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	<title>magzine &#187; In evidenza</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Libertà, indipendenza, giustizia: cosa cerca il giornalismo oggi</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 05:13:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Vittoria Belluschi]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La seconda giornata della ventesima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo si apre all&#8217;insegna degli Epstein Files e dell&#8217;intelligenza artificiale. Arianna Ciccone, che dal 2006 cura l’ideazione e l&#8217;organizzazione della rassegna, racconta quanto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1335" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2026/04/DSC_1594.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="DSC_1594" /></p><p>La seconda giornata della ventesima edizione del <strong><span style="font-weight: 400;">Festival Internazionale del Giornalismo si </span></strong>apre<span style="font-weight: 400;"> </span>all&#8217;insegna degli Epstein Files e dell&#8217;intelligenza artificiale. <strong style="font-weight: 400;">Arianna Ciccone</strong>, che dal 2006 cura l’ideazione e l&#8217;organizzazione della rassegna, racconta quanto sia stato inaspettato per i founder vedere crescere in questa maniera l’<em style="font-weight: 400;">International Journalism Festival</em>, che nasce già a trazione mondiale. “Siamo partiti durante un momento critico del giornalismo: erano i tempi del boom dei nuovi media che hanno segnato un cambio di rotta rispetto ai media tradizionali. L’avvento dei social ha messo in crisi il vecchio modo di fare giornalismo, ma dall’altro lato ha democratizzato l’informazione, permettendo a tutti di fare giornalismo, nonostante il perdurante problema della sostenibilità &#8211; racconta Arianna Ciccone -. Quando l’informazione è troppo attaccata ai luoghi del potere, non serve a niente”, conclude, suggerendo che i valori che animano il Festival sono libertà ed indipendenza.</p>
<p style="font-weight: 400;">Indipendenza che si fa sempre più rara nel giornalismo a stelle e strisce, spesso indirizzato dalle linee editoriali. È intorno a questo tema che si è svolta una chiacchierata tra quattro giornalisti statunitensi indipendenti. “In questo periodo fare il giornalista fa paura, ma è anche più importante che mai”. Così <strong>Julia</strong> <strong>Angwin</strong>, vincitrice del premio Pulitzer, apre l’incontro <em>Uncensorable: the front lines of resistance journalism</em>. Sul palco con lei <strong>Marisa Kabas</strong>, giornalista indipendente e <em>founder</em> della newsletter <em>The Handbasket</em>; <strong>Tara Palmeri</strong>, reporter politica e autrice di newsletter; <strong>Memo Torres</strong>, giornalista e creatore di contenuti digitali. I quattro hanno parlato di come costruire la fiducia necessaria per ricevere <em>leaks</em>, di come gestire il <em>flow</em> delle informazioni e le possibili conseguenze legali delle proprie azioni. Sono stati toccati argomenti molto attuali, tra cui l’importanza della simbiosi tra giornalismo indipendente e <em>legacy media</em>, e della costruzione della fiducia tra questi due mondi, che possono trarre molto l’uno dall’altro. Infine, l’annosa questione: il giornalista deve essere oggettivo? Le opinioni sono state diverse, tra chi espone apertamente le proprie inclinazioni politiche e chi cerca sempre un <em>middle ground</em>, lasciando spazio allo spirito critico dello spettatore: queste sono le informazioni, ma ti sei chiesto perché sto parlando di questo tema?</p>
<p style="font-weight: 400;">Tematica incredibilmente attuale anche i crimini di Jeffrey Epstein e la sua complice Ghislaine Maxwell che vengono raccontati all’evento <em>The Epstein files: where did the media get it wrong</em>, da <strong>Jess Michaels</strong>, <em>survivor</em> e fondatrice dell’associazione benefica 3Joannes,Inc. ed <strong>Elizabeth Stein</strong>, <em>survivor</em> e specialista in tratta di essere umani, con l’obiettivo di analizzare cosa è andato storto nella narrazione dei media. La richiesta di spiegazioni e di racconti reali spesso supera l’importanza di approcciarsi con la giusta sensibilità a chi è costretto a rivivere con il ricordo i propri traumi. Importante è anche non realizzare con le parole una vittimizzazione secondaria. Questo il tema centrale anche dell’evento <em>Under US Power, politics and patriarchy in the aftermath of the Epstein files</em>, una conversazione con <strong>Amy Wallace</strong>, giornalista e co-autrice con Virginia Roberts Giuffre della sua autobiografia postuma <em>Nobody’s Girl: A Memoir of Surviving Abuse and Fighting for Justice</em>. I files di Epstein raccontano di bambine cadute in una trappola di minacce e violenza, private della possibilità di scegliere. I media dovrebbero fare domande sulle responsabilità dell’esistenza di queste trappole.</p>
<p style="font-weight: 400;">In <em>How to edit a liquid: a survival guide for the AI age</em>, <strong>Olle Zachrison</strong> e<strong> Erja Ylajarvi </strong>esplorano il contesto in cui l’IA generativa che rende i contenuti sempre più dinamici e personalizzati, il ruolo dell’editor si sta trasformando da garante di un prodotto finito a supervisore di sistemi in continua evoluzione. Gli editori dei principali giornali ed emittenti mondiali hanno offerto prospettive diverse su come mantenere qualità, fiducia e responsabilità editoriale in questo nuovo scenario. <strong>Mukul Devichand</strong> ha insistito sull’uso dell’IA come strumento e non come autore, evidenziando l’importanza di mantenere sempre l’uomo nel processo e di valutare continuamente le performance dei sistemi. <strong>Phoebe Connelly</strong> ha sottolineato che l’IA non sostituisce il lavoro editoriale, ma richiede di adattare principi etici e culturali già esistenti: il punto non è creare nuove regole, bensì applicare quelle del giornalismo a sistemi più fluidi e meno prevedibili.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tuttavia, l’IA non potrai mai generare empatia con l’intervistato, specialmente in contesti di guerra o in zone ad alto rischio. È il pensiero di <strong>Olivier Kugler</strong>, illustratore e giornalista visuale, che insieme al collega Feurat Alani, spiega che cosa significa raccontare i conflitti e le zone ad alta tensione attraverso le illustrazioni. Il panel con titolo <em>Drawn journalism: new storytelling in high-tension areas</em> è stato mediato da <strong>Carolin Olliver</strong>, direttrice di <em>ARTE Journal</em>. “Sedersi davanti alla persona e interagirci è qualcosa di prezioso che l’IA non può sostituire, così come l’esperienza di recarsi sul posto.” &#8211; ha evidenziato Kugler. “Immagini e suoni suscitano emozioni e riescono a creare empatia, anche se i fatti e le situazioni sono estranei alla propria quotidianità” &#8211; continua Alani. Il giornalismo disegnato, che sia un reportage grafico, un documentario illustrato o fumetti, rende accessibili al grande pubblico le storie più delicate e complesse da raccontare. Dove la telecamera non può entrare, il disegno riesce ad aggirare la censura. Il risultato è un prodotto giornalistico di alta qualità, che rispetta i principi etici e tutela le sue fonti. Non solo, il disegno è capace di sdoganare il giornalismo e suscitare emozioni. I progetti di Olivier Kugler e Feurat Alani apportano al long journalism una forma di narrazione alternativa, anche se spesso non ne viene riconosciuto il valore e i finanziamenti sono difficili da trovare.</p>
<p style="font-weight: 400;">Nella ventesima edizione del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, poi, debutta <em>Off Programme</em>, uno spazio dedicato a tutto quello che c’è dietro le quinte del Festival e dove poter interagire liberamente con i protagonisti della manifestazione davanti a una tazza di caffè o a un ottimo gelato. <em>Off Programme</em> è anche l’occasione per poter osservare all’opera i professionisti del festival come <strong>Tjeerd Royaards</strong> ed <strong>Emanuele Del Rosso</strong>, vignettisti di politica pluripremiati e disegnatori per alcuni dei più importanti giornali del mondo come <em>Washington Post, CNN, the Guardian, Le Monde</em> e altri ancora. “Il tema dell’intelligenza artificiale ha inevitabilmente investito anche il nostro lavoro”, spiega Del Rosso. Dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale nella fase di progettazione della vignetta all’impiego dell’IA generativa per ottenere modelli su cui poter lavorare, gli utilizzi dell’intelligenza artificiale per facilitare il lavoro di un vignettista nel 2026 sono molti, come raccontano con esempi pratici i due disegnatori. Il tema per il futuro, su cui si è discusso nel corso dell’incontro, è se il progressivo miglioramento di questi strumenti possa portare le testate a preferire l’intelligenza artificiale al lavoro manuale dell’uomo. Un qualcosa che Royaards teme possa mettere a rischio le carriere dei vignettisti del futuro ma che al momento non ha avuto ancora un reale impatto sul mondo delle vignette, dove le qualità e i dettagli del lavoro manuale rimangono ancora irraggiungibili per la tecnologia.</p>
<p style="font-weight: 400;">
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		<title>Attivisti per la pace, un mestiere difficile: l&#8217;e-book con l&#8217;Accademia di Bologna</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Sep 2025 16:46:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[magzine]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mondo]]></category>

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		<description><![CDATA[Mettersi in mezzo per far fare pace non è mai stata attività facile. Sin dalle scuole elementari, il rischio era prendere in mezzo le botte da orbi, dall’una e dall’altra ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1545" height="1706" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/09/Peace-Advocates-mockup-book.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Untitled design - 1" /></p><div class="page" title="Page 6">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Mettersi in mezzo per far fare pace non è mai stata attività facile. Sin dalle scuole elementari, il rischio era prendere in mezzo le botte da orbi, dall’una e dall’altra parte. E’ stato sempre più comodo non immischiarsi o vigliaccamente assistere allo spettacolo dell’uno contro l’altro armato.</p>
<p>L’essere umano sembra comportarsi allo stesso modo anche da adulto, soprattutto se in gruppo, soprattutto se le vicende del mondo sono straordinarie, lontane da sé e se appaiono apparentemente irrisolvibili. Eppure, <mark class='mark mark-yellow'>è qui che si vede di che pasta sono fatti gli uomini e le donne straordinari. Persone che spesso vengono guardate con sussiego, apostrofate come “idealiste”, poco pragmatiche, “buoniste”. Ma è per merito di questi Giusti disseminati nel mondo se non ci siamo già estinti, nonostante il mondo stesso si sforzi di non vederli e soprattutto di non dare notizia della loro esistenza, finché siano avvertiti come scomodi e fastidiosi, soprattutto nelle stanze del potere</mark>.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Li chiamiamo “mediatori di pace” ed è una definizione professionale e tecnica, anche se alcuni di loro non hanno mai studiato mediazione, diritto, relazioni internazionali ma hanno saputo mettere in pratica egregiamente il meglio dell’istinto di sopravvivenza dell’umanità</mark>: quel saggio principio che dice che finché c’è vita c’è speranza e che – per farlo – dobbiamo portare pazienza e accettarci per quello che siamo.</p>
<p>Viviamo nel decennio di questi anni Duemila in cui la parola pace è più usata e abusata, quasi al pari della parola guerra. Mentre però sulla seconda abbiamo alcune idee molto precise – declinate in forme diverse di lotte, invasioni, reazioni, rappresaglie, attacchi, stermini, genocidi – sulla prima ci sono alcune perplessità e tante domande: pace vuol dire un generico “volemose bene”? Il pacifismo è una postura immatura e desueta? Per avere la pace bisogna preparare la guerra? E, soprattutto, è possibile parlare di pace, ottenere la pace, fare la pace, senza ristabilire la giustizia? Questa è l’ultima, vera domanda la cui risposta i mediatori di pace conoscono bene. La risposta è no. Non c’è vera pace se non si procede a forme di “giustizia transizionale”.<mark class='mark mark-yellow'> Non c’è vera pace se non viene dal basso, dalle vittime, dalla società civile. Non c’è vera pace se non passa il tempo e, forse è possibile, quando le generazioni successive, aiutate dai testimoni, possono trovare la forza di riconoscere le proprie colpe, di chiedere perdono, di perdonare, di ricominciare insieme. Lo sanno bene i mediatori di pace che hanno operato nei processi di “giustizia transizionale” più efficaci al mondo: in Colombia, in Ruanda. Ma anche in ex-Jugoslavia, in Liberia, in Afghanistan, in Congo, in Pakistan, dove molte situazioni sono rimaste insolute</mark>.</p>
</div>
</div>
</div>
<div class="page" title="Page 7">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>Per omaggiare questi veri eroi dei nostri tempi, <mark class='mark mark-yellow'><strong>abbiamo voluto dare loro un volto e abbiamo scelto di raccontarvi le loro storie a fumetti, proseguendo il rapporto di collaborazione che vede l’Accademia di Belle Arti di Bologna progettare insieme al Master in Giornalismo dell’Università Cattolica, grazie a una classe congiunta tra il disegnatore Gianluca Costantini e la giornalista Laura Silvia Battaglia</strong></mark><strong>.</strong></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>In questo album dei Giusti del Mondo, troverete persone viventi e persone già scomparse; uomini e donne; giovani e maturi; attivisti e ambasciatori; scienziati e operai; insegnanti e infermiere; politici e giornalisti; preti e influencer; medici e cooperanti; contadini e aviatori; operatori di pace premiati e riconosciuti con dei Nobel e altri barbaramente uccisi prima che potessimo omaggiarli</mark>.</p>
<p>Troverete persone di ogni nazionalità e angolo del mondo. Testimoni di atrocità inenarrabili: alcuni vittime, altri carnefici. Tutti, con un unico denominatore: la capacità di dialogare oltre misura, di farlo oltre ogni speranza e di avere la pa- zienza, la forza e l’equilibrio di restare umani quando tutto il mondo intorno si genuflette alla guerra per paura.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2 style="text-align: center;"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/09/Peace-Advocates1.pdf"><strong>Qui il link al nostro e-book</strong></a></h2>
</div>
</div>
</div>
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		<title>&#8220;Ostinati e Contrari&#8221;: il Festival dei Diritti Umani viaggia controcorrente</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2025 14:35:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Mirea D Alessandro]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[diritti umani]]></category>
		<category><![CDATA[libertà di espressione]]></category>
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		<description><![CDATA[Ostinati e contrari. È questo il titolo scelto per la decima edizione del Festival dei Diritti Umani, a Milano dal 5 al 7 maggio. Ostinati contro un sistema internazionale sempre più ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="6332" height="4221" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2025/05/Foto-05-05-25-07-52-14.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="FDU di Leonardo Brogioni" /></p><p style="text-align: left;"><b>Ostinati e contrari</b>. È questo il titolo scelto per la decima edizione del<b> Festival dei Diritti Umani,</b> a Milano dal 5 al 7 maggio. <mark class='mark mark-yellow'>Ostinati contro un sistema internazionale sempre più in difficoltà, contrari alla mancanza di indignazione</mark> e alla mancata voglia di opporsi ad un sistema che diventa sempre più intransigente e autoritario. Sono questi i punti fermi su cui si basa il programma dell’ultima edizione realizzata da <strong>Danilo De Biasio</strong> – presidente della Fondazione – e dal suo team. Tre giorni dedicati al dialogo tra generazioni diverse attraverso numerosi progetti ideati con gli istituti superiori di tutta Italia, workshop, panel e momenti serali dedicati allo svago e alla condivisione. «Abbiamo deciso di dare questo titolo al Festival perché pensiamo che il vento &#8211; anzi oserei dire l&#8217;uragano &#8211; che sta attraversando il nostro pianeta in questi mesi, ci costringe ad andare nella direzione opposta», sostiene De Biasio.</p>
<p style="text-align: left;">Uno dei temi fondamentali attorno a cui ruota l’ultima edizione del Festival è la<b> libertà di espressione.</b> «Viviamo in un periodo storico di forte repressione. <mark class='mark mark-yellow'>Le manifestazioni, per esempio, iniziano ad essere vietate o messe sotto un controllo stringente da parte della polizia.</mark> Esistono delle iniziative che possono arrecare disturbo &#8211; questo è indubbio &#8211; basti pensare ad <em>Ultima Generazione</em> o a <em>Extinction Rebellion</em>. Il punto è, però, che il loro obiettivo è proprio quello – generare disordine – e, se queste iniziative che molto spesso coinvolgono i giovani, cominciano ad essere represse con grande violenza o attraverso l’uso di politiche molto dure, dobbiamo iniziare a preoccuparci». Anche quest’anno, infatti, i promotori dell’evento hanno voluto creare uno <strong>spazio di dialogo</strong> tra accademici, specialisti, giornalisti, diplomatici, artisti e la società civile che è sempre più in balìa di una realtà che si presenta complessa e ramificata. <mark class='mark mark-yellow'>«I giovani sono il futuro ed è con loro che dobbiamo lavorare. Dobbiamo impegnarci per renderli più consapevoli perché solo così potranno rendersi conto dei pericoli a cui andiamo incontro»</mark> sostiene <b>Mariano Gallo</b> – in arte<b> Priscilla. </b> «Oggi, per esempio, credo che tutti abbiamo la responsabilità di prendere una decisione netta e determinata nel condannare il <strong>genocidio</strong> palestinese perché, soprattutto data la faziosità dei mezzi di informazione, tocca a noi agire». «Se riusciamo ad indirizzare anche solo una ragazza o un ragazzo – per ognuna delle classi che ospitiamo al mattino – verso un ragionamento diverso e più critico su ciò  che succede nel mondo, sulla solidarietà, sui diritti, abbiamo portato a casa un buon risultato. La verità è che oggi nessuno è più in grado di capire ciò che è vero, ciò che è plausibile e ciò che è falso e questo è un grandissimo problema per le democrazie», tiene a sottolineare De Biasio. Per citare lo storico <strong>Christopher Clark</strong>, sembra quasi che i governi stiano vivendo in una condizione di sonnambulismo.</p>
<p style="text-align: left;"><b>Come risvegliare la società civile? E &#8211; in questo &#8211; quanto è importante il ruolo del giornalismo?</b> Sono stati diversi gli incontri che hanno trattato e sviscerato il tema della libertà di stampa. Tra tutti, il direttore di Fanpage.it <b>Francesco Cancellato </b>- vittima diretta della sorveglianza digitale attraverso l’uso dello spyware israeliano <em>Paragon Graphite</em> &#8211;  ha riflettuto sul valore della tutela da parte delle istituzioni politiche nei confronti dei giornalisti. «Essere percepito come un elemento di fastidio quando sei giornalista va bene; <mark class='mark mark-yellow'>essere percepito come tale, però, quando sei un giornalista che viene spiato non va più bene.</mark> Il problema &#8211; sottolinea Cancellato &#8211; è che<strong> abbiamo un governo che è più interessato a tutelarsi dalla libertà di stampa che a tutelarla</strong> e questa è diventata  la regola». Che l’Italia abbia un problema con la libertà di stampa, lo dicono le classifiche. In un solo anno, infatti, secondo il rapporto pubblicato da <em>Reporters sans Frontières</em>, il Paese è slittato di tre posizioni indietro, recedendo al 49esimo posto e così ottenendo il peggior risultato nell’Europa occidentale. &#8220;La libertà di stampa in Italia continua ad essere minacciata da organizzazioni mafiose, in particolare nel Sud del Paese, così come da vari gruppi estremisti impegnati nella violenza&#8221;, si<a href="https://rsf.org/fr/pays/italie"> legge</a> sul report. Al momento, non si hanno informazioni certe in merito al periodo in cui Cancellato è stato spiato, ma, nel maggio del 2024 il giornalista ha pubblicato un’inchiesta che ha rivelato come membri dell’ala giovanile del partito di estrema destra legato al primo ministro italiano Giorgia Meloni, si fossero dedicati a cori fascisti, saluti nazisti e invettive antisemite. Cancellato, ad oggi, non è il solo giornalista di FanPage spiato con <i>Graphite</i>. Oltre a lui c&#8217;è anche Ciro Pellegrino. «Non ci hanno spiato perché andiamo in vacanza assieme o perché abitiamo in questa città: <mark class='mark mark-yellow'>ci hanno spiato perché siamo due giornalisti di <em>FanPage</em>. Il punto è  che io, ad oggi, non so chi è stato</mark> e non voglio puntare il dito su nessuno perché non sarebbe corretto».</p>
<p style="text-align: left;"><strong>«Quando ho scoperto di essere stato spiato mi sono scoraggiato.</strong> <span class='quote quote-left header-font'>Ti senti solo, ti senti debole e insignificante rispetto a quei poteri che sono più grandi di te</span>, che hanno armi più grandi di quelle che tu avresti mai immaginato e soprattutto ti senti impotente perché capisci che chi dovrebbe aiutarti a dare delle risposte – nel mio caso il governo italiano – in realtà è solo impegnato a discolparsi rispetto al sospetto di aver spiato dei giornalisti. Vorrei che il governo mi aiutasse a scoprire chi mi ha spiato ma – anche in questi casi – l&#8217;ottimismo ce lo devo avere per forza, altrimenti non vai avanti». <strong>Il lavoro del giornalista è accendere la luce nelle stanze buie</strong>, sostiene Cancellato. Un giornalista deve sviluppare una sana corazza per poter leggere, affrontare e presentare ciò che scopre, sapendo che a tante persone non farà piacere e – cosa ancor più importante – ha il dovere di rispettare la fiducia dell’opinione pubblica e dei lettori. «<mark class='mark mark-yellow'>Quando fai inchieste importanti, ti rendi conto che il sostegno dei lettori è fondamentale</mark> , perché chi ha il potere ha armi molto più grandi per colpirti dopo che tu gli hai fatto male. In generale, credo che tutti i giornali debbano porsi delle domande affinché il giornalismo possa riacquisire il ruolo che merita all’interno della democrazia italiana». Per poter realizzare questo cambiamento e per poter creare dei modelli di business che ridiano potere al lettore bisogna però partire dal contesto in cui viviamo e lavoriamo. <strong>Oggi il mercato d&#8217;informazione è comandato e gestito da due grandi players</strong>: gli <em>advertiser</em> – ovvero le grandi aziende che investono in pubblicità – e le OTT – ovvero le imprese che forniscono, attraverso la rete Internet, servizi e contenuti (come i social network) –. «Un modello di business del genere non ti permette di fare del buon giornalismo perché è un modello che limita molto la tua capacità di negoziare. Se per esempio il tuo modello si regge sulla pubblicità di un grande investitore – sia esso un&#8217;azienda petrolifera, una casa di moda, un&#8217;azienda automobilistica – e quel grande investitore decide che se tu dai voce a una determinata notizia non ti finanzia più, diventa chiaro che questo va a discapito della libera informazione». <mark class='mark mark-yellow'>Lo stesso principio vale per i social network perché sono spazi privati. La parte più complicata in questo processo – evidenzia Cancellato – è chiedere ai lettori un sostegno economico perché per anni il pubblico è stato abituato a ricevere informazioni in forma gratuita».</mark></p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>Vito Fontana, la conversione di un produttore di mine</title>
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		<pubDate>Thu, 15 Feb 2024 09:43:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Carlo Coi]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[antimine]]></category>
		<category><![CDATA[minatore]]></category>

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		<description><![CDATA[4710 persone &#8211; tra cui 1171 bambini- sono morte a cause delle mine antiuomo nel 2022: i dati del sistema di monitoraggio mine terrestri «Landmine Monitor»,  presentati nel corso dell&#8217;incontro ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="735" height="416" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/02/vito-fontana-1.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="vito fontana 1" /></p><p><mark class='mark mark-yellow'> 4710 persone &#8211; tra cui 1171 bambini- sono morte a cause delle mine antiuomo nel 2022: i dati del sistema di monitoraggio mine terrestri «Landmine Monitor»,  presentati nel corso dell&#8217;incontro promosso dall&#8217;associazione stampa estera lo scorso 13 febbraio, parlano chiaro. </mark></p>
<h2>Da minatore a sminatore: la storia di conversione di Vito Fontana</h2>
<p>«In vent’anni ho prodotto più di due milioni e mezzo di mine, sono stato etichettato come l’uomo della morte». A raccontarlo è Vito Fontana, ex ingegnere settantenne che tra il 1976 e il 1997 è stato proprietario dell’impresa familiare Tecnovar, un&#8217;eccellenza italiana nella produzione di mine antiuomo. Un fatturato da capogiro: più di quaranta miliardi l’anno e una squadra di operai composta da oltre trecentocinquanta addetti ai lavori. «Non posso negare che la guerra per me fosse un affare. A trent’anni non pensavo alle conseguenze della mia attività. Progettare armi che determinano la vita o la morte delle persone genera un senso di onnipotenza». Poi, con il passare del tempo, le cose sono precipitate: ogni notte veniva recapitata presso l’abitazione di Fontana una scatola contenente una scarpa e un biglietto: «L’altra non mi serve più, la gamba l’ho persa a causa tua». Nel 1992, due avvenimenti cambiano profondamente l&#8217;esistenza di Vito: il figlio Ludovico, che all’epoca aveva poco più di otto anni ,trova in auto un catalogo contenente le armi prodotte dal padre. <mark class='mark mark-yellow'>«Papà ma tu sei un assassino? Perché proprio tu devi fare questo mestiere?» </mark> Mentre ricorda l&#8217;episodio, la sua voce si affievolisce, l&#8217;angoscia della memoria prende il sopravvento. «Mio figlio e Gino Strada mi hanno salvato la vita».</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/02/vito-fontana-3.jpeg"><img class="alignleft wp-image-70252 size-medium" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/02/vito-fontana-3-300x168.jpeg" alt="vito fontana 3" width="300" height="168" /></a></p>
<h2>La seconda vita, grazie a Gino Strada</h2>
<p>La svolta, in effetti, arriva proprio grazie a una chiamata di Gino Strada a Vito. Il chirurgo di guerra e pacifista lo contatta nel 1992: «Ti rendi conto di cosa combinano le tue armi?». Eccola, «la chiamata» della conversione. Da lì è tutto un crescendo e il primo passo di questa rinascita è chiudere l&#8217;attività. All&#8217;inizio non sono stati tempi facili, economicamente e a livello personale. Si logorano i rapporti tra Fontana e il padre, da cui aveva ereditato l’impresa. <mark class='mark mark-yellow'> Ma è la fine dell&#8217;inizio di una nuova vita per lui: «Ho iniziato a lavorare come sminatore per redimermi. Ho trascurato la mia famiglia per vent’anni, trasferendomi nei Balcani dove ho lavorato per milleduecento euro al mese» </mark>. La permanenza tra Serbia, Croazia e Bosnia gli permette di maturare una consapevolezza: il concetto di umanità è labile. La bontà non è insita nell’uomo: «Ho conosciuto una donna alla quale avevano minato il corpo del figlio deceduto. Famiglie intere di contadini ai quali erano stati distrutti interamente i campi e le abitazioni».</p>
<h2>«Quella volta in cui rischiai di morire»</h2>
<p>Non sono mancati i momenti difficili: durante l&#8217;attività da sminatore Vito ha rischiato più volte di morire.  Come quella volta in cui non sente l’attivazione di una mina, per fortuna rimasta inesplosa. «È stata l’esperienza più incredibile della mia vita, un secondo dove non provi paura. Sai di dover morire, ma l’apatia è l’unico sentimento che ho provato». Gli anni passano, il senso di colpa permane nella mente e nel cuore di Vito: «Posso solo essere orgoglioso di essere stato uno dei fautori della legge ordinaria 374 del 1997, approvata in seguito alla ratifica del documento finale della conferenza di Ottawa che ha sancito il divieto di produzione e di commercio di questo tipo di armi».  L’eloquio è lento, cauto, come se sotto le piante dei piedi le mine antiuomo fossero ancora lì. Il vissuto Vito è racchiuso nelle parole di Franco Battiato: «Ne abbiamo attraversate di tempeste e quante prove antiche e dure».</p>
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		<title>Andrea, italiano a Taiwan durante le elezioni</title>
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		<pubDate>Sun, 21 Jan 2024 23:47:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Ginevra Gori]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1326" height="876" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine-18-01-24-06.25.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Immagine 18-01-24 - 06.25" /></p><p>Lo scorso 13 gennaio, Taiwan ha eletto il suo nuovo presidente. Il piccolo stato asiatico, la cui autonomia è soltanto parzialmente riconosciuta dalla cosiddetta <em>Cina popolare </em>o<em> continentale</em>, ha scelto <strong>William Lai,</strong> pseudonimo anglofono del più complesso Lai Ching-te. Classe 1959, medico prestato alla politica tra le file del <strong>Partito Progressista Democratico (PPD)</strong> e vice della presidente uscente Tsai ing-wen, <mark class='mark mark-yellow'>Lai è stato eletto dai progressisti con un convinto <strong>40% dei voti</strong>, nel corso di una giornata elettorale che lo ha visto battere il Kuomintang nazionalista di Huo Yu-Ih e il giovane Partito Popolare (TTP) del poliziotto Ko Wen-je, costituito nel 2019.</mark></p>
<p>In quella giornata convulsa, ancor più per un Paese dallo status ambiguo come Taiwan, l’atmosfera di attesa l’ha respirata anche <strong>Andrea Filippi, 30 anni,</strong> medico milanese da qualche settimana a<strong> Taichung</strong>. È la terza città del Paese dopo Taipei e Kaohsiung, localizzata <a href="https://www.google.it/maps/place/Taichung,+Distretto+Nord,+Taichung,+Taiwan/@24.3415478,120.2062876,9.05z/data=!4m6!3m5!1s0x34693d65575df2d1:0x8dd494fb51747b0a!8m2!3d24.1631651!4d120.6746691!16s%2Fg%2F11cjtznkvw?entry=ttu">nella regione centro-occidentale dell&#8217;isola</a> principale e raggiungibile in meno di un&#8217;ora con l’alta velocità. Andrea, che si trova lì per svolgere un tirocinio in Chirurgia plastica ricostruttiva al China Medical University Hospital, non è uno dei 750 expat italiani censiti dalla Farnesina. Ma quelle ore non le dimenticherà.</p>
<p><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine-18-01-24-06.25.jpeg"><img class="alignnone  wp-image-68498" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine-18-01-24-06.25-300x198.jpeg" alt="Immagine 18-01-24 - 06.25" width="504" height="332" /></a><img class="alignnone  wp-image-68501" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine-20-01-24-02.42-167x300.jpeg" alt="Immagine 20-01-24 - 02.42" width="185" height="332" /></p>
<p><i>I festeggiamenti nelle strade dopo la vittoria di Lai (The New York Times). A destra, Andrea Filippi sotto l&#8217;avveniristica Torre 101 di Taipei</i></p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Nei 18mila seggi in cui i taiwanesi hanno espresso la propria preferenza, però, i sondaggi preelettorali, che davano il 32% degli aventi diritto al voto favorevoli al mantenimento dello <em>status quo</em>, non hanno sbagliato e il PPD di Lai ha ottenuto il terzo mandato consecutivo dal 2016.</span></p>
<p><strong>Il 13 gennaio</strong></p>
<p>«Con i colleghi europei chiedevamo informazioni e novità al personale dell’ospedale. Tutti dicevano che avrebbero votato, senza però mai sbilanciarsi sul candidato scelto», inizia a raccontare, ricordando lo spaesamento del primo impatto con la realtà locale. Se in tutto il mondo le elezioni non sono mai un appuntamento qualsiasi, nell’arcipelago asiatico di 150 isole e isolotti, da sempre rivendicato dalla Cina, l’evento diventa una faccenda delicata. <mark class='mark mark-yellow'>Proprio il Dragone, quel giorno, ha tentato di scoraggiare la vittoria autonomista, schierando <strong>sei navi militari e otto jet</strong> intorno al perimetro dei suoi territori</mark>, con il chiaro intento di spingere i cittadini a un voto cauto. <mark class='mark mark-yellow'>Nei 18mila seggi in cui i taiwanesi hanno espresso la propria preferenza, però, i sondaggi preelettorali, che davano il 32% degli aventi diritto al voto favorevoli al mantenimento dello <em>status quo</em>, non hanno sbagliato e il PPD di Lai ha ottenuto il terzo mandato consecutivo dal 2016.</mark> Un fatto inedito nella storia del Paese, abituato a vivere in una situazione ibrida sospesa tra indipendenza e spinte riunificatrici cominciata alla fine degli anni ’40 del secolo scorso. Scoperta dai portoghesi, colonizzata dagli olandesi e poi dai giapponesi, dal 1949 l’ex Formosa è autonoma <em>de facto</em> ma rimane ufficialmente sotto il controllo della Repubblica Popolare cinese, che la definisce “<b>regione di Taiwan</b>”, considerandola una provincia, parte del medesimo orizzonte ideologico-culturale. In quell’anno, i nazionalisti del Kuomintang (o KMT) di <strong>Chiang Kai-Shek</strong> persero la lunga guerra civile con il Partito Comunista di<strong> Mao Zedong</strong> nel continente e si ritirarono a Taipei eleggendo l&#8217;isola a proprio feudo. La dominarono per decenni come Repubblica di Cina, coltivando l&#8217;ambizione di riconquistare il potere nella madrepatria ma continuando comunque a mantenere stretti legami con il governo pechinese, fino alla democratizzazione degli anni &#8217;90. Oggi, TTP, nuova forza politica centrista fondata per coinvolgere anche i più giovani, ne condivide la volontà di apertura al dialogo col gigante asiatico.</p>
<p>«Il modo in cui la Cina risponderà alle scelte fatte dagli elettori di Taiwan sarà un test della possibilità di poter gestire le tensioni fra Washington e Pechino o del procedere verso un ulteriore scontro, o anche un conflitto», aveva dichiarato il presidente cinese XI Jinping nel tradizionale <a href="https://www.youtube.com/watch?v=TEd3CtcL1pU">messaggio di Capodanno alla nazione</a>, definendo le vicine elezioni taiwanesi “una scelta tra guerra e pace”. <mark class='mark mark-yellow'>E nel pomeriggio del 9 gennaio, la tensione aveva raggiunto il picco quando un satellite partito dalla regione dello Sichuan aveva sorvolato i cieli di Taiwan, allertando la Difesa e facendo impazzire i cellulari di 23 milioni di cittadini</mark>, a cui era arrivato un allarme di possibile attacco missilistico. Tra i cellulari che hanno squillato quel giorno c’era anche quello di Andrea: «All’inizio mi sono spaventato ma poi l’ho presa quasi sul ridere<em>», </em>commenta. Dopo le schermaglie, però, il 13 gennaio l’atmosfera era tranquilla compassata come solo i taiwanesi, avvezzi a vivere tra libertà e minaccia costante, sanno essere. E non è sfuggita nemmeno a chi lì ci ha appena messo piede. Andrea: <mark class='mark mark-yellow'>«Sono qui da poco tempo, ma quella mattina mi sono accorto che il clima era stranamente tranquillo. Solo qualche comizio qua e là e piccoli cortei da trenta persone armate di megafono»</mark>. Le sue parole restituiscono la cronaca di una giornata quasi surreale, trascorsa fra le corsie dell’ospedale e i banchi di<em> street food</em> disseminati un po’ ovunque, a scoprire un Paese nell&#8217;ora della verità: «Mentre i taiwanesi erano alle urne, io ho passeggiato per dodici chilometri in giro per la città, da solo. La sera ho incontrato dei colleghi, mi hanno detto che avevano votato e che erano soddisfatti della vittoria dei progressisti. Tra l’altro, erano contenti fosse un medico come loro e come me»<em>.</em></p>
<p>Quella giornata surreale ha visto il candidato vincitore del PPD <strong>attestarsi al primo posto con il 40,2%,</strong> contro il diretto contendente del Kmt, <a href="https://edition.cnn.com/2024/01/13/asia/taiwan-presidential-election-results-intl-hnk/index.html">che si è fermato al 33,49%</a> consensi e il magro<a href="https://edition.cnn.com/2024/01/13/asia/taiwan-presidential-election-results-intl-hnk/index.html"> 26,,45% del TTP. </a>«Abbiamo resistito alle pressioni esterne», ha detto Lai, riferendosi alle intimidazioni cinesi. A trionfare è stata però la partecipazione elettorale dei taiwanesi, con l’affluenza alle urne che ha registrato il dato record del 70,6% degli aventi diritto: circa 19 milioni di cittadini.</p>
<p><strong><img class="alignnone  wp-image-68500" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/WhatsApp-Image-2024-01-16-at-10.47.18-300x128.jpeg" alt="WhatsApp Image 2024-01-16 at 10.47.18" width="534" height="228" /></strong></p>
<p><em>La notifica di allerta missile arrivata sui cellulari di Taiwan lo scorso 9 gennaio</em></p>
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<p><strong>Il nuovo presidente</strong></p>
<p>L’ascesa politica di William Lai si intreccia, come spesso accade, con un vissuto personale difficile. Nefrologo, studi ad Harvard, è partito dal basso, dalla tragedia di un padre minatore, morto nel crollo di una galleria, quando lui era ancora piccolo. È sceso in campo nel 1999, come deputato allo Yuan legislativo (il parlamento taiwanese) e nel 2010 è diventato sindaco di Tainan, facendo della cittadina nel Sud-Ovest indipendentista del Paese la sua roccaforte politica. Nel 2017 la svolta, con la nomina a primo ministro sotto la presidenza di Tsai-ing-wen, sua predecessora, permessa anche dai voti della sua Tainan. Da qui attingerà per scegliere i suoi ministri. Infine, la vicepresidenza dal 2020 al 2024.</p>
<p>William Lai ha voluto commentare il risultato ringraziando il suo popolo<em> «</em>per aver scritto un nuovo capitolo nella nostra democrazia», esprimendo la volontà di salvaguardare il Paese «dalle continue minacce e intimidazioni da parte della Cina», e promettendo la ricerca di una dialettica pacifica con Pechino. <mark class='mark mark-yellow'> A minacciare i suoi propositi e turbare una vittoria annunciata c’è tuttavia la mancanza di una maggioranza parlamentare </mark>. Il PPD stavolta l’ha persa, ritrovandosi con un seggio in meno rispetto ai nazionalisti del KMT, che non l’hanno comunque ottenuta. E se è vero che tra i due litiganti il terzo gode, una situazione simile potrebbe giovare al TPP, forza giovane penalizzata alle urne ma vincitrice di otto seggi su 113, che beneficia del diritto di veto sui provvedimenti e cerca i giusti accordi per fare il grande salto. <mark class='mark mark-yellow'>Il 20 maggio prossimo, Lai si insedierà ufficialmente</mark> ed è quasi scontato che non farà cenno al<strong> Consenso, l’accordo stipulato nel</strong> 1992 tra i rappresentanti del Kuomintang e il Partito comunista cinese per regolare i rapporti Cina-Taiwan secondo la filosofia &#8220;<strong>Una Cina, due sistemi&#8221;</strong>, <a href="https://english.president.gov.tw/News/5621">rigettato da Tsai Ing-wen nel 2019.</a> Lo stesso citato, invece, da Xi nel suo discorso.</p>
<p><strong><img class="alignnone  wp-image-68499" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2024/01/Immagine-18-01-24-06.251-300x204.jpeg" alt="Immagine 18-01-24 - 06.25" width="512" height="348" /></strong></p>
<p><em>Il neoeletto presidente William Lai (The New York Times)</em></p>
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<p><strong>La reazione della Cina e i rapporti con gli Usa</strong></p>
<p>Una volta certa la vittoria autonomista, il disappunto di Pechino non si è fatto attendere. Il portavoce dell’Ufficio per gli Affari di Taiwan del governo cinese, Chen Binhua, ha sfruttato il mancato raggiungimento della maggioranza da parte del partito democratico progressista per parlare di «risultati che non rispecchierebbero il volere delle persone», ricordando che il voto anti Cina di Taipei «non impedirà un’inevitabile riunificazione». <mark class='mark mark-yellow'>Riunificazione che il Dragone intenderebbe  concretizzare<strong> nel 2049, in occasione del centenario della nascita della Repubblica popolare</strong>.</mark> Il ministero degli Esteri taiwanese ha reagito invitando il gigante asiatico a «rispettare i risultati delle elezioni, rinunciando alla sua oppressione contro il Paese».</p>
<p>Alla prevedibile stizza di Xi si è contrapposto il plauso dell’<strong>Unione Europea</strong> che, pur non riconoscendo formalmente la Cina nazionalista come Stato, ha lodato l’ampia partecipazione della popolazione al voto e la vittoria democratica. «I nostri sistemi di governo sono basati sul rispetto dei principi democratici, dello stato di diritto e dei diritti umani», ha comunicato la UE in una nota, indirizzata a William Lai. E, poco dopo, sono arrivate anche le <strong>congratulazioni</strong> <strong>del segretario di Stato americano Anthony Blinken</strong> che, nel corso di una telefonata al neoeletto presidente, ha definito Taiwan «una democrazia forte». I complimenti degli Stati Uniti sono stati ancora meno graditi alle autorità cinesi, infastidite dai seppur sporadici incontri tra Usa e Taiwan; come la visita informale di domenica scorsa dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Stephen Haley e dell’ex vicesegretario di Stato James Steinberg, per gli incontri postelettorali con Lai e con la presidente uscente Ing-wen. La Cina ha dichiarato di «opporsi a qualsiasi interazione ufficiale con i taiwanesi», spingendo l’<em>American Institute in Taiwan</em> (che aveva collaborato all’organizzazione dell’incontro) a presentare la visita come viaggio «a titolo privato». A mettere una pezza per tentare di preservare i fragili equilibri raggiunti nel corso dell&#8217;<a href="https://www.washingtonpost.com/world/2023/11/15/xi-biden-meet-china-united-states-global-world-order/">ultimo incontro con Xi alla Casa Bianca, lo scorso 15 novembre</a>, ci ha pensato<strong> Joe Biden,</strong> che ha espresso il sostegno americano al neopresidente definendo il rapporto con Taiwan «solido come la roccia e basato su principi bipartisan» e ribadendo al contempo che <mark class='mark mark-yellow'>«gli Stati Uniti non sostengono l’indipendenza del Paese, che non hanno mai riconosciuto come stato indipendente, ma neppure annesso alla Cina»</mark>. Del resto, l&#8217;isola costituisce un nodo critico dei rapporti tra Usa e Cina sin dai tempi della guerra fredda: gli americani la considerano ambiguamente un partner commerciale e sono pronti a difenderne la sicurezza, pur avendola disconosciuta come entità statale indipendente nel 1979 in favore della Repubblica popolare cinese. Otto anni prima, la Repubblica di Cina era stata sostituita da quest&#8217;ultima come rappresentante ufficiale della Cina alle Nazioni Unite, perdendo la legittimità internazionale.</p>
<p>L’arcipelago asiatico è, di fatto, un grande<strong> limbo</strong>, che può esistere solo nella forma ibrida in cui è nato, per tutelare le simmetrie mondiali e la sua stessa sopravvivenza. Gode di una costituzione e un&#8217;identità, di elezioni democratiche e politiche amministrativo-doganali proprie, eppure la sua sovranità è riconosciuta soltanto da una manciata di Paesi nel mondo (tra cui Belize, Guatemala, Paraguay e Haiti). In questo scenario, però, “l’isola che non c’è” conta su una ricchezza strategica: <strong>i microchip</strong>. L’oro del ventunesimo secolo potrebbe permettere a Taiwan di arginare il rischio di eventuali rappresaglie cinesi in vista dell’insediamento e farsi valere: minacciando di aumentare i prezzi delle microcomponenti elettroniche, oggi indispensabili alla tecnologia civile e militare – dagli smartphone all’industria bellica &#8211; anche nella Repubblica popolare, e di rallentarne la produzione. Con il colosso Tmsc, Taiwan detiene insieme alla coreana Samsung il 70% del mercato dei circuiti integrati. Fondamentali per il consolidamento del potere, i semiconduttori sono un altro tema cruciale nella partita tra Cina e Stati Uniti; quest’ultimi, una volta leader nel settore, hanno ceduto il passo ai rivali asiatici ma nel 2019, l’amministrazione Trump ha avviato una nuova strategia di investimenti per tornare ai livelli produttivi di un tempo e prevalere sul mercato orientale. Nel 2022, la successiva presidenza Biden ha poi promulgato il <em><a href="https://stream24.ilsole24ore.com/video/mondo/biden-firma-chip-act-investiamo-semiconduttori-usa/AEgwZKsB">Chips and Science Act</a> </em>(che prevede lo stanziamento di 52 miliardi per l&#8217;industria dei microchip e sgravi fiscali alle aziende), consapevole che anche la stessa Cina necessita del contributo occidentale per produrre circuiti di una certa qualità.</p>
<p><strong>Pillole di società taiwanese</strong></p>
<p>La società taiwanese è influenzata dalla sua condizione di incertezza nello scacchiere geopolitico globale, in bilico tra due universi. L’influsso cinese si avverte maggiormente nell’isolamento linguistico della regione, che si registra anche nelle fasce di popolazione più acculturate: «<strong>Taiwan è un altro mondo.</strong> Solo in pochi parlano inglese, quasi tutti non conoscono altro che il cinese. A Taipei qualcuno si trova, ma qui a Taichung nessuno capisce gli stranieri, tendono a risponderti in cinese e spesso si vergognano di non poter comunicare», rivela in proposito Andrea. Poi continua, pensando alla struttura in cui si trova a lavorare: «È uno stato forse un po’ arretrato ma ci sono comunque grattacieli e belle macchine. Non si può certo definirlo un Paese di serie b<em>»</em>. La struttura è un palazzo di venticinque piani che mostra il lato più avanzato dello Stato, dove a curarsi vanno anche malesi e cinesi, sfruttando i benefici offerti da un <strong>sistema</strong> <strong>sanitario universale basato sul modello </strong><em><strong>single-payer</strong>.</em> <mark class='mark mark-yellow'>L’accesso è garantito a tutta la popolazione da un ente pubblico attraverso un sistema di <strong>assicurazione nazionale (NHI)</strong>, basato su un’assistenza capillare che arriva a coprire il 99% della popolazione e costi ragionevoli.</mark></p>
<p>Infine, non dimentica di snocciolare qualche aspetto inedito della sua professione: «La mia disciplina, la chirurgia plastica, è piuttosto complicata e qui l’approccio è diverso rispetto all’Italia: meno basato sull’estetica e più sul recupero delle funzionalità, soprattutto nel settore dei tumori testa-collo di cui io mi occupo. In altre parole, se da noi si punta a far uscire il paziente di casa senza che se ne vergogni, qui l’importante è recuperare la capacità di fare le cose più semplici, come mangiare. Non mi sento di dire che la sanità locale sia più avanti di quella italiana, anzi forse è il contrario. Ma è diversa e i medici come me che vengono qui hanno tanto da poter imparare», conclude.</p>
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		<title>Amadeus alla Music Week, Sanremo parte da Milano</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Dec 2022 18:10:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Galiè]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Milano]]></category>
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		<category><![CDATA[Festival di Sanremo]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4608" height="3456" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/11/IMG_20221125_192558.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Amadeus" /></p><p>Se in questi giorni doveste viaggiare in auto da Milano a Roma o viceversa, avete buone probabilità di imbattervi in Amadeus, intento a ultimare la selezione dei brani che parteciperanno a Sanremo. <mark class='mark mark-yellow'>La prossima domenica, al TG1 delle 13:30, il conduttore e direttore artistico del Festival della canzone italiana annuncerà in via ufficiale i cantanti in gara alla manifestazione (a cui si aggiungeranno, il 14 dicembre, i tre vincitori di Sanremo Giovani) </mark> e, <a href="http://www.magzine.it/milano-music-week-lamore-e-il-sesso-nella-canzone-italiana/" target="_blank">dal palco della Milano Music Week</a>, confessa: “La scelta delle canzoni è la cosa più importante di Sanremo. Perciò, l’ultima settimana entro in silenzio stampa e, dopo aver ristretto il campo a circa 35 proposte, scelgo da solo in automobile, dove quasi sempre ci si accorge se si ha voglia di riascoltare un brano o meno”.</p>
<p>Il puzzle del Sanremo che verrà ha iniziato a comporsi già dal marzo di quest’anno. <mark class='mark mark-yellow'>Il primo tassello è stata la riconferma di Amadeus per altre due edizioni, che lo porteranno a eguagliare colossi come Mike Bongiorno e Pippo Baudo per numero di conduzioni consecutive; quelli successivi, in estate, hanno riguardato gli annunci dei co-conduttori Chiara Ferragni (solo per due serate) e Gianni Morandi </mark>. Da domenica avremo il cast; ci sarà poi tempo per definire gli spazi ancora vuoti dal resto dei compagni di viaggio del presentatore; e dischiudere il mistero che avvolge, ormai abitualmente, la presenza di Fiorello. L’asticella è alta, dopo tre edizioni da record per ascolti e successi discografici. “Negli ultimi anni, Sanremo è davvero arrivato a tutti – conferma Federica Lentini, vicedirettrice di Rai Uno – con una grande apertura verso ogni genere musicale. È il nostro più grande evento e Amadeus rappresenta appieno l’intrattenimento”.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>C&#8217;è attesa per l&#8217;annuncio dei cantanti in gara a Sanremo 2023. Intanto, le certezze non mancano: Amadeus è riconfermato alla direzione artistica e priorità verrà data alla qualità delle canzoni rispetto al peso dei &#8220;personaggi&#8221; </span></p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Secondo il conduttore e direttore artistico, gli ottimi risultati dei recenti Festival derivano dall’avere restituito priorità alle canzoni </mark>. “La mia esperienza in radio – continua Amadeus – mi ha suggerito di farlo. Immagino sempre i brani sul lungo periodo e non posso accettare che un successo sia tale solo per due settimane, prima di sfumare”. Il punto di svolta è stata l’edizione del 2021: un banco di prova più che impegnativo, ma necessario per un’industria discografica già punita dalla pandemia. “È stata l’occasione per una vera e propria rivoluzione anche nella selezione degli artisti. Tranne due o tre – ammette – i nomi potevano essere sconosciuti al grande pubblico, ma le canzoni erano bellissime. E adesso non c’è nessuno che non sappia chi siano i Maneskin”.</p>
<p>Di conseguenza, il Festival ha recuperato appeal anche tra gli stessi cantanti. Non troppo tempo fa considerato un trampolino di lancio, ma che solo l’anno scorso è stato palcoscenico dei ritorni in gara di Elisa, Gianni Morandi e Massimo Ranieri. “Gli artisti vengono a presentare la loro musica in una settimana di festa – spiega Amadeus – e per questo ho eliminato la parola superospite, con un’eccezione per chi ha oltre 70 anni o quelli internazionali. <mark class='mark mark-yellow'>I veri superospiti saranno i miei cantanti in gara” </mark>. Un mantra valido per questa e per le future edizioni del Festival di Sanremo.</p>
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		<title>C&#8217;è una guerra informatica, ma l&#8217;Italia non si difende</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Jun 2022 06:22:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Riccardo Piccolo]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[cybersecurity]]></category>
		<category><![CDATA[Privacy]]></category>
		<category><![CDATA[Russia]]></category>

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		<description><![CDATA[In una chat su Telegram il gruppo di hacker filorusso Killnet ha postato questo messaggio: “30 maggio &#8211; 05:00 il punto d’incontro è l’Italia!” e poco dopo: “L’Italia subirà un ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="796" height="397" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/06/img_blog-ddos_attacks_how_to_prepare_data_foundry.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="img_blog-ddos_attacks_how_to_prepare_data_foundry" /></p><p>In una chat su Telegram il gruppo di hacker filorusso <strong><i>Killnet</i></strong> ha postato questo messaggio: “30 maggio &#8211; 05:00 il punto d’incontro è l’Italia!” e poco dopo: “L’Italia subirà un colpo irreparabile”. Era un falso allarme perché nessun attacco informatico è stato segnalato in quelle ore, ma la Polizia Postale ha continuato l&#8217;attività di monitoraggio della situazione, che al momento sembra essere tranquilla.<mark class='mark mark-yellow'>Se quest’ultima minaccia si è rivelata un bluff, molti altri attacchi hanno però colpito nel segno negli scorsi giorni, come quelli dell’11 maggio che hanno bloccato i siti web italiani di Senato, Difesa e dell’Istituto Superiore di Sanità.</mark><strong>Umberto Rapetto</strong>, ex Ufficiale della Guardia di Finanza, è stato un  precursore delle indagini telematiche in Italia, al punto di guadagnarsi l&#8217;appellativo di “sceriffo del web”. Ha diretto per undici anni il GAT Nucleo Speciale Frodi Telematiche, mentre oggi dirige HKAO, un <i>think tank</i> che si occupa di cyber sicurezza ed è direttore editoriale di <i>infosec.news</i>.</p>
<p><b>La guerra informatica è già cominciata, perché l’Italia è diventata un bersaglio così facile?</b><br />
<span style="font-weight: 400;">Dall’invasione dell’Ucraina gli attacchi informatici che hanno effettivamente colpito obiettivi italiani si sono moltiplicati, anche a causa delle nostre debolezze in materia di cyber sicurezza.<mark class='mark mark-yellow'>Il nostro Paese ha manifestato una certa vulnerabilità informatica: gli insediamenti telematici più facili ad essere bersaglio sono sicuramente le amministrazioni pubbliche, perché non è un mistero che non siamo preparati.<span class='quote quote-left header-font'>&#8220;Il nostro Paese ha manifestato una certa vulnerabilità informatica: gli insediamenti telematici più facili ad essere bersaglio sono sicuramente le amministrazioni pubbliche, perché non è un mistero che non siamo preparati&#8221;.</span></span>Lo stesso ministro dell’innovazione tecnologica, <strong>Vittorio Colao</strong>, ha detto che il 95% dei sistemi delle amministrazioni pubbliche sono un “colabrodo” e non sono in grado di sopportare alcun attacco da qualsivoglia formazione più o meno organizzata.</mark>Le amministrazioni pubbliche sono le più fragili, ma non sono in condizioni migliori anche tutte le realtà di carattere imprenditoriale e quelle private, che si sono ritrovate ad essere così nel mirino di organizzazioni criminali.</p>
<p><b>Ma la musica sta cambiando, giusto? Il 18 maggio è stata approvata una nuova strategia quadriennale per la cyber sicurezza nazionale.</b><br />
<span style="font-weight: 400;">Onestamente non riesco a trattenere il sorriso. Guardare al 2026 rientra nell’abitudine di fare programmi a lungo termine, ma il ciclo biologico digitale è radicalmente diverso. Perché in cinque anni può cambiare letteralmente tutto e quindi come si fa a fare un programma? Ci troviamo di fronte a un quadro di insieme dove è a rischio l’intera architettura delle infrastrutture critiche.<mark class='mark mark-yellow'>Abbiamo visto finire sotto scacco numerose aziende sanitarie locali, e poi abbiamo visto quello che è successo alla <strong>Regione Lazio</strong> dove ci si è trovati di fronte a una situazione a dir poco apocalittica.</mark>Ma nei vecchi piani, nei progetti e negli assetti strategici che erano già stati redatti, cosa era stato scritto a quelle righe? Quando si parlava di sanità è stato preso in considerazione che ci sono realtà come l’Asl Euganea 6 di Padova che si è fatta portare via tutto e che gli hacker hanno tenuto sotto scacco i cittadini per mesi. Per non parlare dell’Asl di Messina… potremo fare un elenco che rischia di non finire. E questo è semplicemente il riscontro materiale di buoni propositi che sono stati traditi a discapito del cittadino.</span></p>
<p><b>In che modo attaccano questi gruppi di hacker?</b><br />
<span style="font-weight: 400;">Il più usato è, se vogliamo, quello vintage: gli <strong>attacchi Ddos</strong> (</span><i><span style="font-weight: 400;">Distributed Denied of Service)</span></i><span style="font-weight: 400;"> consistono nel mandare fuori servizio una risorsa web saturandola di richieste di visitatori. È come se io avessi un negozio di scarpe e di fronte a me nella stessa via ne aprisse un altro; allora vado al centro anziani, regalo dieci Euro a tutti quelli che trovo seduti lì sulle panche o che stanno giocando a briscola e gli dico “andate per favore nel negozio di fronte”. Questi vanno e automaticamente quello non vende più un paio di scarpe perché gli ho intasato l’ingresso. <mark class='mark mark-yellow'>Gli attacchi Ddos sono vecchi di trent’anni e quindi avremmo avuto tutto il tempo per poterci preoccupare di neutralizzarli, ma non lo abbiamo fatto.</mark>Quindi non ci si può sorprendere se improvvisamente siti importanti come quelli della Polizia di Stato rimangono fulminati da una mandria di ragazzini che sono stati capaci di creare un incolonnamento insormontabile.</span></p>
<p><b>Ragazzini?</b><br />
<mark class='mark mark-yellow'>Esiste un mercenariato che ormai è estremamente diffuso. La dimostrazione è data da <strong>Killnet</strong> che recupera tremila soggetti, magari in mezzo a questi ce ne sono bravi soltanto dieci, gli altri sono dei manovali, dei ragazzini. Ma diamine, bastano dieci persone brave per combinare disastri.</mark>Sono finiti i tempi di <strong>Stallman</strong>, di <strong>Captain Crunch</strong>, quelli che rappresentano il “medioevo romantico” del web fatto di pirati informatici come Robin Hood, con una ideologia. Tutti oggi devono capitalizzare. Chi è che lo fa ancora per niente? Nessuno.</p>
<p><b>È possibile ipotizzare una forma di contro attacco?</b><br />
Ma chi andiamo ad attaccare? Il ragazzino che è nella sua cameretta nei sobborghi di Mosca? Ecco, ricordiamoci l’asimmetricità del conflitto. Noi, a meno che decidiamo di dichiarare guerra e quindi attacchiamo il Ministero della Difesa russo, non possiamo fare nulla. Mentre invece loro possono bersagliare chi gli pare.<mark class='mark mark-yellow'>Sono atti di un nuovo terrorismo che non richiede materialmente il trasferimento fisico di chi deve compiere l’attentato. E quindi si va a colpire l’istituto previdenziale, la banca, l’aeroporto, la società di telecomunicazioni, l’istituzione, facendolo seduti su una panca del centro commerciale agganciati a una Wi-Fi gratuita utilizzando le vulnerabilità che sono state rese conclamate proprio dal Ministero dell’Innovazione tecnologica italiana.</mark></p>
<p><b>Per ora sono stati attacchi solo dimostrativi, sarebbero in grado di produrre danni più significativi la prossima volta?</b><br />
Per capire quello che succederà è semplice fare ricorso alla cinematografia. Se volete capire quali danni si riescono a combinare c’è <strong>The Italian Job</strong>, un film degli anni Sessanta, di cui è stata fatta poi una riedizione, dove viene paralizzato il traffico di Torino per poter fare una rapina a un camion blindato che trasportava valori.<mark class='mark mark-yellow'>Lì si ha la dimostrazione che nel momento in cui i pirati informatici decidono di attaccare davvero e non semplicemente di rigare le automobili come stanno facendo adesso, sono in condizioni di paralizzare qualunque attività. Io mi auguro per il futuro che ciò non avvenga ma i rischi sono spaventosamente reali.</mark></p>
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		<title>Giornata mondiale della poesia, quella verità necessaria</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Mar 2022 05:24:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Lavinia Beni]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata mondiale della poesia]]></category>
		<category><![CDATA[primavera]]></category>

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		<description><![CDATA[Esiste un filo invisibile, eppure non fluttua nel vuoto, ma si fa largo nella terra, striscia verso ataviche memorie, percorre il nostro presente fino a sfiorare poi sentieri futuri, quelli ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="2000" height="1330" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/03/NDLA.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Fonte: NDLA" /></p><p>Esiste un filo invisibile, eppure non fluttua nel vuoto, ma si fa largo nella terra, striscia verso ataviche memorie, percorre il nostro presente fino a sfiorare poi sentieri futuri, quelli del divenire. <mark class='mark mark-yellow'>Il 21 marzo si celebrano i versi e la data coincide con il primo giorno di primavera e il compleanno di Alda Merini</mark>, una delle poetesse italiane più conosciute di sempre: “Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta”. <mark class='mark mark-yellow'>La Giornata mondiale della poesia è stata istituita dall’ONU nel 1999. L’essere umano ha bisogno del guizzo poetico, di guance che si tingono di lacrime, di sentire il cuore ardere o di arrivare a percepire una realtà altra, una dimensione nuova, suggerita da chi può riuscire a sfiorarla – e a farla sfiorare ad altri – per davvero: i poeti.</mark></p>
<p>Il giorno, forse, non è stato scelto a caso. Proprio come l’equinozio di primavera porta con sé luce e scoperta, anche la poesia può cercare di sbrogliare arcane matasse. “Che la giornata della poesia possa rigenerare una visione del mondo, che non deve essere quella del poeta, bensì la propria”, quella di ciascun individuo che è particolare ma anche universale, così che si possa creare un intimo coro. La citazione è di <strong>Mariella De Santis</strong>, una poeta, così preferisce chiamare le donne che scrivono poesie – o, come ha spiegato, “poetanti”: le piacerebbe, infatti, che la lingua italiana ricorresse a un neologismo, al participio, in quanto i participi non vengono coniugati col genere – che collabora con case editrici, riviste e centri di ricerca. Di recente ha creato una nuova rubrica: <em>Poliscritture, Donne che scrivono poesia</em>. Per lei questa forma d’espressione è “quella sintesi di significante che si deposita dentro di noi come un seme e continua a lavorare”. L’embrione è nascosto, tra le pieghe delle nostre carni, e solo col tempo può riuscire a bucare la nostra pelle, può farci sentire un pizzicotto o una carezza. La poeta chiarisce l’essenza e lo scopo dei versi:</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Mariella De Santis, poeta: “La poesia porta con sé un’eccedenza di verità, non ciò che si vede, ma ciò che eccede la verità. È quello spazio di frizione, quello spazio di conflitto, di distanza, dentro il quale noi vediamo cose che non avevamo osservato, non ci erano giunte alla coscienza. Così aumentiamo la nostra consapevolezza, che a volte può essere dolorosa”.</span></p>
<p>“La poesia porta con sé un’eccedenza di verità, non ciò che si vede, ma ciò che eccede la verità. È quello spazio di frizione, quello spazio di conflitto, di distanza, dentro il quale noi vediamo cose che non avevamo osservato, non ci erano giunte alla coscienza. Così aumentiamo la nostra consapevolezza, che a volte può essere dolorosa”. De Santis paragona gli scienziati ai poeti: entrambi hanno i loro strumenti per interpretare e comprendere la realtà ed entrambi cercano di trasmetterla al prossimo, di renderla chiara. Si scrivono versi per parlare del proprio tempo, avendo coscienza del proprio qui e ora, ma con uno sguardo proiettato verso il passato e un altro che tende al futuro, all’ignoto. <mark class='mark mark-yellow'>Il poeta non può scrivere per se stesso e si assume dunque il compito di assaggiare anche le ferite e le gioie altrui, oltre che le proprie: interpretare l’universale per l’universale moltitudine di anime è un atto di grande responsabilità.</mark> Ritorna l’idea del coro che, in verità, la poesia non ha mai abbandonato; d’altronde la sua origine è proprio orale: era una forma cantata e ritmata (si pensi a Omero). “La poesia è una forma di comunione con il mondo che si realizza attraverso la lingua”. Secondo De Santis, oggi giorno è di nuovo presente la coralità; c’è una certa tendenza alla “poesia detta e non letta”. Forse si ha bisogno di ricostruire una pluralità perduta.</p>
<p>Attualmente sono praticati tanti stili diversi, da quelli più tradizionali a quelli più sperimentali (visivi e sonori) e il pubblico è eterogeneo, afferma la poeta, è costituito da giovani e adulti, da affezionati e da lettori occasionali. <mark class='mark mark-yellow'>Non mancano affatto donne poete; ma non si parla solo di uomini e donne che scrivono, esiste anche le “transpoetiche”, quelle forme di scrittura poetica di chi non si riconosce in un genere binario.</mark> De Santis cita con passione l’italiana <strong>Giovanna Vivinetto</strong> e l’inglese <strong>K. Tempest</strong>. Ed è vero che non mancano poetesse nel mondo dell’editoria: tuttavia nelle antologie primeggiano ancora i poeti maschi e il mercato trascura gli autori minori. La poesia è piena di artisti sconosciuti.</p>
<p>“I poeti minori, in realtà, costituiscono il tessuto connettivo di una civiltà”. Senza di loro sarebbe come se un tempio avesse il tetto ma non le colonne, argomenta. Mariella De Santis è una “poetante” che sta dalla parte di chi “sta a lato luminoso dell’ombra”. <mark class='mark mark-yellow'>È quando la poesia diventa merce che, purtroppo, è disponibile per la lettura al pubblico. Anche per questo serve avere una giornata dedicata, così che anche i <em>minori </em>possano essere conosciuti, senza rimanere schiacciati dalle leggi del mercato e del patriarcato.</mark> Si spera che i versi si facciano sempre più tiepidi, che si rannicchino sotto la pelle degli esseri umani e che sboccino: senza nessun controllo, lasciamoci trasportare, lasciamo crescere i germogli. La poesia, poi, farà tutto il resto.</p>
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		<title>Arianna Fontana e la favola curling: i primi due ori italiani a Pechino</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2022 06:59:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Fabio Pellaco]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Olimpiadi]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>

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		<description><![CDATA[Alle Olimpiadi Invernali di Pechino l&#8217;Italia sale sul gradino più alto del podio per due volte in 24 ore. Partiamo dalla prima medaglia conquistata in un torneo olimpico dalla nazionale di curling. A ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="853" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/constantini-mosaner-finale-pechino2022.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="Stefania Constantini e Amos Mosaner durante la finale contro la Norvegia. (Fonte: la Repubblica)" /></p><p>Alle Olimpiadi Invernali di Pechino l&#8217;Italia sale sul gradino più alto del podio per due volte in 24 ore. <mark class='mark mark-yellow'>Partiamo dalla prima medaglia conquistata in un torneo olimpico dalla nazionale di curling. A raggiungere questo storico risultato nella specialità del doppio misto sono stati la 22enne veneta Stefania Constantini e il 26enne trentino Amos Mosaner.</mark> I due atleti hanno compiuto un percorso netto: 11 vittorie su 11 partite disputate. È la prima squadra a chiudere il torneo da imbattuta dal debutto della specialità nella precedente edizione dei Giochi. L&#8217;affiatamento dei ragazzi italiani è cresciuto di gara in gara, permettendo loro di avere la meglio su tutte le coppie affrontate, incluse quelle più quotate. Una cavalcata inarrestabile che premia il movimento del curling italiano: una realtà con poco più di trecento tesserati, 28 società affiliate e una manciata di impianti, tutti dislocati nel Nord Italia.</p>
<p>In <a href="https://www.raiplay.it/video/2022/02/Olimpiadi-Invernali-Pechino-2022---Curling-FINALE-Doppio-misto-Italia-Norvegia-seconda-parte---08-02-2022-3874b286-3c05-4be0-8e64-b54ff77ffa31.html" target="_blank">finale</a>, Constantini e Mosaner hanno affrontato i norvegesi Kristin Skaslien e Magnus Nedregotten, già bronzo a Pyeongchang 2018 e argento agli ultimi mondiali di curling. La partita si è aperta con un testa a testa durato per i primi due <em>end</em> (le parti nelle quali è divisa una partita) terminati in parità sul 2-2. Nel terzo e quarto <em>end</em> gli italiani rubano due mani consecutive ai norvegesi, allungando a più quattro prima dell&#8217;intervallo lungo. Nella ripresa, la Norvegia si riporta a contatto, arrivando a giocare l&#8217;ottavo e ultimo <em>end</em> sul 7-5 per gli azzurri, ma il vantaggio accumulato dall&#8217;Italia nella prima parte della gara si rivela decisivo per la vittoria, che arriva con il punteggio di 8-5.</p>
<p>«È un sogno che diventa realtà – ha commentato a fine partita Constantini, ancora incredula –. Abbiamo dato il nostro meglio, combattendo fino alla fine e questa medaglia ce la siamo meritata». Più pragmatico Mosaner: «All&#8217;inizio magari non abbiamo performato così bene, ma poi abbiamo raggiunto un buon livello verso le ultime partite. Undici partite e zero sconfitte è una gran bella cosa».</p>
<div id="attachment_52943" style="width: 400px" class="wp-caption alignleft"><a href="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/fontana-500shorttrack-pechino2022.png"><img class="wp-image-52943" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2022/02/fontana-500shorttrack-pechino2022.png" alt="fontana-500shorttrack-pechino2022" width="400" height="267" /></a><p class="wp-caption-text">Arianna Fontana taglia il traguardo nella finale dei 500 m short track. (Fonte: la Repubblica)</p></div>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Il primo oro della spedizione azzurra a Pechino è però arrivato lunedì con Arianna Fontana nei 500 metri dello short track, la velocità pura del pattinaggio sul ghiaccio.</mark></p>
<p>È stata una <a href="https://www.raiplay.it/video/2022/02/Olimpiadi-Invernali-Pechino-2022---Short-Track-FINALE-500-metri-donne---07-02-2022-b5a75de4-1f6b-4f70-be6c-92d2d4336daf.html" target="_blank">finale</a> ad alta tensione: si sono rese necessarie tre partenze prima del via definitivo. Subito aggressiva l&#8217;olandese Schulting, che però incappa in una falsa partenza. Poi un tocco di pattini tra le atlete fa scivolare a terra Fontana quando non è ancora terminata la prima curva. Lo <em>starter</em> ordina così la ripetizione del via, essendo la gara ancora alle primissime battute. La terza partenza è quella buona, ma è Schulting a passare in testa al primo giro. Al terzo, l&#8217;azzurra infila in curva l&#8217;atleta dei Paesi Bassi e si porta in prima posizione fino al traguardo. L’urlo a fine gara è una liberazione per lei: «Di solito io non urlo così, anzi sono molto pacata quando vinco – ha dichiarato ai microfoni di Rai Sport nel dopo gara –. Però è stato davvero un momento di sfogo».</p>
<p>Per l&#8217;atleta valtellinese, 31 anni, è il secondo oro consecutivo nei 500 metri dopo la vittoria ottenuta ai Giochi di Pyeongchang 2018. «Volevo questo podio. Esserci di nuovo dopo quattro anni è stata una bella conferma», ha commentato. <mark class='mark mark-yellow'>Con questa vittoria, inoltre, si è aggiudicata la sua decima medaglia olimpica, la seconda d&#8217;oro, eguagliando il record italiano di Stefania Belmondo, campionessa di sci di fondo tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Duemila.</mark> Un primato potenzialmente migliorabile già nei prossimi giorni, quando Fontana scenderà ancora sulla pista del Capital Indoor Stadium.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Al termine della settima giornata di gare le medaglie conquistate dall&#8217;Italia sono sette.</mark> Ai due ori si aggiungono gli argenti di Francesca Lollobrigida nei 3000 m del pattinaggio di velocità, della staffetta mista 2000 m dello short track, di Federica Brignone nello slalom gigante e di Federico Pellegrino nella sprint TL dello sci di fondo. L&#8217;unico bronzo è di Dominik Fischnaller nello slittino.</p>
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		<title>Quanto è facile procurarsi un&#8217;arma e fare una strage?</title>
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		<pubDate>Thu, 08 Mar 2018 11:39:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Marco Cherubini]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Inchieste]]></category>

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		<description><![CDATA[La più recente è la sparatoria accidentale in una scuola  superiore a Birmingham, in Alabama, negli Stati Uniti, dove è morta una ragazza e altre due persone sono rimaste ferite. ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="4000" height="3000" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2018/03/Revoca-Porto-dArmi-in-caso-di-Denuncia-Penale-2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="revoca-porto-darmi-in-caso-di-denuncia-penale-2" /></p><p>La più recente è la sparatoria accidentale in una scuola  superiore a Birmingham, in Alabama, negli Stati Uniti, dove è morta una ragazza e altre due persone sono rimaste ferite. <mark class='mark mark-yellow'>L’episodio è accaduto appena due settimane dopo il massacro in Florida, dove il teenager Nikolas Cruz ha compiuto una strage con un fucile d&#8217;assalto nella sua ex scuola, la Marjory Stoneman Douglas High School, provocando 17 morti e 15 feriti. </mark>Il massacro di Parkland ha suscitato un acceso dibattito negli Stati Uniti, proteste pubbliche, l’audizione al Senato americano della portavoce della <i>National Rifle Association</i> e la proposta di una soluzione al problema dei <i>mass shootings </i>nelle scuole americane, avanzata dallo stesso presidente Donald Trump: armare gli insegnanti. La proposta ha intensificato ulteriormente il dibattito nazionale, tra Democratici e Repubblicani, con una partecipazione ampia della società civile e, in particolare, degli studenti. Sta di fatto che, questo problema negli Stati Uniti non è recente e nemmeno superiore rispetto al passato. Da uno studio della University of California, <a href="https://www.annualreviews.org/doi/pdf/10.1146/annurev-publhealth-031914-122535">“The epidemiology of Firearm Violence in the 21<sup>st</sup> century United States”</a>, di Garen J. Wintemute, emerge  infatti che il tasso di violenza legato all’uso delle armi da fuoco dal 2003 al 2012 negli Stati Uniti è rimasto invariato.</p>
<p>In USA è noto che è possibile, almeno per un maggiorenne, ottenere con facilità un’arma da fuoco, entrando in un’armeria. <mark class='mark mark-yellow'>In Italia, invece, non è possibile acquistare un’arma da fuoco come se fosse un altro articolo commerciale ma ottenerla su richiesta (uso personale e/o sportivo) è un procedimento, complessivamente, fattibile</mark>: ci si reca dai Carabinieri o dalla Polizia; si compila un modulo; si fa la visita di routine; si segue un corso al poligono (se necessario); infine, si riconsegna il tutto alla caserma. Poi si attende che la burocrazia faccia il suo corso.</p>
<p>La questione della facilità con cui è possibile ottenere un’arma è emersa come dibattito anche in Italia, dal febbraio scorso, quando <mark class='mark mark-yellow'>Luca Traini, un maceratese militante nella Lega Nord, ha sparato con una pistola contro 11 passanti di colore che camminavano in città, ferendone 6, con l’obiettivo, enfatizzato dall’accusa e ritrattato dalla difesa, di vendicare la morte di Pamela Mastropietro, la diciottenne romana tossicodipendente trovata cadavere, in pezzi, deposti dentro due trolley</mark>. Il sospettato dell&#8217;omicidio è Innocent Oseghale, un pusher nigeriano irregolare di 29 anni che, in base alla ricostruzione degli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo materiale sia nell’omicidio che, soprattutto, nel dissezionamento e occultamento del cadavere della giovane. Traini aveva un porto d’armi per uso sportivo ed era in possesso di una Glock calibro 9, l’arma con cui ha sparato.</p>
<p>Il decreto legge del 28 aprile 1998, emanato dal Ministero dell’Interno, stabilisce infatti i termini psico-fisici necessari per fare richiesta per il porto d&#8217;armi per difesa personale o per uso sportivo, in aggiunta al dlgs 121/13 che modifica <a href="http://www.prefettura.it/FILES/AllegatiPag/1160/NORM%20A%20-%20R.D.%2018-06-1931%20N.%20773%20-%20TULPS.pdf">il vecchio regio decreto del 1931 n. 773</a>. Ciò vuol dire che, se il maggiorenne è giudicato in uno stato psico-fisico di normalità, tendenzialmente verrà reso idoneo al porto d’armi per uso personale o per caccia/uso sportivo. Quest’ultima è però più facile da ottenere e consente di detenere fino a un massimo di 6 pistole o fucili da poligono fino a tre armi comuni, e rispetto al porto d’armi per difesa personale, ha una durata più estesa (6 anni invece che 3).</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Negli ultimi anni, si è passati a una crescita consistente delle licenze di porto d&#8217;armi concesse per la caccia e uso sportivo: 775mila e 470mila</span>Negli ultimi anni, a fronte di una riduzione del numero di licenze per difesa personale (sul totale di 1 milione e 200 mila sono meno di 20mila) si è passati a una crescita consistente di quelle per la caccia e l’uso sportivo (775mila e 470 mila)[/quote]. E circa queste ultime, non tornano mettendole a confronto con il numero degli iscritti della Federazione italiana Tiro a Volo (circa 20mila) e l’Unione Italiana Tiro a Segno (circa 75mila). Di fatto, sembrerebbe che più persone scelgano di prendere questo tipo di licenza perché è più facile da ottenere e perché è sottoposta a minori controlli.</p>
<p>Certo è che, secondo le statistiche, gli episodi di incidenti o omicidi per mano armata, in Italia, sono comunque contenuti. <mark class='mark mark-yellow'>Secondo quanto riportato da <i>GunPolicy.org</i>, il numero di omicidi connessi all’uso di armi da fuoco in Italia è anche in calo: dai 548 del 1996, si è arrivati ai 219 del 2012. E anche le percentuali di omicidi per arma da fuoco sono calate: si è passati dal 71,1% del 1998 al 45% del 2012, quasi il 30% in meno.</mark></p>
<p>Lo conferma <strong>Isabella Merzago, presidente della Società Italiana di criminologia</strong>: “Il numero di omicidi in Italia sta calando. Del resto, c’è un uso delle armi da fuoco decisamente inferiore rispetto ad un Paese come gli Stati Uniti. Anche in Europa siamo messi abbastanza bene”. La Merzago fornisce l’esempio della Svizzera, Paese nel quale è ancora in vigore la leva obbligatoria, con la possibilità di portare a casa l’arma di ordinanza, ma dove stragi all’americana non sono mai accadute. Le armi sono usate solo per la formazione militare. Al contrario, negli Stati Uniti, saremmo di fronte a un fattore culturale: il secondo emendamento della Carta dei Diritti, entrato in vigore nel 1791, infatti, determina il diritto a possedere e portare con sé un’arma. “L&#8217;elemento psicologico ma soprattutto culturale interviene molto. L&#8217;ideologia machista, ad esempio, può spiegare una parte di questo fenomeno: colpire per coprire &#8211; forse &#8211; una debolezza caratteriale”,  precisa la dottoressa.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>In Italia, però, non è presente un vero e proprio test psicologico per determinare l’idoneità di un individuo ad ottenere il porto d’armi. “Servirebbe una batteria di test per ottenere un quadro generale del soggetto &#8211; precisa Merzago -. Il problema, però, è prettamente economico: serve un numero maggiore di esperti che devono essere pagati per il loro lavoro e si tratta di una spesa non da poco”.</mark> Questo tipo di controllo richiederebbe almeno due ore di tempo per ogni persona esaminata, senza essere comunque certi del risultato da raggiungere. I test dovrebbero poi essere differenti a seconda del tipo di porto d’armi richiesto (tiro sportivo, caccia, difesa personale). “La garanzia in assoluto che non succeda un disastro non c’è mai e non ci può essere”, spiega la dottoressa. Ma le motivazioni che spingono una persona a voler armarsi restano fondamentali: lo si fa perché ci si sente in pericolo o per un qualche complesso di inferiorità? Inoltre, i tutori della legge sono sottoposti ad addestramento prima di impugnare un’arma, ma un civile no.</p>
<p><span class='quote quote-left header-font'>Isabella Merzago, presidente Società Italiana Criminologia: “Chi vuole ammazzare la gente, l’arma se la procura lo stesso al mercato nero” </span>“Se una persona è malintenzionata, non aspetterà di avere il porto d&#8217;armi per agire. Chi vuole ammazzare la gente, l’arma se la procura lo stesso al mercato nero”precisa la Merzago. Senza contare che la detenzione di un’arma aumenta il rischio di esposizione al pericolo sia per il soggetto che per i suoi familiari. “Esiste comunque un rischio dal punto di vista suicidario e omicido-suicidario. La tipologia dell’arma influenza, infatti, il numero delle vittime in potenza, come succede nei <i>mass murder.</i> Inoltre, la percentuale di suicidi eseguiti con armi da fuoco è più alta”. Uno studio, infatti, ha dimostrato che, in tutti i casi in cui il suicida scelga l’arma di fuoco per compiere l’estremo gesto, la mortalità è 12 volte superiore a tutti gli altri tipi di episodi.</p>
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