Prendere la nuova carta di Hamās e buttarla nel cestino. Così Benjamin Netanyahu ha reagito al programma politico presentato lo scorso 2 maggio nel corso di una conferenza stampa in Qatar. Secondo il primo ministro di Israele, “Hamās sta cercando di ingannare il mondo, ma non riuscirà nel suo intento”.

Khaled Meshʿal, ex capo dell’ala politica di Hamās, ha esposto il documento allo Sheraton Hotel di Doha, dove vive in esilio. La nuova carta è il frutto di un lavoro durato tre anni e ha ricevuto il consenso della maggioranza del gruppo palestinese che dal 2007 controlla la Striscia di Gaza.

La Carta di Doha è un cauto segno di apertura di Hamās, con l’obiettivo di ricucire i rapporti con l’Egitto. Nonostante il grande clamore mediatico, il documento rappresenta un cauto segno di apertura di Hamās, con l’obiettivo di recuperare visibilità all’interno della stessa Palestina e di ricucire i rapporti con l’Egitto e il mondo arabo sunnita. Il nuovo programma politico ruota intorno a tre punti: la volontà di formare lo stato della Palestina lungo i confini del 4 giugno 1967, prima dello scoppio della guerra dei sei giorni, con Gerusalemme capitale; l’indipendenza dai Fratelli Musulmani e da altre organizzazioni islamiste; la resistenza al progetto di colonizzazione sionista, non agli ebrei, facendo una distinzione tra coloro che professano il giudaismo e gli israeliani sionisti che occupano i Territori palestinesi. Ma queste aperture non sono una novità. «Già nel 2006 la candidatura di Hamās alle elezioni nell’Autorità Nazionale Palestinese riconosceva, di fatto, la Palestina lungo i confini del ‘67», spiega Paola Caridi, giornalista e autrice di Hamās – Che cos’è e cosa vuole il movimento radicale palestinese (La Feltrinelli, 2009).

Nella nuova carta non sono presenti riferimenti ai Fratelli Musulmani, ma già da tempo le relazioni tra le due organizzazioni sono controverse. «Gli stessi leader palestinesi hanno ribadito in più occasioni che per far parte del gruppo non è necessario essere membri della Fratellanza». Un eventuale riferimento ai Fratelli Musulmani avrebbe potuto incrinare ulteriormente i rapporti con l’Egitto di al-Sīsī, in cui la Fratellanza è stata dichiarata fuorilegge. «Hamās risente in maniera pesante dell’embargo imposto a Gaza. L’obiettivo è uscire dall’isolamento internazionale e avere buoni legami con l’Egitto è fondamentale».

Un punto di rottura rispetto allo Statuto di Hamās del 1988 è il linguaggio adottato, più morbido. Se il documento fondatore era emblematico per toni e argomenti trattati, con il richiamo ai Protocolli dei Savi di Sion, nella nuova carta è stato eliminato qualsiasi riferimento alla religione. «Il linguaggio utilizzato è moderno e risente dell’approccio occidentale, parla in difesa di tutte le culture politiche e religiose».

Il nuovo programma politico di Hamās è stato presentato in un momento delicato per la Palestina. Secondo Yaniki Cingoli, direttore del Centro Italiano per la Pace in Medio Oriente (CIPMO), «stiamo assistendo a una crisi dell’autorità palestinese. La popolarità del presidente Mahmūd ʿAbbās è bassa, al 65%, a Ramallah vorrebbero che se ne andasse». Di fatto il partito Fatah, che guida la Cisgiordania dal 2006, si regge al potere grazie alla collaborazione con i servizi segreti israeliani, con cui coopera per evitare attacchi terroristici e mantenere il potere. Oggi la crisi è aggravata dalla sfida che Marwān Barghūthī, esponente della prima e seconda intifada, sta portando avanti contro ʿAbbās per la leadership del partito e dell’Autorità Nazionale Palestinese. Barghūthī, condannato a cinque ergastoli per terrorismo, si è ritagliato uno spazio di sfida all’interno delle carceri israeliane ed è pronto a succedere al presidente. Lo scorso 17 aprile è stato l’ispiratore di uno sciopero della fame a cui hanno aderito 1.500 detenuti palestinesi, con lo scopo di ottenere migliori condizioni di vita. «Pochi sono gli esponenti di Hamās che hanno preso parte al digiuno forzato», precisa Caridi. «La pubblicazione della nuova carta non è stata casuale, ma mirava a ristabilire l’interesse palestinese».

Hamās sta spostando la leadership a Doha, ma il baricentro rimane a Gaza. Pochi giorni dopo la diffusione del documento, all’interno di Hamās è avvenuta l’elezione di Ismāʿīl Haniyeh, ex primo ministro palestinese, come nuovo capo dell’ala politica. «La sua nomina si colloca su una linea di continuità con il passato», afferma Cingoli. La successiva elezione di Yahya Sinwar come capo della frangia militare, le Brigate al-Qassām, dovrebbe portare a una condizione di equilibrio tra l’ala politica e il braccio armato dell’organizzazione. «Questo avvicendamento conferma che la leadership di Hamās si sta spostando a Doha, anche se il baricentro rimane a Gaza. È probabile che il nuovo ruolo di Haniyeh gli imponga di lasciare la sua residenza nel campo profughi di Gaza per potersi muovere liberamente a livello internazionale».

Il documento e la successione alla guida di Hamās non hanno avuto grande seguito agli occhi dei decisori internazionali, tra i quali figura il Quartetto per il Medio Oriente composto da Nazioni unite, Unione Europea, Russia, Stati Uniti e Regno Unito. L’attenuazione delle posizioni di Hamās, infatti, non costituisce un riconoscimento di Israele come richiesto dalla comunità internazionale.

Due giorni dopo la pubblicazione della nuova carta di Hamās, alla Casa Bianca si è tenuto un incontro tra Donald Trump, presidente degli Stati Uniti, e ʿAbbās, con l’obiettivo di raggiungere uno storico accordo di pace tra Israele e i palestinesi. «C’è un atteggiamento snob verso Trump, ma la sua proposta trova radici nella lettera che il presidente George Bush inviò ad Ariel Sharon nel 2004, con cui si riconosceva che i grandi blocchi a Est della cosiddetta Linea Verde, i confini pre ’67, non erano rimovibili e destinati a restare sotto il controllo israeliano». L’ottantaduenne ʿAbbās confida che Trump possa fare pressioni sullo stato di Israele e spingerlo alla cosiddetta soluzione dei due Stati. «Netanyahu poteva resistere a Barack Obama perché la maggioranza alla Camera e al Senato era repubblicana, mentre sarà molto più difficile opporsi a una richiesta di Trump».

L’obiettivo del presidente americano è il perseguimento di una strategia di contenimento dell’Iran visto come avversario principale, un asse militare che faccia perno sui grandi stati arabi e Israele, accomunati dall’avversione per Teheran. «Trump mira a organizzare un vertice tra i leader arabi, con Israele e Palestina, l’Egitto di al-Sisi e la Giordania». A differenza del suo predecessore, non è legato a Israele da progetti ideologici, né sentimentali. «Israele è soltanto una delle pedine dello scacchiere internazionale su cui Trump intende muoversi per riconquistare un ruolo di leadership nel Medio Oriente».