Nazzareno Prenna cammina a passo svelto tra i corridoi e le sale della Casa di reclusione di Bollate, salutando calorosamente agenti e detenuti con un forte accento marchigiano. Loro forse non lo sanno ancora, ma lui sì: sta percorrendo questa strada per l’ultima volta. Professore di scienze motorie, dal 2002 guida un programma ministeriale che ha l’obiettivo ambizioso di portare i valori dello sport all’interno del carcere. L’istituto alle porte di Milano, infatti, partecipa da 11 anni ai campionati della Federazione Italiana Giuoco Calcio facendo la spola fra seconda e terza categoria e Prenna è il factotum della squadra: visiona e tessera i reclusi, gestisce i rapporti con la Direzione del carcere, dirige gli allenamenti e siede in panchina durante le partite. Ma soprattutto, riesce a calarsi a fondo nella realtà che lo circonda e ad entrare in sintonia con persone dai caratteri difficili.

Un caso speciale, una realtà unica, visto che è la sola squadra di un penitenziario a militare in un campionato FIGC: 11 anni fra terza e seconda categoria, vittorie e problemi, sconfitte e resurrezioni per una squadra che, per ovvie ragioni, non può essere come tutte le altre. A cominciare dalla composizione: purtroppo o per fortuna, in un carcere il ricambio è continuo e non è facile plasmare una formazione stabile. «Chi esce di cella o chi deve lavorare negli orari delle partite non può più giocare con noi -dice Prenna- e capita che gli agenti non permettano a qualche detenuto di andare alle partite per motivi disciplinari». Come nel calciomercato di Serie A, i pezzi migliori se ne vanno sempre, ma in questo caso non si può che essere felici per loro: «Per l’indulto del governo Prodi nel 2006 ho dovuto salutare mezza squadra, ma l’ho fatto col sorriso». Un’altra spada di Damocle pendente sul lavoro di mister Prenna sono le decisioni dei magistrati, che spesso vietano ai reclusi di uscire dal carcere per le trasferte per ragioni di sicurezza. L’allenatore può solo adeguarsi e provare a inventarsi qualcosa: «Un anno un magistrato vietò completamente le trasferte, così decisi di tesserare in squadra, oltre ai detenuti, 15 agenti della Polizia penitenziaria, perché disputassero le partite esterne. Fu un successo straordinario, agenti e detenuti nella stessa formazione, a tifare gli uni per gli altri. Peccato che vincevamo soltanto le partite in casa…».

Non mancano nemmeno i problemi logistici: chi va a giocare sullo spelacchiato campo del carcere di Bollate deve essere controllato e non può introdurre nella struttura telefoni cellulari e altri mezzi di comunicazione con l’esterno. I contrattempi degli avversari sono però un’inezia in confronto all’Odissea che attende i detenuti quando sono loro a doversi spostare: «Posso convocare solo 16 ragazzi che vengono perquisiti sia prima di salire sul pullman che al ritorno. Sono ovviamente scortati dagli agenti della Polizia penitenziaria, anche se siamo riusciti a ottenere che non portassero le manette. A volte arriviamo così tardi che siamo costretti a scendere in campo senza riscaldamento e di concentrazione nel pre-partita non se ne parla nemmeno».

E gli avversari? «Si impegnano il doppio contro di noi, nessuno ci sta a perdere contro i carcerati». In campo e fuori c’è di solito grande fair play, anche perché i ragazzi della II Casa di reclusione (questo il nome ufficiale della squadra) non possono commettere passi falsi, pena il ritiro immediato dei permessi per giocare. Qualche episodio spiacevole, comunque è capitato: «Una volta uno spettatore ci ha gridato “assassini”, per fortuna un poliziotto è subito intervenuto annotandone le generalità».

Sport in carcere vuol dire libertà. Per chi vive in una cella, gli allenamenti due volte alla settimana sono un momento irrinunciabile. Ancora più attese le trasferte, con i giocatori della squadra che possono abbandonare temporaneamente il penitenziario e, soprattutto, incontrare nell’intervallo fra primo e secondo tempo le persone care: «La cosa più importante non è vincere o perdere, ma regalare un momento di serenità a questi ragazzi. Per qualche minuto e da dietro alla rete del campo, possono incontrare amici e parenti o persone che in carcere non possono venire a trovarli».

Dall’anno prossimo mister Prenna non farà più parte del progetto, che comunque andrà avanti grazie alla Direzione del carcere, al Provveditorato e al Ministero della Giustizia. Come comunica la vicedirettrice Cosima Buccoliero, si è riusciti ad avere la disponibilità di Carlo Feroldi, tecnico autorizzato a guidare la squadra nei campionati FIGC. “Nazza”, come lo chiamano i suoi ragazzi lascia a Bollate qualche insegnamento tecnico e, soprattutto, il suo modo di vedere il calcio come veicolo di reintegro sociale per persone che hanno commesso degli errori: «La maggior parte di loro passerà qui gli anni migliori della propria vita, il capitano per esempio uscirà nel 2027. Vorrei che chi gioca contro questa squadra riuscisse a comprendere la dimensione del dramma e a calarsi, almeno per poche ore nei loro panni». Sperando di continuare a sentire ancora per molti anni, tra gli androni e le torrette del carcere, quel fastidioso rumore di tacchetti che, almeno per alcuni, suona a libertà.