«La modifica del Codice della strada è sempre più urgente». Non lasciano spazio al dubbio le parole di Giulietta Pagliaccio, presidente della Federazione italiana amici della bicicletta (Fiab), che sintetizzano la preoccupazione di migliaia di ciclisti che percorrono ogni giorno le strade di Milano. Un popolo silenzioso che però non ne può più degli incidenti «costati la vita a troppe persone, nell’indifferenza di molti cittadini».

La tragedia del 31enne egiziano, da anni residente a Milano, investito lo scorso 16 dicembre in corso Europa, aveva suscitato le proteste di molti ciclisti e della Fiab, secondo cui anche in quella occasione «i commenti postati sui siti dei principali quotidiani o ascoltati in giro per la città erano volti a trovare altrove le responsabilità. Colpe che ricadono addirittura sulla stessa vittima. Un atteggiamento sbagliato e, soprattutto, non coerente».

C’è ancora molto da fare, soprattutto a livello culturale. «Ma ci vogliono anche amministratori pubblici e uomini politici di grande determinazione – precisa la Pagliaccio – che portino avanti scelte coraggiose per una mobilità nuova e rispettosa della persona. Purtroppo, invece, temiamo che anche la politica abbia messo in conto i morti come un tributo inevitabile da pagare».

«Se la libertà di circolazione è un diritto costituzionale del cittadino, altrettanto deve essere la possibilità di muoversi in totale sicurezza, utilizzando il mezzo che si ritiene più opportuno», afferma Pagliaccio. Secondo la Fiab, che è  stata fondata nel 1988 e che oggi conta circa 20mila soci suddivisi in 130 associazioni sparse su tutto il territorio italiano, occorrono tanti piccoli cambiamenti. «È sbagliato pensare solo agli incidenti causati dall’alcool o dall’uso delle sostanze stupefacenti. La maggioranza è causata dall’eccessiva velocità, e in questo senso abbassare il limite consentito a 30 km/h nel centro città, vicino alle scuole o agli ospedali, ci sembra una soluzione opportuna. L’obbligo della velocità moderata nei centri abitati implica della sicurezza delle persone, non solo dei ciclisti», conclude.

A Milano nel 2002 sono stati registrati 17.787 incidenti, che hanno causato 88 morti e 24.487 feriti. Tra questi, 823 sinistri hanno coinvolto una bicicletta, in sei casi il ciclista è morto e  790 persone sono rimaste ferite. Il fenomeno è ancora più significativo se analizzato sull’intera area metropolitana milanese, dove gli incidenti sono stati 26.961 e i morti 244. Tra questi, 1.533 hanno interessato almeno un ciclista, 23 cicloamatori sono morti e 1.475 sono rimasti feriti. Dopo più di dieci anni il conteggio dei morti è diminuito del 34%; ha perso la vita un 17% di ciclisti in meno. Si è abbassato anche il numero dei feriti (del 43%) e si registra il 54% in meno dei decessi sulla bicicletta.

Chi sono le vittime? Il 52% dei ciclisti rimasti feriti sulle strade di Milano ha tra i 26 e i 50 anni. Fra  profonde buche stradali, pavé sconnesso e binari morti del tram, le strade più pericolose sono i rettilinei, quelle dove le automobili possono circolare più veloci. Il 58% degli incidenti che vede coinvolti i ciclisti, infatti, avviene in tratti stradali rettilinei con assenza di intersezioni. Il 33% ha luogo in prossimità di intersezioni segnalate o con la presenza di un vigile o di un semaforo, e solo il 3% nelle rotatorie.