Una rete metallica alta 2 metri che corre per 200km. In cima, ampie volute di filo metallico attraversate dall’alta tensione, dissuadono dall’idea di scavalcare. Da una parte sta il Botswana, dall’altra lo Zimbabwe: le due antitesi dell’Africa australe.
Lo Zimbabwe ha l’economia in ginocchio ed è dilaniato da conflitti politici. Le elezioni del 29 marzo 2008 hanno riportato al potere, con brogli secondo gli osservatori UE, il Presidente uscente Robert Mugabe, in carica dal 1987. Dopo mesi di scontri, Mugabe e il suo sfidante Morgan Tsvangirai si sono spartiti il potere: Mugabe è capo dello Stato, Tsvangirai Premier. I contrasti, tuttavia, non si sono mai totalmente appianati. L’economia del Paese è in recessione e non ci sono segnali di ripresa.
Da due anni a questa parte, la popolazione è stata colpita da un’epidemia di colera «con mortalità superiore alla media secondo quanto riferito dai bollettini OMS», afferma la professoressa Roberta Pellizzoli del centro dipartimentale di Studi storici e politici su Africa e Medio Oriente dell’Università di Bologna. Anche le mandrie bovine sono state falcidiate da un virus che colpisce zampe e bocca.
L’epidemia ha toccato anche i bovini del Botswana, arrecando gravi perdite allo Stato. Dalla capitale Gaborone, il governo botswano afferma che la barriera è stata eretta proprio per preservare gli animali da ulteriori contagi.
Ma questo non è l’unico motivo. Molti zimbabwiani, in anni passati, sono fuggiti per rifugiarsi in Botswana. Oggi questo è reso impossibile dalla barriera. «È chiaro che la barriera oltre allo scopo di limitare la migrazione di animali con il “foot and mouth disease” ha anche quello di limitare le migrazioni degli zimbabwani verso il Botswana, specialmente dopo l’epidemia di colera di due anni fa. Il Botswana, infatti, è uno degli Stati più ricchi della regione, grazie all’industria diamantifera, all’allevamento e al turismo», afferma Roberta Pellizzoli.
La frontiera tra Pakistan e India muta rapidamente, come la linea dell’orizzonte che divide il cielo dal mare. Oggetto della disputa fra i due Paesi è il Kashmir, regione ricca di storia e di materie prime.
Sumit Ganguly, professore di Cultura e civilizzazione indiana e Scienze politiche, nonchè direttore dell’India Studies Institute presso l’Indiana University, sintetizza i motivi per cui la regione è tanto “calda”: «per il Pakistan, il Kashmir costituisce l’affare incompleto della separazione dall’India; per l’India, rappresenta l’emblema della sua secolarizzazione, per via della sua maggioranza mussulmana». Nel 1949 intervennero le Nazioni Unite per sedare il primo conflitto indio-pakistano. Il Kashmir venne ceduto per un terzo al Pakistan e per due all’India.
Oggi il confine si è fortemente militarizzato e si chiama Linea di Controllo: circa 2900 km di filo spinato e barricate che stracciano a metà l’area, dividendola in due sfere d’influenza, l’una pakistana, l’altra indiana. Dal 1980 il governo di Nuova Delhi ha adottato la politica delle barriere anche in Punjab e Rajastan.
Il motivo: la lotta al terrorismo internazionale di matrice islamica, che ha nel Pakistan una delle sue roccaforti. Le barriere hanno innalzato la tensione con il governo di Islamabad. Poi, nel novembre 2005, sembrava che si fosse creato uno spiraglio per il dialogo tra le due superpotenze del subcontinente indiano.
Furono aperti nella Linea di Controllo 5 passaggi: Nauseri-Tithwal, Chakhti-Uri, Hajip1ur-Uri, Rawalakot-Poonch e Tattapani-Mendhar. «Tuttavia - prosegue il professor Ganguly - il terrorismo sostanzialmente appoggiato dal Pakistan da allora, specialmente dall’attacco terroristico dello scorso anno a Mumbay (Bombay), ha indotto gli indiani ad interrompere le relazioni diplomatiche col Pakistan, continuando nella costruzione di barriere di sicurezza».
Non bastano le catene montuose di Chagai a delimitare i confini tra l’Iran e il Pakistan. Un muro, voluto dall’Iran, si erge come frontiera. «E’ spesso una novantina di centimetri ed è alto tre metri, in cemento armato. Dovrebbe essere lungo, nel progetto, 700 km (dalla località di Taftan a quella di Mand) con parti in terra e in pietra, con trincee profonde e punti di osservazione della polizia iraniana», descrive Farian Sabahi, professoressa di Storia e cultura dei Paesi islamici a Torino, Ginevra e Londra.
Una barriera che taglia in due il Beluchistan, la regione che comprende il sud ovest del Pakisata e il sud est dell’Iran, e che divide la popolazione, portando fame e disagi. «L’etnica baluci – prosegue la professoressa Sabahi - viene di fatto divisa dal muro. Per esempio i residenti della località di Sorap (nell’area di Mand, nella regione occidental di Mekran, provincia del Balucistan) fanno affidamento sui prodotti alimentari che entrano illegalmente dall’Iran». Non è la prima volta che ciò accade.
Nell’800, la barriera si chiamava Gold Smith line. I suoi effetti erano gli stessi del muro odierno. Ma perché l’amministrazione Ahmadinejād ha eretto il muro? «Gli obiettivi sono quattro: 1) fermare l’immigrazione clandestina (non solo pakistana ma anche afgana che transita dal Pakistan), 2) frenare il flusso di droghe, 3) rallentare il contrabbando, 4) rispondere agli attacchi terroristici (quello nella città iraniana di frontiera di Zahedan aveva causato, il 17 febbraio 2007, la morte di tredici persone di cui undici pasdaran) e frenare l’ingresso in Iran dei radicali islamici provenienti dal Pakistan».
Contrabbando di droghe, immigrazione irregolare, terrorismo: il Pakistan continua a far paura alle potenze vicine. Proprio nel Sistan-Balouchestan, nell’ottobre 2009, il gruppo armato Jundullah (Soldato di Dio) ha rivendicato un attacco terroristico. Il bilancio fu di 29 morti e 28 feriti.
La Cina è attualmente quattordicesima tra i Paesi che contribuiscono alle missioni di pace Onu in giro per il mondo. Allo stesso tempo, però, dietro una cortina di segretezza, sta emergendo come uno dei più grandi esportatori di armi. Questi sono i dati emersi dal rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri). Cosa significa?
Le hanno soprannominate "barriere della povertà". In realtà, le recinzioni costruite nella primavera del 2009 attorno a 13 favelas di Rio de Janeiro, in Brasile, sono state ufficialmente edificate con un altro scopo.
A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, l’ultima grande “barriera” ereditata dal comunismo si trova in Corea.
Anche il Mediterraneo ha il suo muro: oggi solo in forma di controllo militare, ieri vera e propria staccionata che si estendeva per 180 kilometri. L’isola di Cipro, situata a sud della Turchia, è tagliata col coltello in due zone quasi omogenee, nordest e sudovest, dal 1964.
Da sei anni il muro è quasi del tutto scomparso, ma le due etnie sono comunque separate: a nordest i turco-ciprioti, a sudovest i greco-ciprioti. Le popolazioni comunicano e possono tranquillamente passare da una parte all’altra dell’isola e non si riscontrano intemperanze o scontri.
Tuttavia il problema alla base è la mancanza di volontà di integrazione, da ambo le parti. I greco- ciprioti si sono espressi chiaramente nel referendum del 2003, in cui la stragrande maggioranza ha votato no alla integrazione incondizionata con la parte nord dell’isola. La parte filo-turca è invece presidiata costantemente dai militari, che secondo stime recenti, sono ben 30.000.
«Il vero nodo cipriota è legato alla immigrazione coatta di coloni turchi, avvenuta dopo l’invasione del 1974, che portò a insediarsi sull’isola 150.000 turchi in più» spiega l’esperta dell’Istituto degli Studi di Politica Internazionale Valeria Talbot. «I coloni hanno alterato i dati demografici originari e oggi la comunità turca è la somma di coloro che vivevano sull’isola prima dell’invasione, i coloni e i militari». «Non ci sono stati studi demografici recenti e tutt’oggi è difficile stabilire se sia più numerosa la componente greca o quella turca».
«In ogni caso - prosegue la Talbot - lo “scontro” attuale è a livello negoziale. Negli ultimi anni ci sono stati più di 50 incontri tra i rappresentanti delle due parti, ma senza risolvere quelle difficoltà che non permettono l’integrazione dal 1975, da quando cioè la Repubblica Turca di Cipro Nord si è auto-dichiarata indipendente. I nodi sono l’applicazione di un’unica costituzione, la divisione dei poteri, le proprietà e, ovviamente, la presenza dei militari, che presidiano il confine garantendo l’integrità e la sicurezza della parte turca. I greci però li vedono come una minaccia».
La Talbot conclude sottolineando che da una parte c’è la volontà delle parti in causa di trovare una soluzione, ma dall’altra si riscontra una particolare attenzione da parte dell’ Unione Europea che, considerando la Repubblica Turca di Cipro del Nord uno stato fantoccio, ha bloccato i finanziamenti alla parte settentrionale dell’isola. Un ulteriore elemento di divisione è l’Euro, adottato il 1° gennaio 2008, ma solo nella parte sud dell’isola.
Edificare un muro sopra ad una colonna è possibile? Si, se la Colonna in questione è quella d’Ercole che, in coppia con Gibilterra, forma lo stretto che separa l’Oceano Atlantico dal Mar Mediterraneo.
È lunga circa 700 chilometri e la sua costruzione prosegue da sette anni. È la barriera difensiva che divide la Cisgiordania da Israele, concepita da Tel Aviv con l'obiettivo di impedire l’intrusione dei terroristi palestinesi nel suo territorio. Secondo uno studio dell’Onu dello scorso luglio, finora solo il 58,3% del progetto è stato completato, il 10% è in fase di costruzione mentre resta ancora da edificare il 31,5%. Il problema è che il muro non segue la cosiddetta Linea verde, il confine tra Israele e i vicini paesi arabi antecedente alla Guerra dei sei giorni del 1967.
Nel 2004 la Corte internazionale di giustizia dell’Aia ha giudicato la costruzione illegale, mentre il governo israeliano la considera una barriera utile a preservare i cittadini dagli attacchi terroristici. Per i palestinesi, invece, si tratta di un vero e proprio muro di separazione razziale che lede i loro diritti e che mira a espandere ulteriormente il territorio israeliano, perché per l’85% è edificato sui territori occupati dai palestinesi.
Abbiamo chiesto a Vittorio Emanuele Parsi, docente di Relazioni internazionali all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, perché la questione del muro è così scottante.
It look's like you don't have Adobe Flash Player installed. Get it now.
Vittorio Emanuele Parsi | La barriera e il processo di pace bloccato
Intervista- Accusato di crimini contro l’umanità, l’ex leader di Republika Srpska, Radovan Karadžić, a 15 mesi dal suo arresto si è presentato davanti ai giudici.
di: Bagnoli | Legni