per chi vive online, non solo per fare informazione. Lo sa bene Salvatore Aranzulla, fondatore del sito Aranzulla.it, che ha fornisce tutorial e consigli utili per qualsiasi problema digitale. «Sono partito da una cameretta in Sicilia a dodici anni – racconta il blogger siciliano – ed essere diventato il punto di riferimento per tanta gente è il risultato di quindici anni di lavoro. Il primo trucco è metterci la faccia: tutti i miei articoli sono firmati da me, chi vuole può seguirmi sui social e vedere che sono una persona normale. Ho sempre voluto essere percepito come un amico, una persona di cui potersi fidare. «Il primo trucco è metterci la faccia: tutti i miei articoli sono firmati da me, chi vuole può seguirmi sui social e vedere che sono una persona normale. Ho sempre voluto essere percepito come un amico, una persona di cui potersi fidare» Questo ci ha costretto a verificare tutte le informazioni che pubblichiamo, se consigliamo di acquistare o provare qualcosa è perché crediamo davvero che sia l’offerta migliore». Aranzulla aggiunge che tutta la sua produzione è indipendente. Gli inserzionisti non possono influenzare i contenuti del sito: se il consumatore rimane fregato una volta, non torna più.  Non a caso, l’aula sorride quando ricorda che Aranzulla.it ha una mole di traffico superiore a quella dei siti pornografici. Sorride, e riflette.