Entrare di domenica mattina in un bar è strano. Le strade sono deserte, la gente resta a casa per dormire un’ora in più.

Maurizio Coen, 52 anni, questo lusso non può permetterselo. Gestisce lo Sweet Cafè in viale Coni Zugna. Lavora da solo tutti i giorni dalle 5:30 alle 19. «Ben 14 ore» sottolinea, mentre fuma una sigaretta seduto a uno dei tavolini esterni sul marciapiede.Nato a Torino e tifoso dei Granata – «l‘unica certezza della vita» – è giunto a Milano a sei anni. Ora vive in zona Giambellino. Ha aperto il bar nel 2016, ma si è trasferito nell’area attuale solo da un anno. Prima ancora, ha lavorato per 30 anni come venditore di scarpe.

A colpire l’attenzione dei passanti è la vetrina del locale, piena di biscotti invitanti. Entrando, la luce calda di due lampadari chandelier e il profumo dei dolci ti avvolgono. Tra baci di dama, aragoste e bicchierini di frolla con marmellata ce n’è per tutti i gusti. I dolci però non c’entrano nulla con il nome del bar: «Dovevo rifare l’insegna e Sweet Cafè è la prima cosa che mi è venuta in mente».

Quali sono gli elementi distintivi del locale? «Per il momento, purtroppo, nessuno. Andrebbe rifatto del tutto, perché il look dei bar moderni è diverso. Immagino una struttura più lineare ed espositiva».

Il signor Maurizio annuisce quando gli chiediamo se si presta ad ascoltare le chiacchiere di chi siede al bancone. «Mi capita tutti i giorni. Storie di vita normale, di gente che entra e ti racconta qualcosa per sfogarsi o raccogliere il parere neutrale di qualcuno che non la conosce».

I clienti non sono tutti uguali. «C’è varietà. C’è quello che entra e saluta; quello che parla direttamente… Bisogna saperlo leggere, il cliente. Capire se ha voglia di chiacchierare o no». Anche la provenienza del pubblico è variegata, un mix di avventori e clienti fissi.

Il signor Maurizio, al contrario, dice di essere sempre lo stesso di quando ha iniziato. Neppure il quartiere è cambiato molto nell’ultimo anno. Potendo tornare indietro nel tempo, però, non ricomincerebbe. «Mi sono trovato a farlo perché bisognava andare avanti e perché avevo già gestito un bar nel 1990. Oggi improvvisare, fare un lavoro nuovo e senza esperienza è molto pericoloso». Sconsiglia di cimentarsi in questa attività: «Prima il commercio era più regolamentato, ora è molto libero. Ti guardi intorno ed è pieno di bar. Chi non sa cosa fare ne apre uno pensando “Tanto che ci vuole!”, ma non è così semplice».

Il signor Maurizio si sofferma anche sui bar gestiti da stranieri, come i cinesi. «Difficilmente aprono un bar e basta. Prediligono locali con tabacchi e giochi. Servono colazioni e caffè, ma non sviluppano molto, a mio avviso, la tavola fredda: panini e piatti». Non rappresenterebbero una vera concorrenza, ma un altro modo di lavorare, a volte apprezzato, altre no.«Ci sono clienti che entrano e dicono chiaramente “Ah, almeno non c’è dentro un cinese”. Però se i cinesi vanno avanti significa che c’è gente a cui non interessa chi c’è al banco. Basta che serva un buon caffè».