Mentre la Cina distribuisce aiuti al continente africano colpito dal Covid-19, l’Italia riabbraccia Silvia Romano, sopravvissuta a un sequestro durato 18 mesi e liberata in Somalia, grazie ad una proficua collaborazione tra i nostri servizi di sicurezza e il MIT, l’intelligence turca. Se non stupisce l’egemonia del governo di Pechino, la Turchia appare un interlocutore altrettanto necessario in diversi Paesi del Corno d’Africa a partire – appunto – dalla Somalia. Entrambi gli Stati mirano a consolidare le proprie aree d’influenza attraverso precise strategie geopolitiche, che talvolta si incontrano, come nel caso della Belt and Road initiative.

Intanto, allo scopo di ridefinire la generale narrazione della comunità internazionale, la Cina «sta tentando di svolgere un ruolo di assistenza, a confermare che da epicentro del focolaio è diventata epicentro degli aiuti», spiega il giornalista di il manifesto Simone Pieranni, chiarendo che a gestire la distribuzione di materiale sanitario sono perlopiù gli ambasciatori cinesi in Africa, coordinati con le aziende della tigre asiatica, presenti sul territorio. La cosiddetta “diplomazia delle mascherine” non fa dimenticare al governo di Pechino di essere il principale creditore del continente africano. Infatti, se il Fondo Monetario Internazionale e i ministri delle finanze delle maggiori economie del G-20 hanno deciso di sospendere il pagamento del debito di 77 Paesi in via di sviluppo, la Cina non sembra disposta a fare altrettanto. La Turchia non resta a guardare, avendo a sua volta «sviluppato una diplomazia umanitaria, espressione di un certo soft power che le ha permesso, allo scoppio della crisi pandemica, di distribuire aiuti non solo in Somalia ed Etiopia, ma anche in diversi Paesi europei», commenta Federico Donelli, ricercatore dell’università di Genova.

Come evidenzia un report dell’Ispi, il 2020 scandisce il sessantesimo anniversario da quello che venne definito “l’anno dell’Africa”, il momento in cui diversi Paesi subsahariani ottennero formalmente la propria indipendenza dalle colonie europee. Era il 1960, il dominio italiano cessava in Somalia.

 

Nuovi attori si preparavano ad intervenire nel continente africano. A tal proposito, quel processo che oggi viene definito neo-ottomanismo «non è da considerarsi come una politica di ristabilimento del potere imperiale, bensì un utilizzo da parte di Ankara, agli occhi degli africani, di vettori culturali e storici, in chiave anticoloniale europea» specifica Donelli. «Con l’ascesa al potere dell’Akp la Turchia rielabora la sua politica estera, delineata dal ministro Ahmet Davutoglu, fondata sulla posizione baricentrale del Paese e sulla profondità strategica dell’ex Impero Ottomano. Teoria tradotta nei fatti con una maggior penetrazione economica e culturale in alcuni Paesi africani a maggioranza islamica», spiega Giorgio Del Zanna, professore di Storia dell’Europa Orientale dell’Università Cattolica. Lo scopo è la creazione di un nuovo modello di partnership regionale. Due esempi nello specifico: la Somalia e il Sudan.

 

Le cifre parlano chiaro. L’Osservatore romano ricorda che  «gli investimenti e gli scambi commerciali della Turchia con l’Africa sono passati dai 5,4 miliardi di dollari nel 2003 a 26 miliardi di dollari nel 2019, con l’obiettivo ambizioso di raggiungere i 50 miliardi entro il 2023».

«La Turchia fu il primo Paese a ridare attenzioni alla Somalia nel 2011, durante il ventesimo anno di guerra civile. Recep Tayyip Erdoğan, allora primo ministro, volò su Mogadiscio, gesto impensabile per altri leader, ma che attirò l’attenzione della comunità internazionale. Il governo di Ankara iniziò ad operare nel Paese con interventi di tipo umanitario e di state building, secondo un approccio multistakeholder, ovvero coinvolgendo attori statali e non: NGO, società civile, fondazioni caritatevoli e di business», dice il ricercatore genovese.  Caratteristica tipica della presenza turca nel territorio resta tuttora l’assenza di intermediari nella distribuzione degli aiuti: «la mano turca dà l’aiuto alla mano somala e questo è molto importante nella costruzione della fiducia», sottolinea Donelli. Ad oggi Ankara afferma la propria presenza in Somalia anche tramite basi militari, avendo inaugurato nel 2017 un grande centro di addestramento turco di truppe somale. Fondamentale è poi lo sfruttamento delle risorse energetiche, in primis il petrolio. Sempre secondo Donelli «seguendo quest’ottica diviene logico pensare che l’Italia si sia rivolta all’attore più inserito nel contesto somalo – la Turchia – per liberare Silvia Romano da Al-Shabab.   Non ho motivo di credere che vi sia un canale diretto tra i servizi segreti turchi e l’organizzazione terroristica, ritengo tuttavia che la Turchia abbia molta facilità ad intercettarla». Il governo di Ankara ha ottimi rapporti commerciali anche con l’Etiopia, ma è il Sudan ad interessare in particolar modo Erdoğan, intenzionato a potenziare gli interscambi e a consolidare l’avamposto militare turco nella penisola di Suakin. «Il Corno d’Africa è visto dalle petromonarchie del Golfo come un’appendice del Medio Oriente e la Turchia si trova a competere per l’influenza del territorio insieme ad altri attori, come il Qatar, suo grande alleato o gli Emirati Arabi Uniti, storico rivale»  , aggiunge Federico Donelli, che approfondisce il tema nel libro Le due sponde del Mar rosso.

 

 In questa fitta rete di scambi commerciali, la BRI può forse essere un punto d’incontro, o di passaggio occasionale, tra gli interessi economici di Cina e Turchia. «Il governo di Ankara nel 2015 ha firmato il memorandum d’intesa con la Cina per la Nuova Via della Seta. In generale, la Belt and Road Initiative prima dell’epidemia ha subito rallentamenti. I nuovi scenari post Coronavirus sono tutti da riconsiderare e bisognerà capire le nuove mosse di Pechino, che peraltro in Africa sta avendo alcuni problemi: un paio di giorni fa la Nigeria ha infatti arrestato due cinesi per corruzione e il Parlamento ha autorizzato una commissione di inchiesta sui prestiti cinesi degli ultimi vent’anni» dice Pieranni. La Cina tuttavia non sembra arrestare il proprio processo di penetrazione nel continente, assicurato in gran parte dalla costruzione di infrastrutture e reti di collegamento come strade, ponti o scali portuali, in cambio dello sfruttamento di materie prime, evitando accuratamente un’intromissione diretta nella politica interna degli Stati. Lo scopo di imporre Pechino al centro dei traffici commerciali, attraverso una serie di collegamenti marittimi e terrestri in Asia, Africa ed Europa, porta il governo di Xi Jinping ad essere particolarmente attivo anche nell’Africa settentrionale, dove «sta lavorando a progetti che puntano alle risorse e non solo, ma si tratta ancora di primi movimenti considerando che l’area è piuttosto affollata», commenta il giornalista di il manifesto.

Il soft power della Cina mira a espandere i propri interessi in ogni settore dell’economia africana, sfruttando risorse, commercio ed investimenti. Ad oggi nel continente sono aperti 3030 cantieri cinesi 

Per Donelli «la presenza cinese in Africa è vista da tutti gli attori mediorientali come qualcosa di ineluttabile. Capita che la Turchia giochi sullo stesso tavolo della Cina: anche l’economia turca punta infatti alle grandi opere e all’export di manufatti che per il cliente africano risultano meno costosi di quelli europei, ma di una fattura migliore di quelli cinesi. Nelle costruzioni la Turchia ha cercato di implementare strategie di rapporti a lungo termine, trasferendo il proprio know-how alla manodopera africana». Una politica comune a entrambi gli Stati è l’investimento in settori sociali, quali la sanità e l’istruzione. Non solo: come spiega in maniera dettagliata il podcast Risciò, realizzato da Giada Messetti e Simone Pieranni, la Cina limando l’arte del soft power mira a espandere i propri interessi in ogni settore dell’economia africana, puntando a risorse, commercio ed investimenti. Ad oggi nel continente sono aperti 3030 cantieri cinesi e gli affari di Pechino vanno dal settore energetico a quello delle telecomunicazioni. «La Cina intrattiene relazioni diplomatiche con tutti gli stati dell’Africa ad eccezione dell’eSwatini. Il continente infatti rientra in quella retorica di south-south coperation e vede i suoi i suoi Paesi in gran parte alleati al governo di Pechino, secondo un’ottica comune di developing countries, in contrasto all’ex colonialismo europeo. Per questo motivo, sia singole nazioni che blocchi regionali hanno spesso supportato posizioni diplomatiche della Cina, in contesti internazionali», afferma Ilaria Carrozza, ricercatrice al Peace Research Institute Oslo. Non di meno «il governo di Pechino ha bisogno di esternalizzare la propria sovrapproduzione e l’Africa rappresenta un mercato cruciale. A partire dagli anni ’90 la Cina ha guardato al continente africano in tutta la sua potenzialità, attivandosi in particolare nel Corno d’Africa, in Etiopia e Gibuti  ed intrecciando solide relazioni con Angola (partner strategico), Zimbawe e Sud Africa e provvedendo a training per la leadership politica. Tuttavia la tigre asiatica sta cercando di entrare anche nelle zone dell’Africa Occidentale storicamente più dominati dall’Europa, con particolare attenzione per il territorio del Sahel», sottolinea Carrozza. Ad oggi, i prestiti elargiti dalle banche di Pechino a molteplici Paesi africani superano i 90 miliardi di dollari.

Ma come viene percepita dai Paesi subsahariani la presenza di cinesi e turchi? «In generale credo che la presenza cinese cominci a non essere più gradita come in passato e l’episodio nigeriano prima citato ne è un esempio. In particolare di recente, a causa di accuse di razzismo nei confronti di Pechino per il trattamento degli africani a Canton, è stata scritta una lettera aperta firmata da molti diplomatici africani, contro il governo cinese», spiega Pieranni. Diverso discorso va invece affrontato per la Turchia, dove «il comune elemento religioso ha un duplice ritorno: da un lato si vede il tentativo di creare legami stabili con le popolazioni, dall’altro si alimenta l’idea di mobilitare il pubblico turco a sostenere tali politiche. Parliamo di una società civile attiva e volenterosa – ricordo che la beneficenza è uno dei pilastri dell’Islam», evidenzia Donelli.

Da non sottovalutare è poi l’accresciuto peso della Turchia in Libia. Per Del Zanna è importante ricordare che «le acque territoriali libiche arrivano a lambire Cipro (per metà sotto influenza turca), Paese ricco di importanti giacimenti di gas e petrolio. Non a caso, lo scorso novembre, Ankara ha firmato un accordo col governo libico per lo sfruttamento di risorse nell’aria cipriota». Erdogan non ha inoltre esitato ad appoggiare al-Sarraj nel conflitto libico fornendo «sostegno logistico, agevolando il trasferimento di alcuni gruppi militari e mettendo in mostra per la prima volta i propri droni», commenta Donelli.

Sconvolta da incessanti guerre civili, carestie e calamità naturali l’Africa sta forse insegnando qualcosa ai Paesi che continuano a sfruttare con ferocia i suoi abitanti e le sue risorse naturali. Come riporta un interessante articolo del New Yorker, diverse nazioni africane, avendo affrontato l’epidemia di ebola del 2018, hanno mostrato una risposta rapida e talvolta più preventiva dei Paesi Occidentali nella prevenzione alla diffusione del Coronavirus. Intanto più di cento intellettuali africani hanno firmato una lettera aperta ai leader del continente, chiedendo loro «di contenere gli effetti di un virus che sta scuotendo l’ordine mondiale, mettendo in discussione le basi della convivenza sociale». Con tenacia, gli intellettuali africani chiedono di «rimettere al centro il valore di ogni essere umano, a prescindere dall’identità o dall’appartenenza, dalla logica del profitto, del dominio e della monopolizzazione del potere».