Igiaba Scego scrive dell’Africa e della cultura africana per far conoscere alle persone comuni – «quelle che comprano libri» – uno dei suoi due continenti. Il suo sogno è che già in questa generazione possano distinguersi intellettuali che propongano autori africani, che citino Tsitsi Dangarembga.In occasione della giornata mondiale della cultura africana e afrodiscendente, la scrittrice romana di origini somale riflette su cosa significhi essere afrodiscendenti: «Se nasci a Roma da genitori somali sei italiano, ma sei anche altro. La tappa di avvicinamento l’ho fatta a livello culturale, ma non pretendo di essere africana, sono europea. Mi definirei afrodiscendente europea». Lo scorso maggio è uscito il libro Africana, curato insieme a Chiara Piaggio. Un’opera nata come strumento di difesa nei confronti di tutte le semplificazioni e gli stereotipi sul continente.

Scrive così Igiaba Scego nella prefazione: «L’Africa non è un paese, non è un villaggio, non è un borgo, non è un’isola.[…] Ma allora, se è così, perché in Occidente, e in Italia in particolare, l’Africa viene vista come un blocco monolitico? Un continente monocorde, dove tutto è uguale?» (Tratto da Africana: raccontare il continente al di là degli stereotipi, Feltrinelli, 2021)

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Nel 1978 Edward Said nel saggio Orientalism criticava l’approccio eurocentrico degli studi occidentali nei confronti del mondo orientale. Secondo lo scrittore statunitense, l’orientalismo è una descrizione fallace della cultura extra europea, viziata da un’idea di superiorità. Un territorio fertile per gli stereotipi, un modo per esaltare una cultura più evoluta descrivendone un’altra giudicata inferiore. Il medesimo discorso è assimilabile alla cultura africana, spesso rappresentata attraverso lo sguardo di chi quei luoghi li ha colonizzati. Igiaba Scego definisce Said un “faro”: «Bisogna uscire dallo stereotipo, bisogna avvicinarsi alla complessità del continente ». Sottolinea proprio il termine complessità: « L’Africa è un continente con 54 paesi molto diversi tra loro, è necessario raccontare tutti questi “pezzetti”, piccoli mondi che dialogano con altri mondi». Inutile dire che, per questo motivo, scegliere un’immagine di copertina è stato tremendo.

Igiaba Scego: “L’Africa è un continente con 54 Paesi molto diversi tra loro, è necessario raccontare tutti questi piccoli mondi che dialogano con altri mondi”

Un ruolo fondamentale nel distruggere gli stereotipi l’hanno assunto gli afrodiscendenti di prima e seconda generazione. Il primo Paese che viene in mente, per ovvie ragioni, è gli Stati Uniti dove è incommensurabile l’apporto della letteratura. La storia afroamericana è solo una delle declinazioni. Non a caso di complessità si parlava: «Il discorso americano dei Black studies va distinto dagli African studies. L’Europa, ad esempio, è molto diversa, ha fatto subire il colonialismo, tutto è avvenuto nelle città africane, a differenza dello schiavismo degli USA. Sono due processi diversi». Igiaba ha iniziato il proprio avvicinamento culturale tramite gli scrittori americani: adora Richard Wright, Toni Morrison e Ralph Ellison, ha ritrovato parte del proprio continente anche nei romanzi europei dell’Ottocento – cita Jane Austen -, ma poi ha sentito l’urgenza di ritrovare la propria identità: «La guerra afroamericana non era la mia storia. La Somalia non ha subìto la tratta atlantica, io so chi sono i miei antenati. Mi sono quindi avvicinata ad autori come Tsitsi Dangarembga e Chinua Achebe».

A livello europeo il movimento culturale africano ha acquistato rilevanza molto più lentamente. Oggi ha un ruolo centrale. Nel 2021 in campo letterario c’è stato un exploit di vittorie africane, Abdulrazak Gurnah ai Nobel, Damon Galgut al Book Prize, Mohamed Sarr al Prix Gouncourt. Discorso analogo in campo musicale: il mondo discografico britannico ha visto l’affermazione di numerosi artisti afrodiscendenti: la rapper di origini nigeriane Little Simz, BERWYN nato in Trinidad e la cantautrice Arlo Parks. Quest’ultima, vincitrice del prestigioso Mercury Prize – il più importante riconoscimento musicale britannico insieme ai Brit Awards) – è addirittura per metà nigeriana, per un quarto del Ciad e sua madre è francese.I loro testi, caratterizzati da uno storytelling fitto di immagini evocative, affrontano tematiche delicate e rilevanti come il razzismo e l’identità di genere. In Italia l’ultimo album di Mahmood, Ghettolimpo, è magistrale nell’unire le sonorità urban e pop con elementi della musica egiziana.

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“Il livello accademico non può cambiare se non cambiano le persone. In Italia non abbiamo un corpo accademico di origine africana. Non è la rappresentanza a mancare, ma la volontà”

Ma nello specifico, in Italia, com’è la situazione?Nel 2013 Itala Vivan, scrittrice e docente all’Università degli studi di Milano, esperta di letteratura africana, nello specifico sudafricana, nel saggio Leggere l’Africa in Italia spiegava come l’immagine dell’Africa nel nostro Paese fosse ancora inficiata dal rapporto coloniale che ancora non è stato superato. Nell’università italiana il fare storia dell’Africa equivale ancora spesso al fare storia coloniale: «Il livello accademico non può cambiare se non cambiano le persone. In Italia non abbiamo un corpo accademico di origine africana. Non è la rappresentanza a mancare, ma la volontà. Due nomi importanti che conosco sono Leila El Houssi della Sapienza di Roma e Dirar dell’università di Macerata».

In Italia gli afrodiscendenti sono 800mila ed è una questione di orgoglio e sopravvivenza far comprendere il proprio Paese d’origine che, nel caso della seconda generazione, è il più delle volte sentito “in differita”, attraverso i racconti dei genitori o dei ricordi sbiaditi, ma comunque sentito in profondità. Oltre alle associazioni nate con questo intento, come il Centro Amilcar Cabral, esistono esempi giornalistici e social interessanti: Afro italians souls, fondato dall’attivista Bellamy, e il sito creato dalla giornalista di origine camerunense Sarah Kamsu, We africans united.Quest’ultima è una piattaforma che ha l’obiettivo, o il sogno – come è scritto nel sito – di far conoscere la cultura africana alle nuove generazioni attraverso una narrazione diversa che, appunto, ponga al centro il popolo africano senza alcuna mediazione. Uno sguardo dall’interno e non dall’esterno.

Serve a questo una giornata mondiale della cultura africana e afrodiscendente:è stata il 24 gennaio, ma nessuno sembra essersene accorto.