Il discorso che Mario Draghi ha pronunciato a Jackson Hole resta una pietra miliare per la comprensione della crisi dell’economia europea: con una crescita che nel 2014 dovrebbe aggirarsi sullo 0,8% e un’inflazione pericolosamente bassa, sembra proprio che nessuna politica monetaria sia stata risolutiva per questo arresto della crescita.

Certo, le politiche economiche dei governi costituiscono ancora le misure centrali; ma anche l’accesso al credito, spesso ostico per le piccole aziende, è un elemento chiave per far fluire quella liquidità che consente gli investimenti nell’economia reale. Come riuscirci? L’ultimo numero di Osservatorio Monetario, la pubblicazione periodica presentata dal docente Marco Lossani, inquadra il problema e analizza le soluzioni per superare l’eccessiva dipendenza dalle banche da parte delle Pmi.L’accesso al credito, spesso ostico per le piccole aziende, resta la chiave per fare ripartire l’economia reale

Fiorenzo Di Pasquali, docente di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università Cattolica di Roma, riassume l’iter percorso negli ultimi anni dalle principali banche centrali che hanno abbandonato le loro politiche ordinarie per fronteggiare la crisi: ciò che ha accomunato la Fed alla Bce o alla Bank of England è stato il tentativo di raggiungere i destinatari delle nuove emissioni di moneta nel modo più diretto possibile.

«Tipicamente la banca centrale opera comprando o vendendo titoli sul mercato secondario; negli ultimi anni, invece, ci siamo abituati a vedere veri e propri prestiti al sistema bancario pensati per offrire maggiori disponibilità di capitali da trasmettere a imprese e famiglie». Nel caso della Bce l’ultimo atto di questa saga è stata l’operazione di rifinanziamento Targeted, mirata al prestito all’economia reale; un’operazione che, nonostante i tassi vantaggiosi, non ha riscosso il favore delle banche che hanno domandato meno liquidità del previsto.

Il contesto economico difficile porta innanzitutto le imprese a cessare la domanda di finanziamenti (e quindi d’ investimenti); tuttavia la restrizione del credito da parte degli istituti bancari, che rispecchia il crescente rischio d’insolvenza dei potenziali debitori, ha fatto la sua parte nel determinare il calo generale dei finanziamenti.

Paola Rossi, ricercatrice della Banca d’Italia, ritiene che «la componente ascrivibile all’offerta di credito ha pesato per l’8% in termini di calo dei prestiti durante la fase più acuta della crisi (nel secondo trimestre del 2012)». Quest’aspetto penalizza molto l’efficienza dell’economia italiana in quanto l’eccessiva esposizione delle nostre imprese verso il sistema bancario rende l’accesso ai finanziamenti molto più difficoltoso in momenti di crisi. Se in Italia la ripresa stenta ad arrivare possiamo cercarne parte delle ragioni osservando alcuni dati sulle fonti di finanziamento delle imprese, così da comprenderne la vulnerabilità.

La Rossi confronta la diffusione in Italia e in altri Paesi sviluppati del private-equity (l’attività finanziaria in società non quotate su un mercato regolamentato) e del venture capital (l’apporto di capitale di rischio da parte di un investitore per finanziare l’avvio o la crescita di un’attività in settori ad elevato potenziale di sviluppo); il confronto col resto dell’Europa mostra con evidenza cristallina che nel nostro Paese le fonti alternative di finanziamento sono scarsamente utilizzate.

Uno dei motivi? «Il rischio della perdita di controllo delle imprese da parte della famiglia fondatrice, un freno per la crescita dimensionale», afferma la studiosa riferendosi alle molte imprese a conduzione familiare presenti in Italia. Riguardo proprio a queste anomalie dell’economia italiana Simon Nixon sosteneva sulle colonne del Wall Street Journal di novembre che il legislatore potrebbe fare poco per scardinare solidi meccanismi come il banco-centrismo e il nanismo delle aziende nostrane: ciò che serve, argomenta Nixon, «è una rivoluzione culturale».

Il che è facile a dirsi ma, aspettando questa rivoluzione e la soluzione al credit crunch, è difficile a farsi.