Negli ultimi mesi i riflettori della cronaca milanese sono puntati su Rogoredo, un quartiere alla periferia sud-est di Milano recentemente assediato da frotte di giornalisti che hanno provato a raccontarlo attraverso parole e immagini. Anche noi di Magzine siamo stati a Rogoredo, per toccare con mano i problemi di un territorio diviso tra due realtà contrapposte: da una parte il boschetto della droga, dall’altra gli edifici di Sky Italia e i palazzi del nuovo quartiere Santa Giulia.

I binari della ferrovia separano questi due mondi così distanti, eppure allo stesso tempo tanto vicini. A Rogoredo inferno e paradiso si sfiorano senza mai toccarsi. Nelle strade intorno alla stazione il contrasto è evidente, ed è in grado di rivelare la vera immagine di un territorio dalle due facce: quella devastata dei tossici in cerca di una dose, e quella pulita dei giovani impiegati in maniche di camicia. Il fantasma dell’eroina è tornato ad infestare le strade del nostro Paese e il boschetto di Rogoredo è la nuova mecca dei tossicodipendenti, che arrivano da tutto il Nord Italia per acquistare droga a prezzi stracciati. Una dose a Rogoredo può costare dai 2 ai 5 euro. I numeri relativi allo spaccio e all’abuso di eroina sono ancora più eclatanti: solo negli ultimi quattro mesi sono stati arrestati 24 spacciatori, con le forze dell’ordine che hanno sequestrato 2,6 chili di eroina e altrettanti di hasish, marijuana e cocaina.

Ma se a fare notizia è sempre il degrado intorno al bosco, esiste anche un’altra metà di Rogoredo, quella che mostriamo nel nostro reportage incontrando gli abitanti del quartiere, i commercianti e gli attori sociali protagonisti in zona. Il malcontento è palpabile, ma abbiamo scoperto anche una voglia di ripartire di cui nessuno parla.

Esistono ad esempio iniziative come il Progetto Rogoredo, un programma di recupero che ha l’obiettivo di offrire una seconda possibilità ai tossici del boschetto. Un’altra alternativa concreta alla droga è rappresentata dalle attività promosse dalla parrocchia della Sacra Famiglia, mentre sul piano della prevenzione è fondamentale la presenza del presidio medico di Areu (Azienda regionale emergenza urgenza). C’è chi prova quindi ad andare oltre alle siringhe e all’abbandono, con l’obiettivo di ristabilire la normalità a Rogoredo, quella che si respirava prima che il boschetto si trasformasse in una delle più grosse piazze di spaccio del nostro Paese.


“Avreste dovuto vedere com’era Rogoredo una volta”. Passeggiando sul tratto di strada che va dalla stazione fino a via Toledo è questo il messaggio simbolo che si sente dire più spesso dalla gente di un quartiere di quasi 8mila abitanti. Sono soprattutto i pensionati a ricordare malinconicamente il periodo in cui Rogoredo con la droga non aveva niente a che fare.

Dalla stazione escono pendolari indaffarati che camminano velocemente verso gli uffici del network televisivo Sky, pensionati al bar e qualche tossicodipendente, in cerca di spiccioli per raggiungere quota 5: gli euro sufficienti a comprare una sola dose di eroina.

Alberto è un barista, il suo locale è in ristrutturazione e sottovoce racconta di averlo venduto a un gruppo di cinesi. Lavora da 23 anni e a Rogoredo ne ha viste di tutti i colori: «Da circa un decennio in questa parte del quartiere non si vive una situazione serena. Dopo l’arrivo di Sky e la costruzione della metro, il boschetto della droga è diventato un luogo sempre meno controllato – continua Alberto – ma il problema è che i tossici non frequentano solo il boschetto».« Entrano per chiedere l’elemosina: ne vedo anche cinque o sei al giorno. Circa un anno e mezzo fa li ho beccati a bucarsi nel mio bagno» Sedute, accanto a un tavolino, si sentono sbuffare quattro pensionate che hanno perso al Superenalotto. «Vivo da 68 anni a Rogoredo e le cose stanno peggiorando sempre di più – sbotta la più anziana, con il volto segnato dalla stanchezza  ̶ .Trent’anni fa eravamo circondati dal verde, al posto di Sky c’era una bellissima trattoria e potevamo contare su una comunità forte. Da quando è arrivata la droga, sono arrivati i tossici e quindi i problemi. La sera, nei pressi della stazione, si rischia troppo».

Mariangela, invece, ha un negozio di ferramenta da circa 25 anni ed è preoccupata soprattutto per la clientela: «Viviamo una situazione di terribile disagio. I tossici che passano dal negozio non sono pericolosi ma spaventano i clienti che, se vedono qualcuno poco raccomandabile, vanno da un’altra parte. Nonostante la situazione sia leggermente migliorata dopo la pulizia del boschetto, il problema rimane e qualcuno dovrà pure risolverlo».


«Giornali e giornalisti parlano sempre solo del boschetto, perché fa notizia, fa sensazione. Ma qui a Rogoredo non c’è solo la droga. C’è tanto di più». A parlare è Momò, attrice della compagnia teatrale “4 Gatti” affiliata a VerdeFestival, l’associazione culturale nata nel 2015 da un’idea di Alberto Tavazzi allo scopo di promuovere gli eventi culturali del territorio cittadino con particolare attenzione alle realtà locali della Zona 4.

L’associazione VerdeFestival si impegna per comunicare l’immagine di una Rogoredo positiva che nessuno conosce, spiega l’ideatore Alberto Tavazzi«A Rogoredo si organizzano iniziative bellissime», commenta l’ideatore del progetto. Tra le tante attività proposte dall’associazione c’è, infatti, Cortili in-versi, la manifestazione che, realizzata in collaborazione con la Cantina della poesia, diPoesia e il Festival Internazionale della Poesia di strada di San Donato Milanese, porta la cultura all’interno degli spazi domestici: cortili condominiali, giardini, supermercati, strade, mercati e bar diventano, così, luogo di aggregazione e ritrovo per gli amanti della letteratura poetica e non solo. «Ogni sera arrivano 200-300 persone per ascoltare poesie: un risultato notevole di cui, però, quasi nessuno è a conoscenza», aggiunge Alberto Tavazzi che conferma la difficoltà riscontrata dai membri di VerdeFestival nel comunicare l’idea di una Rogoredo positiva. «Per noi le cronache del boschetto – continua – hanno una doppia negatività. Il problema esiste e bisogna parlarne, ma non si deve oscurare tutto il bello che accade nel quartiere».

Tra le altre manifestazioni organizzate da VerdeFestival e dalle 15 associazioni che ne fanno parte ci sono, poi, lo scambio di libri e la rassegna di teatro per ragazzi. A partire dallo scorso 25 febbraio, infine, i membri dell’associazione hanno avviato il progetto dei “Giardini condivisi” per recuperare gli spazi delle ex docce pubbliche del quartiere. «Negli anni ’40 le docce servivano come bagni pubblici per chi non aveva i servizi in casa – spiega Tavazzi –. Ora con questa convenzione della durata di tre anni creeremo un nuovo spazio da destinare alla socialità e alla cittadinanza attiva».


“Per incontrare la speranza bisogna essere andati al di là della disperazione”, sosteneva lo scrittore francese Georges Bernanos. Un aforisma che è diventato un mantra nella vita di Fabio Allevi, ex tossicodipendente che ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare le persone che come lui hanno conosciuto l’incubo della dipendenza da sostanze stupefacenti. La speranza per tutte le persone tossicodipendenti della periferia milanese che ha interessato la cronaca degli ultimi mesi, si chiama “Progetto Rogoredo” e ha il volto degli operatori, degli psicologi, degli educatori e dei volontari delle varie associazioni che ne hanno preso parte: Promozione Umana, Fondazione Eris, Fondazione Exodus, Il Gabbiano, Casa del Giovane.

Nato quasi per caso durante l’evento del Bookcity a Milano nel mese di novembre, Progetto Rogoredo è diventato un programma di recupero con l’obiettivo di “agganciare” i giovani frequentatori del boschetto e di offrirgli la possibilità di iniziare un percorso di disintossicazione. “Se vuoi una mano, noi ci siamo. Questo è il fulcro del progetto che abbiamo creato”, spiega Flavio, ex tossicodipendente e volontario. Nel team di operatori, oltre a professionisti del settore, fanno parte anche persone come Flavio e Fabio, una peculiarità che offre a Progetto Rogoredo un quid in più. “Avendo provato e avendo vissuto la stessa sofferenza, è più facile riuscire a relazionarsi con chi sta vivendo il medesimo travaglio interno”  FabioA fargli eco è il collega Flavio che spiega come il suo percorso personale oggi sia un modo attraverso il quale entrare in empatia con i giovani che stanno provando a liberarsi dalla tossicodipendenza.

Fabio e Flavio hanno un trascorso molto diverso alle spalle, eppure a tratti le loro vite sembrano essere molto simili. Hanno la consapevolezza di chi ha lottato a lungo per ottenere una seconda chance dalla vita, la disillusione di chi aveva trovato nella droga la panacea a tutti i mali e il desiderio di aiutare chi ha bisogno di aiuto. Entrambi portano dentro di loro le cicatrici di un passato dal quale hanno avuto la forza di riscattarsi. A causa della droga Fabio ha anche provato a suicidarsi, un tentativo che gli è costato il braccio sinistro e l’articolazione della cavigliaDurante i suoi 25 anni di tossicodipendenza, erano stati fatti dei tentativi per tirarlo fuori dalla droga, ma per Fabio nessuno era consapevole del dramma che lui stava vivendo.

“Quando mi drogavo non è mai venuta una persona come me, che si è drogata anche lui a dirmi che potevo star bene, che potevo fare un percorso di cambiamento o che mi dicesse che poteva capire la mia condizione. Magari a dirmi queste cose veniva uno psicologo o mio fratello che non si è mai drogato e io gli rispondevo: sì ma tu le pere non te le sei mai fatte, non puoi capire!”.

Trovare una persona in grado di conoscere tutte le difficoltà di un percorso di recupero è sicuramente un sostegno in più e proprio questo è ciò che spinge Flavio ad aiutare i ragazzi delle comunità, ricordando loro che con tanta forza di volontà si può uscire da quell’incubo. Sebbene sia nato solo da pochi mesi, Progetto Rogoredo ha fatto sì che venissero intercettati oltre 300 giovani e sempre più ragazzi iniziassero i percorsi di recupero nei centri d’accoglienza.

“Un’iniziativa – spiega Giancarlo Barbera, educatore di Promozione Umana – che non ha lasciato indifferenti le istituzioni pubbliche interessate a investire molto nel progetto di volontariato”. L’idea è anche quella di creare un programma di prevenzione rivolto ai giovani. “Scuole, università, oratori, gruppi boy scout, ci hanno invitati a parlare della nostra iniziativa e anche l’informazione, è una forma di prevenzione”, spiega Giancarlo.

Conoscere cosa comporta questa dipendenza è sicuramente un modo per provare ad impedire che molti giovani si avvicinino alle droghe e quale se non entrare in contatto con chi sta provando a liberarsi dalla tossicodipendenza può essere il modo migliore? “Consiglierei ai ragazzi di fare un giro in queste comunità per vedere la fatica che fanno questi giovani per liberarsi da questo problema. Perché spesso è facile lasciarsi trascinare e credere all’amico o al compagno che ci dice: “non ti fa niente, smetti quando vuoi!” Ecco, forse, se ci si fa un giretto si riesce a capire che non è affatto vero che smetti quando vuoi”.


«Rogoredo è un quartiere che ha tanti simboli. Il boschetto, quello più tristemente famoso, è il simbolo della fatica; la parrocchia quello dell’incontro e del desiderio di guardare in alto; il parchetto quello del divertimento dei ragazzi; il Parco Trapezio quello di una nuova urbanistica. Ma il simbolo che li riassume tutti, secondo me, è ancora questo senso di comunità che rimane nonostante le difficoltà».

La parrocchia di Rogoredo è distante solo poche centinaia di metri dal parchetto e dalla sua stazione, entrambi al centro dell’attenzione per l’emergenza legata alla tossicodipendenza. Quasi nessuno fa caso al campanile che si erge al di sopra dei tetti di Santa Giulia, la zona più nuova del quartiere. Eppure è qui che viene custodito un pezzo fondamentale della storia di questa periferia a sud di Milano, ed è sempre qui che si cerca di aiutare chi vuole uscire dalla trappola della droga con prevenzione e accompagnamento.

Da dieci anni don Marco Eusebio è parroco di Rogoredo. E’ lui che, aiutato da due diaconi e dalle suore dell’Immacolata, manda avanti l’oratorio, che da quasi un secolo insegna ai giovani a stare insieme e a costruire qualcosa di utile per il prossimo. La chiesa di Rogoredo viene consacrata nel 1931, quando il quartiere ruota intorno alla colossale acciaieria Redaelli, che fabbricava binari per tutto il Nord Italia

«Si tratta di una realtà che è rimasta uguale per 70 anni ed è cambiata tantissimo negli ultimi 15 – racconta don Marco -. Gli iscritti alle attività sono 80 per anno, quindi circa 320. D’estate si raggiungono anche i 400, più altri 100 tra le superiori e l’università. L’oratorio riceve una grande varietà di utenza ed è diventata una realtà davvero vivace . Lasciamo la libertà di riconoscere l’esperienza cristiana, ma non in modo rigido: abbiamo accolto ragazzi e ragazze non cristiani, hanno partecipato all’oratorio estivo e alcuni si sono interessati particolarmente a quello che facciamo. Non numeri enormi, ma accenni incoraggianti»

L’oratorio è la testimonianza di come sia cambiato il quartiere nel corso degli ultimi cento anni e di come la sua trasformazione sia stata accelerata da una ventina d’anni. Una storia che risale fino all’Ottocento, quando Rogoredo era una semplice frazione di Chiaravalle Milanese, immerso in una campagna che arrivava fino a Porta Romana.

Nel 1895 l’imprenditore Luigi Riva scelse Rogoredo per aprire un’acciaieria di 600mila metri quadri, poi passata alla famiglia Redaelli che le diede il nome con cui era conosciuta. La Ferriera Redaelli attirò lavoratori dalla campagna e trasformò la zona in un vero e proprio quartiere periferico di Milano di natura operaia. Dell’enorme fabbrica oggi rimane solo la cosiddetta “palazzina ex chimici”, ormai in rovina, e la titolazione della piazza subito fuori dall’uscita della metro.

L’enorme richiesta di costruire binari in acciaio, più resistente della ghisa e del legno, portò a Rogoredo migliaia di lavoratori. I cugini Chiappa, sindaci di Chiaravalle e Nosedo, vendettero alle Ferrovie i terreni dove oggi sorge la stazione, che diventò in breve tempo lo scalo merci di riferimento verso il Sud Italia a richiesta di una chiesa diventò pressante, dato che gli operai dovevano andare a messa a San Donato. E così il beato cardinale Andrea Carlo Ferrari pone la prima pietra dell’attuale chiesa, inaugurandola nel 1907. L’oratorio risale al 1923, ancora prima della consacrazione ufficiale della chiesa (1931).  «Il quartiere ha subito il beneficio della stazione – ammette don Marco – ma la sua posizione strategica fa anche confluire tante situazioni difficili»

Ma è negli ultimi anni che Rogoredo subisce le trasformazioni più radicali. «Sono qui da dieci anni, dal 2009 – ricorda don Marco -, e ho visto crescere il problema del boschetto. Ma non solo: il quartiere ha avuto uno sviluppo positivo, un arricchimento che ha dato vivacità». Proprio qui è stato costruito il nuovo quartiere residenziale Santa Giulia, che ha definitivamente tolto al quartiere l’identità operaia, già compromessa dalla chiusura dell’acciaieria nel 1984. L’apertura dell’imponente sede di Sky, proprio di fronte alla stazione, ha portato a Rogoredo lavoratori del settore terziario e l’ha reso un luogo multiculturale. Esattamente come molti quartieri periferici delle grandi città.

Il cuore di ogni trasformazione, quindi, è sempre stata la stazione. «Il quartiere ha un po’ subito il beneficio della stazione – spiega ancora don Marco – e nello stesso tempo il fatto che la sua posizione strategica la renda anche il raccogliticcio di tante situazioni difficili. L’integrazione c’è stata e c’è tuttora. Vedo anzi che gli stranieri riescono anche a farci da esempio in alcune cose: noi europei siamo un po’ “sedutelli”, loro invece lottano, nel senso buono del termine, per darsi una dignità e un futuro ai loro figli. Se questo comportamento contagiasse tutti, non sarebbe di certo un male »