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	<title>magzine &#187; Matteo Bruzzese</title>
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	<description>un progetto della Scuola di giornalismo dell&#039;Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano</description>
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		<title>Enzo, il fioraio di famiglia al Mercato di piazza Wagner</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Jan 2018 15:01:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Per gli abitanti di piazza Wagner il Mercato Comunale è un punto di riferimento: più dei grandi supermercati, è lì che i cittadini si recano dal proprio panettiere, macellaio, fruttivendolo ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Per gli abitanti di <strong>piazza Wagner</strong> il <strong>Mercato Comunale</strong> è un punto di riferimento: più dei grandi supermercati, è lì che i cittadini si recano dal proprio panettiere, macellaio, fruttivendolo di fiducia. Quando si tratta di fiori, <strong>il banco di Enzo</strong> è da oltre 40 anni considerato una certezza. Enzo ha 43 anni, ha ereditato dal padre l’attività che, porta avanti con la madre, quando aveva 17 anni: &#8220;Da adolescente avevo altre ambizioni – racconta – ma oggi sono felice della mia scelta&#8221;. L’essere parte integrante di una piccola comunità come è quella di un mercato, rende il modo di lavorare di Enzo diverso da tutti gli altri fioristi di strada: &#8220;Abbiamo una clientela molto solida e affezionata – spiega – il 70% è fisso, ormai ci conosciamo con grande affetto&#8221;.</p>
<p>Un aspetto quasi famigliare, caratterizzato da racconti personali, scambi di opinioni e aneddoti. A differenza del Mercato, il chiosco è aperto sette giorni su sette, anche a costo di sfidare il freddo, primo grande “nemico” di Enzo. In 26 anni di attività gliene sono capitate di tutti i colori: dai tanti ordini mai ritirati a quella volta in cui si è trovato a verniciare di nero i fiori su esplicita richiesta di Hugo Boss, che aveva pensato proprio ai suoi fiori per una nuova pubblicità. Tra i molti fiori di cui è fornito Enzo, e che arrivano dalle più disparate parti del mondo, dalla Toscana fino all’Olanda, a primeggiare nelle richieste dei clienti c&#8217;è un grande classico: la rosa rossa.</p>
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		<title>Inject, il software che aiuta la redazione nel gatekeeping</title>
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		<pubDate>Tue, 16 May 2017 12:36:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Ogni giorno sui quotidiani, in televisione, in radio e online, escono migliaia di notizie. Ma come fanno i redattori e i giornalisti a trovare le storie migliori in breve tempo? Ma ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="500" height="282" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/inject-logo-thumb-e1494938354558.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="inject-logo-thumb" /></p><p>Ogni giorno sui quotidiani, in televisione, in radio e online, escono migliaia di notizie. Ma come fanno i redattori e i giornalisti a trovare le storie migliori in breve tempo? Ma soprattutto come si trovano quelle più adatte alle esigenze o ai gusti dei lettori, quelle che veramente sono adatte alla testata per cui si scrive? A tal riguardo, può essere d&#8217;aiuto un nuovo programma: <strong>Inject</strong>.</p>
<p>Finanziato tramite il programma <strong>Horizon 2020</strong> dell&#8217;Unione Europea, è disponibile anche in una versione versione prototipo, <a href="https://www.city.ac.uk/news/2016/april/google-digital-news-initiative-juice" target="_blank">Juice</a>, finanziata dalla Google City University. <mark class='mark mark-yellow'>Il programma affianca i giornalisti nelle ricerche,</mark> che possono essere fatte su un singolo individuo, per trovare figure chiave relative a una storia, o sui dati, il che permette di verificare l&#8217;attendibilità di una fonte.</p>
<p>Inject consente anche di fare ricerche sui social network, per esempio Twitter, per analizzare le conversazioni più popolari, o direttamente o fare una search che riguardi solo grafici e mappe.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="https://www.journalism.co.uk/news/new-tool-inject-aims-to-help-journalists-find-inspiration-for-stories-and-be-more-productive/s2/a703665/" target="_blank">Leggi di più su journalism.co.uk</a></strong></p>
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		<title>Come Svt si è convertita al mobile journalism</title>
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		<pubDate>Tue, 09 May 2017 08:51:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Da cinque a mille. È la sintesi del cambio di rotta avvenuto nella redazione della televisione svedese Sveriges Television, Svt, per quanto riguarda i sevizi realizzati solo con il telefono. Se ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="960" height="640" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/svt-mobile.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="svt-mobile" /></p><p>Da cinque a mille. È la sintesi del cambio di rotta avvenuto nella redazione della televisione svedese <strong>Sveriges Television</strong>, Svt, per quanto riguarda i sevizi realizzati solo con il telefono. <mark class='mark mark-yellow'>Se nel 2015, in un mese non trasmetteva più di 5 servizi realizzati con lo smartphone, quest&#8217;anno la media mensile ha toccato quota mille.</mark> Chi ha scelto di puntare sul mobile journalism è <strong>Patrik Qvicker</strong>, giornalista che da anni dimostra come si possano produrre degli ottimi servizi con solo un telefonino, un copri vento e un paio di auricolari.</p>
<p>Per convincere i colleghi, abituati alla troupe e all&#8217;equipaggiamento tradizionale, però, ha impiegato molto tempo. «Per anni ho cercato di spingere le persone a usare di più il cellulare», ha detto, intervenendo al Mojocon di Dublino, organizzato da <strong>Rte</strong>, la radio-televisione pubblica dell&#8217;Irlanda, il 4 maggio. «Io ho moltto rispetto per i giornalisti che vogliono delle buone immagini, un buon audio, e che cercano la perfezione. Il problema però è che<mark class='mark mark-yellow'>in un grosso network, può capitare che ci sia chi non ha raccontato una storia importante perché stava aspettando il fotografo o l&#8217;operatore».</mark></p>
<p>Qvicker, a fine 2015, ha deciso di produrre servizi che mostrassero i vantaggi del <strong>mobile journalism</strong>, cioè la possibilità di avvicinarsi di più al soggetto e di realizzare un prodotto più rapidamente. <mark class='mark mark-yellow'>Così, piano piano, <em>Svt</em> ha iniziato a cambiare il proprio metodo di lavoro, insegnando al personale a vedere nello smartphone qualcosa di più di un semplice giocattolo</mark>. Oltre a organizzare workshop, lezioni e corsi, la rete svedese ha anche creato un kit con tutte le attrezzature essenziali e un&#8217;app, <strong>Starling</strong>, che semplifica il processo di ripresa e invio di materiali alla redazione direttamente dal cellulare.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.journalism.co.uk/news/storytellers-who-don-t-tell-stories-svt-s-mobile-journalism-journey/s2/a703703/" target="_blank"><strong>Leggi di più su journalism.co.uk</strong></a></p>
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		<title>Longform journalism, il modello Longreads</title>
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		<pubDate>Wed, 03 May 2017 07:33:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>
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		<description><![CDATA[Compiuti otto anni, Longreads non è più una novità, ma una realtà solida e concreta. La piattaforma di longform journalism è sopravvissuta alla moria di start up simili. Byliner ha chiuso, ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1200" height="650" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/05/longreads2.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="longreads2" /></p><p>Compiuti otto anni, <strong>Longreads</strong> non è più una novità, ma una realtà solida e concreta. <mark class='mark mark-yellow'>La piattaforma di longform journalism è sopravvissuta alla moria di start up simili.</mark> <strong>Byliner</strong> ha chiuso, <strong>Atavist</strong> si è ridimensionato e <strong>Medium</strong> &#8211; una società molto più grande e con una base economica molto più solida di quella di Longreads &#8211; lotta per sopravvivere.</p>
<p>Quando <strong>Automattic</strong>, la società madre di <strong>WordPress</strong>, ha acquisito Longreads nel 2014, quest&#8217;ultima aveva già un suo metodo di finanziamento efficace: i lettori pagavano 3 dollari al mese per aiutare a mantenere il sito. Una volta assorbito da Automattic, tuttavia, ha trovato una maggiore stabilita economica.</p>
<p>Potendo contare su una solida base di utenti disposti a pagare, però, Longreads ha deciso di mantenere il programma di finanziamento originale, solo che i fondi raccolti, piuttosto che andare alla manutenzione del sito, sono stati destinati al finanziamento di reportage giornalistici.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'>Negli ultimi tre anni Longreads ha costruito il proprio fondo e sta assumendo  personale per diventare qualcosa di più simile a una rivista online.</mark> Un magazine che paghi i suoi scrittori in modo equo e che sia sostenibile dal punto di vista finanziario senza dover rinunciare alla qualità.</p>
<p>Finora il sito ha pubblicato più di cento reportage esclusivi, un mix di articoli originali, partnership con altre testate e pubblicazioni che sono state cofinanziate con riviste come <strong>Atlas Obscura</strong>,<strong> The Awl</strong> e <strong>The Strange</strong>r.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><a href="http://www.niemanlab.org/2017/05/amid-the-wreckage-of-fallen-startups-longreads-is-increasing-the-original-reporting-it-funds/" target="_blank">⇒Leggi di più su Niemanlab</a></strong></p>
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		<title>Le testate italiane forse non sanno usare Facebook</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Feb 2017 09:21:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Facebook è diventato nel corso degli anni la piattaforma più usata per accedere alle notizie. Ma le testate italiane sanno approfittare di questo fenomeno o usano il social network solo come ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="3000" height="1688" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/newslab-facebook.jpeg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="A man poses with a magnifier in front of a Facebook logo on display in this illustration taken in Sarajevo" /></p><p><strong>Facebook</strong> è diventato nel corso degli anni la piattaforma più usata per accedere alle notizie. Ma le testate italiane sanno approfittare di questo fenomeno o usano il social network solo come &#8216;discarica&#8217; di link&#8217; che però non vengono cliccati? Secondo i dati di dicembre 2016 pubblicati da Audiweb è più vera la seconda ipotesi.</p>
<p><mark class='mark mark-yellow'><strong>Fanpage.it </strong>è la testata che più di tutte riesce a sfruttare la popolarità su Facebook ottenendo mediamente oltre 18 pagine viste per ciascun fan al mese</mark>, contro le 8.2 di <strong>Repubblica</strong> e le 8 del <strong>Corriere</strong>. Sempre <em>Fanpage</em> è in testa alla classifica degli utenti unici mensili (7.060.824, <em>La Repubblica</em> 5.687.507, <em>Corriere</em> 4.433.645), delle pagine viste (95.892.352, <em>La Repubblica</em>, 25.733.221, <strong>il Fatto Quotidiano </strong>18.793.581) e dei fan su Facebook (6.306.357, <em>La Repubblica</em> 3.134.654, <em>Corriere della Sera</em> 3.134.654)</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.datamediahub.it/2017/02/06/traffico-facebook-ai-quotidiani-italiani/#axzz4XzCWUduA"><strong><span style="text-decoration: underline;">⇒Leggi di più su Datamediahub.it </span></strong></a></p>
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		<title>Andrea Amaducci e la street art &#8220;aliena&#8221;</title>
		<link>http://www.magzine.it/andrea-amaducci-e-la-street-art-aliena/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Feb 2017 08:35:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Amaducci]]></category>
		<category><![CDATA[Human Alien]]></category>
		<category><![CDATA[Street art]]></category>

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		<description><![CDATA[Un alieno tra gli umani. Andrea Amaducci racconta la sua esistenza e la sua città, Ferrara, con la Street Art, il writing e il teatro. Da qualche anno è anche ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="752" height="561" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/02/Human-alien.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="human-alien" /></p><p>Un alieno tra gli umani. <strong>Andrea Amaducci</strong> racconta la sua esistenza e la sua città, Ferrara, con la Street Art, il writing e il teatro. Da qualche anno è anche designer dell’etichetta discografica Hell Yeah Recordings. Human Alien, il piccolo alieno disegnato da Amaducci, rappresenta l’alter ego di ognuno di noi, il buffo personaggio che ci ricorda la parte più segreta di noi stessi, a volte incompatibile con gli altri, ma che ci rende unici.</p>
<p><strong>Come è nato il personaggio Human Alien?</strong><br />
Human Alien nasce involontariamente sulla tela dopo un processo di sintesi che arrivava da uno studio sui volti. Uno studio sulla saturazione del segno e del colore che piano piano si è svuotato ed è diventato quell&#8217;alieno fatto di pochi tratti.Non riesco a separare il mio fare pittura, che è iniziato da adolescente, e il teatro, di cui mi occupo professionalmente da quando ho vent&#8217;anni. Human Alien è arrivato nel contesto urbano per sostituire letteralmente la mia presenza in strada come performer, perché la compagnia dove lavoravo, visto il cambio dei tempi e del mercato, era sempre meno presente ai festival in giro per il mondo e in Italia.</p>
<p>Dovevo trovare un modo per essere presente in strada e nel 2005, credo, ho provato a lasciare un alieno sulla via. Quando ho visto che funzionava, soprattutto per i bambini, ho capito che dovevo andare avanti. Mi sono appassionato ad alieni e ufologia dopo averlo iniziato a disegnare. Il primo significato che gli ho dato, perché ci tengo a sottolineare che Human Alien è frutto dell&#8217;inconscio, è quello dell&#8217;“alienitudine”, ovvero, quella malattia contemporanea che fa sì che ci omologhiamo. Sotto tanti punti di vista.</p>
<p>È difficile capire chi si è, a volte ci vuole una vita e poi si scopre che si è frutto di tutto quello che ci ha condizionato da quando siamo in fasce. Alieno in questo senso. Chi siamo noi? Chi sei tu? Pensi veramente di essere in grado di rispondere? Ecco l&#8217;alieno è lì per quello. Ci ricorda che l&#8217;identità individuale è in realtà è una proiezione bella e buona del nostro cervello.</p>
<p><strong>Cosa significa per lei la parola Street Art?</strong><br />
Per me la parola Street Art significa quello che c&#8217;è scritto: l&#8217;arte della strada. Ed essendo un uomo di teatro penso prima di tutto al teatro e magari alla commedia dell&#8217;arte. L&#8217;arte in strada è una questione di relazioni. Che tu te ne occupi recitando o che te ne occupi dipingendo, tessi relazioni. Tra persona e persona, tra ambiente e persona, tra muro e persona e via dicendo, in una serie di combinazioni con questi elementi.</p>
<p>Le definizioni servono agli studiosi, ma soprattutto ai venditori. A me interessano le relazioni in generale. La Street Art per me è un supporto per studiare le relazioni, sia che la faccia io sia che veda quella degli altri. Quando intervieni in strada con un disegno o con un&#8217;azione, sono infiniti i parametri da tenere in considerazione. Oltre a quello ambientale e storico, quello antropologico/sociale è il parametro che tende all&#8217;infinito. È l&#8217;idea di mettersi negli occhi di ogni persona che potenzialmente vedrà quel dipinto o quell&#8217;azione che mi dà gli elementi per essere più preciso o convincente possibile nel mio messaggio.</p>
<p><strong>In polemica con la scelta del Comune di Bologna di portare le sue opere dentro i musei, Blu ha cancellato i suoi lavori. Lei cosa pensa delle mostre di Street Art e dell’esposizione delle opere all’interno dei musei?</strong><br />
Allora, c&#8217;è da dire che la mostra non è stata organizzata dal Comune di Bologna, ma dal Genus Bononiae, che è un&#8217;entità privata. Questa è stata una delle ragioni fondamentali del gesto di Blu. Lui non è contro le operazioni istituzionali: infatti, fa abitualmente progetti con le amministrazioni e i festival. Ma questa non lo era.</p>
<p>Credo che abbia fatto la scelta giusta, anche dal punto di vista commerciale. Tra dieci o quindici anni l&#8217;unica cosa che ricorderemo di quella mostra sarà Blu che ha cancellato i suoi pezzi. Per me la Street Art e il Writing al museo non hanno affatto senso. Detto questo, come fa un&#8217;artista di oggi (sempre parlando di Blu) a rifiutare di dipingere l&#8217;esterno dei magazzini della Tate Modern? Si può essere così grandi da rifiutare? E soprattutto, ha senso rifiutare?Il problema è diventato soprattutto etico e invece io credo che la cosa più importante sia l&#8217;evoluzione del fenomeno. Il progresso è importante.</p>
<p><strong>È diventata celebre la sua scritta: ‘500 anni fa Ferrara era New York’. Quanto Ferrara ha influenzato il suo lavoro?</strong><br />
Mi rendo conto che Ferrara ha influenzato il mio lavoro solo adesso che sono vent&#8217;anni che ho lì la mia base. Non diversamente dai colleghi illustri che hanno vissuto questo posto in un modo o in un altro. Io vengo dalla collina. In Romagna ho le colline e poi le montagne (piccole) dell&#8217;Appennino dietro casa ed adattarsi alla pianura non è stato facile. Non potere vedere le cose da sopra fa diventare matti. La pianura ti sprofonda in una piatta bi dimensione e “l&#8217;atto di vedere le cose dall&#8217;alto”, che ti concede la collina, e che è profondamente terapeutico, diventa, nel migliore dei casi, un atto interno.</p>
<p>Forse non è un caso che la metafisica sembra avere le radici proprio a Ferrara. Ma soprattutto è una città piena di matti. Non bisogna dimenticare che quando nel 1492 l&#8217;Europa si apriva al mondo, a Ferrara nel 1493 fortificavano le mura. L&#8217;Europa si apriva, Ferrara si chiudeva. Questa cosa è rimasta nel dna delle persone.</p>
<p><strong>Qual è il suo background artistico e quali sono le sue ispirazioni?</strong><br />
Sono nato e cresciuto fino a dodici anni in un ristorante a conduzione familiare a Forlì. Ero la mascotte della situazione e ben presto ho iniziato ad aiutare in casa come potevo, nel lavoro nel podere con la terra (il vero chilometro zero&#8230;.). Lì è iniziata l&#8217;attività di performer e il ruolo mi è stato dato dalla famiglia e poi dagli amici. Ho fatto per alcuni anni ginnastica artistica, anche come agonista, e quell&#8217;esperienza ha segnato per sempre il modo di vivermi il rapporto con lo spazio tridimensionale. Perché devo andare dal punto A al punto B camminando se posso farlo con tre piroette e un salto mortale? Quell&#8217;esperienza ha generato in me una gran voglia di saltare e sperimentare con la forza di gravità ed è stata poi fondamentale per il lavoro di performer.</p>
<p>Ho poi cominciato a disegnare e mio fratello a quindici anni mi ha regalato una tela e di lì non ho più smesso. Sempre da autodidatta. A diciannove anni ho lasciato Forlì per Ferrara per iniziare un corso di teatro con il Teatro Nucleo e poi sono stato integrato nella compagnia stessa, prendendo parte a tutte le produzioni. Ho avuto la fortuna di girare mezzo mondo dai venti ai trent&#8217;anni e di incontrare molti artisti visivi, scenografi, registi, musicisti e coreografi che hanno formato il mio sguardo e il mio gusto. In parallelo, la comunità artistica che frequentavo a Ferrara era attiva su molti fronti e quindi nei primi anni 2000 ero spesso coinvolto nelle produzioni video, diciamo così “off circuit”, e frequentavo produttori di musica elettronica e Hip Hop.</p>
<p>Mi ispiro alla vita fondamentalmente, che è un bollitore in delirio; trovo nel quotidiano tutti gli stimoli per lavorare sui contenuti. Dal punto di vista dei riferimenti forse ce ne sono anche troppi e comunque comprendono tutte le arti o quasi. Se devo fare dei nomi posso citare Picasso, Sigmar Polke, De Kooning, Julian Schnabel, Keith Haring, Basquiat, Capogrossi, Gerard Richter, Wool, Schifano, Clifford Still per quanto riguarda la pittura. Sono sempre stato attratto dalla produzione americana, in generale dal dopoguerra fino agli anni Ottanta. Per quanto riguarda la questione performativa sono molto più ispirato dallo sport che da quello che vedo nel mondo della performance odierno. Per sport intendo tutte le ultime discipline deliranti che trovi oggi su Youtube.</p>
<p><strong>Come funziona il progetto FM streetmap – Ferrara Mappa della Street Art&#8221;, ideato dal Servizio Giovani del Comune di Ferrara, approvato e finanziato dalla regione Emilia-Romagna?</strong><br />
Il progetto Streetmap è un progetto dell&#8217;ufficio giovani di Ferrara, finanziato dalla Regione Emilia Romagna. È una web platform che si appoggia alla open source “Street Map” e segnala gli interventi di Street Art e Writing nella città di Ferrara. Sia interventi ufficiali/legali che non. Chiunque può caricare immagini e segnalare i nuovi interventi degli artisti. C&#8217;è un menu di ricerca per artista. Non è tutto mappato, ma ci sono la maggior parte degli interventi.</p>
<p><strong>Quanto è soddisfatto della percezione che c’è in Italia della Street Art?</strong><br />
Non so se mi interessa così tanto sapere se sono soddisfatto della percezione che c&#8217;è in Italia della Street Art. Mi interessano altre cose. Se le devo dare una risposta, non sono molto soddisfatto. Per me è qualcosa di molto delicato e complesso; non è disegnare o tosare un albero a forma di pelo di figa, o meglio è anche quello ma non solo. È innanzitutto un fatto antropologico, non pittorico, e per questo accosto il discorso prima al teatro che alla pittura. Partendo da questi presupposti, la percezione Italiana non mi soddisfa, non mi basta.</p>
<p>La percezione Italiana è quella che negli ultimi anni ha fatto accorgere agli amministratori che è bello dipingere i muri e quindi rendere il fenomeno controllato. Creando lobby, facendo dipingere amici e parenti degli assessori. Non è necessariamente tutto una merda e i muri sono meglio dipinti che vuoti, ma la politica è già dentro al discorso a livelli allarmanti. In tutto lo stivale.</p>
<p><strong>Come si relaziona con i luoghi in cui lavora?</strong><br />
Ho un approccio teatrale. Mi interessa la relazione. Dipende dal tipo di intervento ovviamente. Una cosa è un dipinto su un muro grande, magari strutturato o commissionato, e un conto sono i disegni che si lasciano in giro perché “ti pizzica il marker”.<br />
Se serve si fanno sopralluoghi, tanti. A volte il tempo è poco. Mi è capitato di disegnare dentro agli aeroporti e lì bisogna stare all’occhio.</p>
<p>Amo lavorare in piccolo, un metro per un metro, magari in luoghi poco visibili, che è il contrario di quello che bisognerebbe fare. L&#8217;idea è di costruire una relazione con lo spettatore che vede il disegno e che sa di essere uno dei pochi che lo hanno visto. Data questa condizione speciale può aumentare la probabilità di rimanere nel suo ricordo. C&#8217;è stato un periodo dove disegnavo, portando questo concetto un po&#8217; all&#8217;estremo, sotto ai tavoli e alle sedie dei locali pubblici. Se ti cade una cosa sotto al tavolo e vedi il disegno, sai che è per te. I luoghi sono come le persone, hanno un carattere, una forma, un&#8217;attitudine, una storia. Non puoi non dialogarci.</p>
<p><strong>Spesso il mondo della Street Art viene associato alla cultura Hip Hop, soprattutto in America. È una cultura che le interessa o con cui ha a che fare?</strong><br />
Ci ho a che fare per puro caso. Quando arrivai a Ferrara, una delle prime persone che conobbi fu Dj Afghan che allora aveva un negozio di dischi e suonava Drum&amp;Bass al vecchio Link di via Fioravanti a Bologna. Andavamo al Link, al Livello 57 e al TPO a Bologna. Ho iniziato a frequentare la comunità Hip Hop che orbitava intorno a lui. Il fratello McCry, Dj Lst-1, Dj Pgr e 5L che oggi fa gli scratch con Alien Army. Nell&#8217;home studio di Afghan, in un periodo che va dal 1999 al 2006, sono passati tanti nomi grossi della vecchia scuola Hip Hop de noantri, con lunghi soggiorni di Gopher D e di Kaos One, Soul Boy. Persino Phase 2 (celebre writer di New York, ndr) ha abitato a Ferrara per un periodo. Incredibile.</p>
<p>Gli amici a cui voglio più bene fanno parte di questa cultura. Io ho spesso le braghe baggy per dare aria ai maroni più che sentirmi nel movimento. Devo molto all&#8217;Hip Hop perché mi ha permesso di accedere ad altri livelli di conoscenza. Sto parlando soprattutto della parte musicale. La campionatura permette ad orecchie neofite di essere sedotte con elementi di ogni tipo di sonorità e, se hai voglia, puoi approfondire e farti un vero e proprio bagaglio culturale. Si campiona dal Funk, dal Jazz, dalle colonne sonore, dalle musiche etniche e via dicendo. Un caleidoscopio di sonorità da scoprire.</p>
<p>Il discorso delle quattro discipline è splendido, ma è anche un po&#8217; favolistico. Due parole per la disciplina del writing. Le quattro discipline che sappiamo esistere in nome della libertà di espressione e dell&#8217;individuo nella collettività, in quella del writing creano una vera e propria Accademia, che ormai ha sessant&#8217;anni. Cloni su cloni. E questo è un interessante paradosso da osservare e che propongo sempre ai cari amici giovanissimi di Ferrara che usano lo spray. La scuola ad un certo punto va lasciata sennò non si cresce mai.</p>
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		<title>AfD, il fact checking e la stampa Pinocchio</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2017 11:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il partito tedesco di destra Alternativa per la Germania, euroscettico, non ha un buon rapporto con i media. Spesso alcuni loro esponenti hanno chiamato la stampa Lügenpresse, stampa bugiarda, mentre la leader del partito ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="620" height="415" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/01/newslab-fact-checking.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="newslab-fact-checking" /></p><p>Il partito tedesco di destra <strong>Alternativa per la Germania</strong>, euroscettico,<b> </b>non ha un buon rapporto con i media. Spesso alcuni loro esponenti hanno chiamato la stampa <em>Lügenpresse</em>, stampa bugiarda, mentre la leader del partito <strong>Frauke Petry</strong> parla spesso di &#8216;stampa Pinocchio&#8217;. La stessa Petry è stata però spesso accusata dai giornalisti di essere lei a dare dati inesatti durante i dibattiti pubblici.</p>
<p>Per verificare chi avesse ragione, gli studenti della <strong>Scuola di Giornalismo di Colonia</strong> hanno sottoposto a un rigoroso fact checking ogni affermazione fatta da sette politici nei quattro principali talk show politici, per quattro mesi. Così  hanno calcolato la percentuale di dichiarazioni inesatte per ogni politico e hanno pubblicato i loro risultati su <strong>Faktenzoom</strong>, una classifica online che &#8220;incoronato&#8221; proprio Frauke Petry come il personaggio politico le cui dichiarazioni contengono la maggior quantità di dati inesatti o falsi.</p>
<p>La classifica non è passata inosservata: i metodi degli studenti sono stati molto criticati e il partito ha minacciato di querelare la scuola di giornalismo. Per questo motivo, il progetto è offline.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="http://www.poynter.org/2017/facing-legal-threat-german-fact-checking-project-goes-offline/445604/" target="_blank"><strong>Leggi di più su Poynter.org</strong></a></p>
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		<title>Indefinite, la realtà virtuale racconta gli immigrati in Uk</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Jan 2017 12:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Il canale video Op-Docs del New York Times è riuscito a portare gli spettatori nei centri di detenzione per immigrati con un documentario di realtà virtuale (VR), Indefinite, che mostra ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1050" height="550" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/01/newslab-indefinite.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="newslab-indefinite" /></p><p>Il canale video <strong>Op-Docs</strong> del <strong>New York Times</strong> è riuscito a portare gli spettatori nei centri di detenzione per immigrati con un documentario di realtà virtuale (VR), <a href="https://www.nytimes.com/video/opinion/100000004825340/indefinite.html" target="_blank">Indefinite</a>, che mostra il disagio degli immigrati che rischiano l&#8217;espulsione dal Regno Unito.</p>
<p>Prodotto dalla società britannica di realtà virtuale VR City in collaborazione con il <em>New York Times</em> e pubblicato il 19 dicembre, il documentario si avvale di tecniche di narrazione mirate al coinvolgimento dello spettatore: <mark class='mark mark-yellow'>l&#8217;obiettivo è quello di guidare chi guarda all&#8217;interno del centro di detenzione di massima sicurezza</mark> dove migliaia di immigrati sono imprigionati.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.journalism.co.uk/news/how-a-virtual-reality-documentary-takes-viewers-into-immigration-detention-centres/s2/a697724/" target="_blank"><strong><span style="text-decoration: underline;">Leggi di più su Journalism.co.uk</span></strong></a></p>
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		<title>Audiweb, i 10 siti più seguiti prima del referendum</title>
		<link>http://www.magzine.it/audiweb-i-10-siti-piu-seguiti-prima-del-referendum/</link>
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		<pubDate>Mon, 16 Jan 2017 15:30:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[Quali sono i siti di informazione più seguiti in Italia? Secondo i dati di Audiweb a novembre, mese prima del referendum costituzionale, i siti più visitati sono stati quelli di Repubblica, Corriere ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="1280" height="720" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/01/newslab-audiweb.jpg" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="newslab-audiweb" /></p><p>Quali sono i siti di informazione più seguiti in Italia? Secondo i dati di <strong>Audiweb</strong> a novembre, mese prima del referendum costituzionale, <mark class='mark mark-yellow'>i siti più visitati sono stati quelli di <strong>Repubblica, Corriere della Sera e TGCom24</strong>.</mark> In quarta posizione <strong>Citynews</strong>, l&#8217;unico nei primi dieci a non essere legato a testate cartacee o agenzie di stampa.</p>
<p>Ma il dato più interessante è forse il confronto con i dati, nel giorno medio, di novembre 2015. <mark class='mark mark-yellow'>Nessuno dei 10 siti presi in considerazione ha il segno + rispetto ai dati dell&#8217;anno precedente</mark>: anche Repubblica.it, che rimane in testa alla classifica, perde il 2.3 percento.</p>
<p style="text-align: center;"><strong><span style="text-decoration: underline;"><a href="http://www.datamediahub.it/2017/01/16/chartamente-190/#axzz4VuXSjqgm" target="_blank">Leggi di più su datamediahub.it</a></span></strong></p>
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		<title>Section 40, l&#8217;articolo che divide la stampa UK</title>
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		<pubDate>Fri, 13 Jan 2017 16:00:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Matteo Bruzzese]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[News Lab]]></category>

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		<description><![CDATA[La section 40 delle legge Crime and courts del 2013 sta dividendo l’opinione pubblica inglese. La modifica dell’articolo prevede forti cambiamenti nel mondo dell’editoria e dei media, soprattutto per quanto ...]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img width="781" height="433" src="http://www.magzine.it/wp-content/uploads/2017/01/newslab-press-freedom.png" class="attachment-post-thumbnail wp-post-image" alt="newslab-press-freedom" /></p><p>La<strong> section 40</strong> delle legge <strong>Crime and courts</strong> del 2013 sta dividendo l’opinione pubblica inglese. La modifica dell’articolo prevede forti cambiamenti nel mondo dell’editoria e dei media, soprattutto per quanto riguarda le cause legali.</p>
<p>Se l’articolo verrà modificato, i mezzi di comunicazione non registrati presso un&#8217;autorità di vigilanza ufficialmente riconosciuta <mark class='mark mark-yellow'>sarebbero tenuti a sostenere le spese legali di ambo le parti, a prescindere dall&#8217;esito positivo o negativo della causa</mark>, nei casi riguardanti la diffamazione e la privacy.</p>
<p style="text-align: center;"><a href="https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jan/11/section-40-british-press-regulation-investigative-journalism" target="_blank"><span style="text-decoration: underline;"><strong>Leggi di più sul Guardian.com</strong></span></a></p>
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