Il legame tra immigrazione, caporalato e organizzazioni criminali avviluppa schiere di lavoratori extracomunitari. Rosarno ne è solo una dimostrazione.
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Alessandro Di Motoli | Il radicalismo islamico tra lotta armata e controllo sociale
Un fazzoletto di pianure e isolotti affacciati sull’Atlantico compongono la Guinea Bissau, fra i più poveri e piccoli Stati d’Africa, a sud del Senegal e sopra la Guinea. Da alcuni anni l’ex colonia portoghese è diventata crocevia dello spaccio internazionale di droga, porto franco e violento degli stupefacenti che alimentano i mercati africani ed europei. Una guerra che, da quando presenta funzionari di governo corrotti in prima linea, ha segnato un decisivo salto di qualità.
Il reportage vincitore del premio “Lens Culture International Exposure” parte proprio dal 2 marzo 2009, giorno dell’assassinio del presidente della repubblica Joao Bernardo Vieira, protagonista delle grandi spedizioni di droga, ucciso a colpi di mitra e machete da un manipolo di soldati ansiosi di sbarcare nel circolo esclusivo dei trafficanti. Il fotografo Marco Vernaschi, nato a Torino ma di stanza a Buenos Aires, ha scelto di coprire la storia dimenticata della Guinea Bisseau attraverso un racconto iconografico in bianco e nero, denso, di forte impatto. L’obiettivo segue le bande di criminali attraverso i bassifondi della capitale, le prostitute stordite dal crack, i boss della malavita epigoni di Scarface, gli spalloni della droga che ingoiano, meticolosamente, innumerevoli capsule di cocaina.
Il lavoro di Marco Vernaschi, che ha trascorso in Guinea Bissau diverse settimane anche grazie ad un sussidio del centro Pulitzer – agenzia internazionale con lo scopo cruciale di raccontare i teatri di crisi – rientra in un progetto più ampio volto a porre al centro della narrazione le attività illegali che hanno sconvolto l’Africa sotto l’influenza di ramificate organizzazioni terroristiche. I canali attraverso i quali circolano fiumi di danaro e connivenze, fra multinazionali del terrore come Al Qaeda e gruppi strutturati di narcotrafficanti, sono numerosi.
«Quando si vuole raccontare la tragedia e la follia che circonda il mondo della droga non si può evitare di essere coinvolti – spiega l’autore dalle pagine di lensculture.com, rivista online che ospita il suo reportage – Per questo ho dovuto creare un fortissimo legame con i personaggi che ho fotografato. Vivendo in un incubo reale la paura e la tensione non mi hanno mai abbandonato. Nonostante tutto, credo che condividere questa storia col resto del mondo fosse la cosa più importante.»
«Mi chiamo Brad Palmer, sono il papà di Nicklas Palmer, soldato morto in Iraq il 16 dicembre 2006». Poi la voce frana, si interrompe, proseguire diventa complicato. Nicklas aveva 19 anni ed è stato ucciso da un cecchino mentre pattugliava la zona rossa di Falluja.
Domenica 29 novembre Mario Calabresi ha chiuso la tre giorni di Disorientati, seminario di formazione per giornalisti organizzato da Redattore sociale. Un incontro-chiacchierata sui giornalisti di domani, passando attraverso le tappe della sua carriera iniziata alla scuola dell’Ifg di Milano e divertenti e insospettabili aneddoti. Con un occhio ai temi caldi del giornalismo sociale.
Il 5 luglio scorso la prima pagina de La Stampa non aveva nessuna notizia del giorno. C’era solo una grande Africa e un unico titolo: «L’opportunità». L’opportunità per tutto il mondo che il continente nero crescesse e si sviluppasse. «Con quello speciale abbiamo ottenuto il record di copie vendute», racconta con legittimo orgoglio Mario Calabresi, ospite di Redattore Sociale in occasione di Disorientati, il seminario di formazione per giornalisti che si è svolto nella comunità di Capodarco dal 26 al 29 novembre.
La stessa opportunità che il direttore del quotidiano torinese vede nella crisi attuale, a partire da quella dei giornali. «La crisi ci permette di riflettere su quello che non ha funzionato. E di cambiare». Al direttore Calabresi, Redattore Sociale ha affidato l’incontro conclusivo della tre giorni del seminario. Tema: Giornalisti di domani.
«Ci puoi raccontare come sei diventato giornalista?». Basta questa domanda di Stefano Trasatti, direttore dell’agenzia Redattore Sociale, in questa occasione conduttore dell’incontro, per dare via libera a un fiume di ricordi, aneddoti (come la prima telefonata con Bossi), analisi e previsioni. Calabresi riesce a tenere alta l’attenzione del pubblico di giornalisti alternando divertenti microstorie a precise considerazione sull’attualità.
«Qualche giorno fa un mio collega mi chiede: Ma dove andranno a finire tutti questi giornalisti che escono dalle scuole? Ed io: a dirigere i giornali». Sono le prime parole del direttore «meno imbalsamato d’Italia», indovinato epiteto coniato da don Vinicio Albanesi, padrone di casa e presidente della comunità di Capodarco. Un lungo monologo di due ore passando dalla formazione presso la scuola Ifg di Milano a 25 anni, lo stage all’Ansa, l’esperienza americana prima come corrispondente da New York in concomitanza con l’11 settembre, e poi al seguito della campagna elettorale del presidente Obama, l’approdo alla direzione del quotidiano torinese.
Dopo aver ripercorso le tappe della carriera professionale, scorrono una dietro l’altra considerazioni e idee su numerosi temi caldi: i respingimenti, il tetto del 30% di stranieri nelle classi, la complementarietà dell’informazione nelle sue varie forme multimediali, la necessità di diminuire il numero delle scuole di giornalismo.
Ai giornalisti di domani alcuni semplici consigli: «Come ha già detto il mio collega Gianni Riotta, alzatevi presto la mattina. E poi approfondite, specializzatevi e coltivate le vostre passioni, anche quando inizialmente possono sembrare inutili».
Mi chiamo Chiara Avesani, sono nata a Torino nel 1983 e ho 26 anni. Per arrivare qui ho fatto un giro lungo. Qualche mese fa ho completato la pratica forense per l’esame di Stato da avvocato. Dopo la maturità scientifica a Chieri, un paesino medievale della provincia, mi sono iscritta alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Torino. Durante l’università ho lavorato nell’amministrazione, ho partecipato alla politica studentesca e per alcuni periodi ho studiato all’estero per migliorare l’inglese giuridico e guardarmi intorno: prima a Uppsala, in Svezia, poi a Parigi. A Torino ho frequentato per anni la scuola di Graham, una tecnica che ha rivoluzionato la danza contemporanea e che plasma anche lo spirito perché, per dirla con Martha Graham, “il movimento è l’unico discorso che non può mentire”.
Dopo la laurea a pieni voti nel 2007 in Diritto processuale civile e un corso all’Organizzazione internazionale del lavoro sul Diritto del commercio internazionale, mi sono trasferita a Milano per iniziare la pratica forense in uno studio di diritto internazionale, in materia societario-commerciale. Durante questi anni ho iniziato ad avere la sensazione che stessi approfondendo un solo aspetto della realtà, mi sembrava di perdere la visione generale di ciò che accade. In altre parole avevo l’impressione di concentrarmi solo sull’albero perdendo di vista la foresta. Così dopo la pratica ho lasciato lo studio e ho iniziato a collaborare con Peacereporter, il quotidiano online che si occupa di temi internazionali.
Credo che lo strumento giuridico sia un modo utile per interpretare i fatti che ci circondano e dare loro un senso. Non è l’unico. Le mie prime esperienze di redazione sono state legate a temi giuridici, come cronaca giudiziaria o una intervista sulle recenti norme in materia di sicurezza sul reato di immigrazione clandestina. I miei interessi sono però rivolti anche alla politica estera ed internazionale, settori nei quali vorrei scrivere in futuro.
chiara.avesani@hotmail.it