Claudia Vago è una social media curator, questa attività che si svolge soprattutto in concomitanza a eventi live, per esempio manifestazioni di piazza o in generale eventi che prevedano un racconto corale. Il suo lavoro consiste nel seguire a distanza ciò che sta succedendo e raccontarlo facendo da filtro rispetto all’immensa mole di tweet che arrivano, si tratta di selezionale i tweet più rilevanti, quelli che portano un contenuto, oltre a verificare la loro veridicità, in questo modo si cerca di dare un senso al racconto e di offrire una visione d’insieme.

Perché privilegi questo social (twitter, facebook, instagram, you tube) rispetto a un altro?

Di Twitter mi piace in particolare la brevità, il fatto che costringa a sintetizzare il pensiero e che lasci spazio a link: è una porta aperta verso l’esplorazione. Mi piace che, rispetto ad altri social, sia più semplice per fare ricerche e per seguire eventi tramite ashtag, inoltre è comodo da usare in mobilità per cui sia per me che sono in giro che posso leggere, seguire, e raccontare quello che vedo, sia anche per gli altri. Ai tempi della primavera araba ma anche durante Occupy Wall Street, è stato soprattutto Twitter ad essere usato per raccontare in tempo reale quello che avveniva nelle piazze, nelle strade.

Usi i social solo per scopi professionali o anche come vetrina individuale?

Da quando ho cominciato ad avere visibilità, ho cercato di diminuire il più possibile i fatti miei sul mio profilo Twitter, anche se non sono mai stati tantissimi nel senso che io non sono il tipo che condivide la foto di quello che ha mangiato a cena, però mi capitava di scrivere una cosa più personale, ora cerco per quanto possibile di evitare. Ho poi un account mio, a cui accedono solo persone che conosco nella vita vera, dove racconto cose personali, per esempio una cosa buffa che ha fatto mia figlia, lì mi vergogno meno a farlo. Credo che siano spazi diversi (quello personale e quello pubblico ndr) e che vadano gestiti in modo diverso.

Quanto i social hanno influito sul mondo dell’informazione?

Parecchio, perché hanno dis-intermediato l’informazione, per cui abbiamo accesso all’informazione senza bisogno di passare attraverso coloro che una volta erano i nostri filtri cioè i giornalisti, però al tempo stesso i social ne hanno creati di nuovi. Oggi ci sono nuove forme di intermediazione, per cui si fanno avanti figure come la mia che fanno da filtro rispetto a tutto quello che passa in rete per darne una lettura ragionata o anche soltanto verificata e depurata da falsità. È cambiato tantissimo il mondo dell’informazione ed è una cosa rispetto alla quale i giornali, e i grandi gruppi editoriali fanno fatica ad adattarsi ma ci arriveranno se vogliono sopravvivere; dovranno farci i conti sia che decidano di adattarsi o di prendere le distanze dai social network e dall’accelerazione che hanno imposto, facendo un lavoro più incentrato sulla qualità e sull’approfondimento.

Quanto usi social network per costruire la tua dieta informativa?

Quasi esclusivamente social network, spesso sono una finestra da cui guardo altrove: spesso per esempio articoli di giornali interessanti li trovo tramite social, ho quasi smesso di usare il feed reader e non faccio più il giro delle testate come facevo una volta, che leggevo cosa scrivevano 3-4 giornali.

Nell’atto della condivisione, pensi che pesi di più il tuo potere mediatico o la qualità dei link che posti?

Me lo chiedo spesso anch’io, tendo ad usare abbreviatori di link tipo OLI che tracciano il numero di click e ti fanno un’analisi rispetto ai paesi da cui arrivano più condivisioni; a volte mi incuriosisce perché una storia che secondo me è molto interessante riceva meno condivisioni di una che reputo più inutile. Credo che dipenda da molte cose, è un insieme di fattori: è molto importante come presenti una notizia, nel senso che quando mi riesce di trovare una formulazione giusta per riassumere un articolo e presentarlo in una maniera che sia accattivante e che invogli il lettore a cliccarci sopra è chiaro che funziona meglio. Molti che mi seguono e che hanno fiducia in me, in qualche misura si fidano dei link che passo per cui a volte vedo dei retweet immediati di quello che ho twittato e mi chiedo ma come hanno fatto a leggerlo in così poco tempo: non è possibile, si sono fidati di quello che ho scritto.

E quando non hai connessione come reagisci?

Mi capita raramente, per esempio quando sono in volo tra l’Italia e il Belgio. Diciamo che sto cercando di imparare a staccare, ho fatto periodi in cui ero sempre online ed è una cosa assolutamente non gestibile.

Cosa succederà al tuo profilo social fra cinque anni? Non ne ho idea, chi lo sa cosa ci sarà tra 5 anni, ci sarà ancora twitter?

Faccio fatica a fare una previsione, sicuramente saremo sempre più social perché non penso che torneremo indietro.

A chi ti ispiri, all’interno della tua categoria, nel costruire la tua immagine social?

Quando ho iniziato a fare quello che faccio tuttora, ovvero la social media curation, non sapevo neanche che si chiamasse così, ho iniziato a farlo in modo naturale, per cui difficilmente mi ispiravo a qualcuno. Con il tempo ho scoperto che c’erano varie persone che lo facevano, tra cui Andy Carvin, diciamo che mi sono data io delle regole di gestione, poi all’epoca mi sono confrontata con altre persone che lo facevano in Italia. Ci sono stili diversi di gestione dell’account: per esempio Marina Petrillo (Radio Popolare) che retwitta tantissimo, e a volte finisce nella twitter jail per cui il suo account viene bloccato per un po’, altri traducono i tweet, ad esempio chi segue quello che succede in Grecia e lo traduce in italiano. Io sono una via di mezzo, faccio dei retweet e poi scrivo qualcosa per fare un riassunto della situazione, e magari cito le fonti.