«In questo periodo il valore della solidarietà si concretizza fino al sacrificio: bellissimo, seppure faticoso e drammatico. Se questo è il tempo in cui di solito scegliamo di fare i cosiddetti “fioretti”, oggi percepiamo una Quaresima che non abbiamo scelto, ma che ci è stata imposta», dice don Stefano. Pochi giorni dopo il mercoledì delle Ceneri, il 26 febbraio, il mondo è cambiato. E così anche la chiesa cattolica e la sua liturgia. 

Don Stefano Savoia è il vicario della parrocchia di Ombriano, frazione della città di Crema. Il decreto “io resto a casa”, firmato il 9 marzo dal presidente del consiglio Giuseppe Conte, ha stabilito la sospensione della celebrazione delle messe e la chiusura di tutti i luoghi di cultura, tra cui gli oratori. «È un tempo di sofferenza non solo per ciò che stiamo vivendo, ma anche perché i nostri luoghi di riferimento si fondano sul ritrovarsi. Il timore è che la mancanza di dialogo e di confronto renda più rischioso per alcuni cadere nel baratro dell’incertezza e del non senso». Per rispondere alle domande e alle richieste di vicinanza, Don Stefano e il parroco Don Mario si sono affidati alla tecnologia. «Il canale YouTube della parrocchia ci permette di condividere con i fedeli le omelie e altri momenti di preghiera. Non creiamo momenti particolari per mostrare qualcosa di diverso dalla nostra quotidianità, ma raccontiamo in diretta ciò che viviamo noi. Quando la gente ci vede e ascolta, ci ringrazia per il fatto di essere normali e di portare un sorriso nelle case. Ora più che mai serve essere pienamente umani».

La sospensione su tutto il territorio nazionale delle cerimonie religiose comprende anche i funerali. E la morte, in questo momento, significa anche non potere condividere il dolore con la propria famiglia

Savoia-don-Stefano_2

Don Stefano Savoia

La liturgia cambia dunque forma, pur mantenendo la propria essenza. Ma la sospensione su tutto il territorio nazionale delle cerimonie religiose comprende anche i funerali. E la morte, in questo momento, significa anche non potere condividere il dolore con la propria famiglia. «Quando ci sono i decessi non possiamo agire come abbiamo sempre fatto – spiega Don Stefano – La nostra presenza è ridotta a qualche minuto al massimo. Non possiamo stringere mani, non possiamo stare vicino alla gente che soffre. È un dramma». Proprio nel massimo momento di fragilità e disperazione la mancanza del contatto fisico rende privo di valore qualunque contatto virtuale.

Ciò che la comunità cerca è quella normalità fino a pochi mesi fa scontata. Un desiderio che nasce dalla necessità di un cambiamento. «Alla riapertura non dovremo più essere come prima. Questo tempo ci deve interrogare e qualcosa deve cambiare nel mondo economico, nell’essere fratelli, nella nostra attenzione all’ambiente – dice don Stefano – .Anche noi, come chiesa e oratorio, non possiamo ripresentarci come prima. Questo non significa solo ridipingere i muri o fare risate in più, ma essere vicini alla gente con modalità diverse e più attente in modo che la parola di Dio possa parlare a tutti e che tutti possano parlare a Dio».

Restare a casa e avere tanto tempo libero porta con sé inevitabili momenti di riflessione. Un tempo che per don Stefano non deve essere sprecato, nonostante la fatica. «Ciò che chiediamo ai fedeli è che in questo tempo non si abbia paura di affrontare alcune domande, non solo di senso ma anche di fede. La nostra libertà si mette in gioco proprio dove, non scegliendo, noi accogliamo e viviamo. Una lettura della scorsa settimana finiva con questa domanda: “Dio è presente in mezzo a noi?”. Abbiamo la possibilità di rileggerci con gli occhi di Dio per ciò che veramente siamo. Preziosi ai suoi occhi».