Quasi 143milioni di persone saranno migranti ambientali nel 2050 Quasi 143milioni di persone saranno migranti ambientali nel 2050. La Banca mondiale nel rapporto sulle migrazioni dovute al cambiamento climatico, pubblicato il 19 marzo, pone l’attenzione su tre aree specifiche del globo: l’Africa subsahariana, l’America latina e il Sud-Est asiatico, che rappresentano il 55% della popolazione dei Paesi in via di sviluppo. In queste tre regioni ci sarà un incremento dei flussi migratori interni, ma le migrazioni riguarderanno tutto il pianeta, come già abbiamo sperimentato negli ultimi anni.

La guerra in Siria è uno dei primi conflitti dove il climate change ha avuto un ruolo importante. Ci sono ottime prove che una delle principali ragioni del conflitto sia stata una siccità durata circa cinque o sei anni, secondo la Fondazione del Principe Carlo d’Inghilterra, e il cambiamento climatico sta avendo un enorme impatto sulla guerra. Del rapporto tra il mutamento delle condizioni climatiche e le migrazioni ha parlato Caterina Sarfatti all’interno del Festival dei diritti umani a Milano. Sarfatti è Senior Manager per Milano del team per il progetto C40 Cities (una rete di metropoli del mondo impegnata ad affrontare i cambiamenti climatici) e si occupa di supportare le città nel promuovere azioni per il clima ed assicurare che le strategie climatiche urbane siano inclusive ed accessibili.

«Oggi sono già 60milioni le persone che si spostano forzatamente – dice Caterina Sarfati – se pensiamo ai numeri previsti nel futuro a causa del cambiamento del clima, è evidente che è un problema che riguarda tutti». A tutt’oggi non è riconosciuto lo status di rifugiato dovuto al cambiamento del clima A tutt’oggi non è riconosciuto lo status di rifugiato dovuto al cambiamento del clima. Per Sarfatti questo è dovuto dal fatto che la convenzione del 1957 per lo status di rifugiato non potrebbe essere modificata oggi, perché la legge, approvata dopo la seconda guerra mondiale, è molto protettiva e innovativa. Se oggi venisse cambiata se ne avrebbe una peggiore, a causa del contesto politico che viviamo e soprattutto per le tensioni che l’immigrazione sta creando nel nord del mondo. «Ci vorrebbero degli strumenti specifici, che al momento non sono stati ancora pensati – dice la manager di C40 Cities – però ci sono dei buoni segnali. Il parlamento europeo ha adottato una risoluzione sulla giustizia climatica, che chiede di riconoscere questo fenomeno nell’agenda europea e la Nuova Zelanda è il primo paese che ha proposto di introdurre un visto umanitario per proteggere i migranti climatici».